La violenza di genere in Mozambico | Problemi e risposte

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L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è il nuovo quadro strategico delle Nazioni Unite, ed è il frutto di un processo iniziato con la Conferenza Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20 del 2012.

L’Agenda determina gli impegni sullo sviluppo sostenibile che dovranno essere realizzati entro il 2030, e individua 17 obiettivi globali (gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che sostituiscono gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio) e 169 traguardi. L’obiettivo 5 è dedicato all’uguaglianza di genere, e prevede sei traguardi, tra cui porre fine a ogni forma di discriminazione e di violenza nei confronti delle donne.

I progressi compiuti nel corso degli ultimi decenni, ad esempio la parità di genere nell’istruzione primaria in molti paesi in via di sviluppo, sono numerosi, ma in molte aree del pianeta permangono criticità su cui intervengono governi e società civile.

Il Mozambico è un buon esempio in questo senso. È uno dei paesi più poveri del pianeta, al 180esimo posto dell’Indice di Sviluppo Umano. Analfabetismo, denutrizione cronica, alta mortalità materna e infantile, bassa produttività agricola sono alla base della povertà del paese, a cui si aggiunge la violenza di genere, che colpisce 1 donna su 3.

Per dare una risposta integrale a tutte le tipologie di violenza di genere, il governo ha adottato un meccanismo multisettoriale di assistenza alla donna vittima di abusi che riunisce in uno sforzo congiunto diversi ministeri. Le attività che vengono preparate e svolte nell’ambito di questo meccanismo multisettoriale sono molteplici. Per spiegare questo tipo di intervento e avere un quadro della situazione del paese Emanuele Lini, dell’organizzazione Médicos del Mundo, ha risposto alle domande di Mekané.

Prima di arrivare in Mozambico nel 2012 Emanuele ha lavorato nella cooperazione allo sviluppo in RASD (Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi), Honduras, Colombia, Angola. Dal 2015 è nello staff di Médicos del Mundo, un’organizzazione non governativa internazionale che lavora per rendere effettivo il diritto alla salute, specialmente per coloro che vivono in condizioni di povertà, di diseguaglianza di genere e di esclusione sociale o sono vittime di crisi umanitarie.

In Mozambico Médicos del Mundo è presente dal 2000, ed è attiva oggi a Matola (provincia della capitale Maputo). Emanuele si occupa del coordinamento dell’ufficio di Matola e segue tutto il ciclo dei progetti dell’organizzazione, dalla valutazione ex-ante, passando per il disegno del progetto, alla sua implementazione, al monitoraggio, alla rendicontazione e alla chiusura.

violenza di genere in mozambico
Pubblicità del progetto a cui lavora Emanuele

Violenza di genere in Mozambico: intervista a Emanuele Lini

Emanuele, cosa fa Médicos del Mundo in Mozambico?

Médicos del Mundo lavora a Matola nel campo della prevenzione e del trattamento della violenza di genere, in collaborazione con tutti i settori coinvolti nel Meccanismo Multisettoriale di Assistenza alla Donna Vittima di Violenza, ma anche in conformità con il Piano Nazionale di Prevenzione e Lotta alla Violenza contro le Donne. Nel prossimo futuro lavoreremo anche nel campo della salute comunitaria per facilitare il processo di elaborazione e follow-up del budget partecipativo del Comune di Matola insieme alla popolazione locale e ai tecnici del comune. Nella provincia di Cabo Delgado (dove abbiamo lavorato fino al 2015) si sta in questo momento identificando un intervento nell’area della denutrizione cronica. Le associazioni e le autorità locali sono il fulcro delle nostre attività, senza di loro molte attività non potrebbero essere sviluppate. A livello distrettuale e provinciale, è assolutamente importante il loro appoggio per la buona riuscita del progetto.

Ci racconti il progetto su cui stai lavorando?

L’obiettivo del progetto è implementare a livello locale il meccanismo multisettoriale di assistenza alle donne vittime di violenza. Nella pratica, insieme al governo e ad alcune organizzazioni della società civile mozambicana, abbiamo contribuito alla costruzione e all’equipaggiamento di un centro di assistenza integrale (CAI – Centro de Atenção Integral às Víctimas de Violência Baseada no Género) per le vittime di violenza nel distretto di Matola, alla formazione del personale del centro e del gruppo multisettoriale provinciale per la prevenzione e la lotta contro la violenza di genere, così come degli attivisti che si occupano di divulgare il nuovo servizio alla popolazione del distretto.

In questo momento il CAI è dotato di una piattaforma per la recezione di SMS gratis inviati dalle donne in situazione di violenza e sono stati formati 38 punti focali in uno dei tre posti amministrativi del Centro per prestare il primo soccorso alle vittime che si mettono in contatto con il Centro, ma che non possono raggiungerlo immediatamente. Di questi punti focali fanno parte anche uomini formati nell’approccio alle nuove mascolinità che avranno il compito di gestire anche gli aggressori (così come le potenziali vittime) di sesso maschile.

Oltre all’assistenza e all’accompagnamento delle vittime di violenza di genere, alla prevenzione della violenza di genere e al rafforzamento del meccanismo multisettoriale, stiamo anche lavorando con le scuole e i centri di salute vicini per migliorare la salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti. I beneficiari sono principalmente le donne in età fertile, ma anche le bambine e i bambini. Gli uomini, anche se nettamente in minor parte, sono anche loro potenziali beneficiari dei nostri progetti nel caso in cui abbiano subito violenza domestica.

Hai accennato al CAI e al suo ruolo all’interno del progetto. Ce ne puoi parlare meglio?

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L’ingresso del CAI

Il CAI nasce nel 2014. Si tratta di un nuovo approccio nell’assistenza delle vittime di violenza, che il governo mozambicano sta implementando sulla base delle esperienze dei paesi limitrofi di quelli che sono chiamati one-stop center. Si punta a ridurre le denunce e l’abbandono dei processi di denuncia, riunendo sotto un unico tetto tecnici dei vari ministeri che trattano il fenomeno della violenza, Nel CAI si possono trovare una poliziotta, un’avvocata dell’istituto di patrocinio dell’assistenza giuridica, un’assistente sociale, uno psicologo e personale medico. Attraverso un metodo di registro unico, si evitano anche il processo di re-vittimizzazione delle vittime e la duplicazione dei loro dati. La vittima di violenza che arriva al Centro non deve quindi più andare da un posto all’altro per parlare degli abusi subiti, ma potrà ricevere l’assistenza in solo posto, senza dover passare per il trauma di raccontare la sua terribile esperienza varie volte.

Come sono coinvolte nelle attività le donne e le bambine? Quali sono le problematiche che affrontate?

Le donne, oltre a essere beneficiarie, partecipano a un gruppo di auto-aiuto che serve per superare il trauma della violenza attraverso la discussione con altre vittime e l’accompagnamento di uno psicologo. Le problematiche affrontate sono la violenza sessuale, la violenza fisica, la violenza patrimoniale (vedove sfrattate dalle proprie famiglie), la violenza sociale (mariti che impediscono alle mogli di andare a visitare un familiare), la violenza economica (mariti che si rifiutano di condividere lo stipendio o pagare la pensione ai figli dopo la separazione).

Stiamo progettando un percorso di inserimento nel mondo del lavoro per le donne, in modo che possano emanciparsi economicamente dai mariti. Con gli adolescenti stiamo lavorando nelle scuole attraverso i cosiddetti ‘angoli di consulenza’ dove gli alunni (formati nelle tematiche di salute scolastica) offrono consigli ai loro compagni e li indirizzano a enti preposti. Inoltre, si sta potenziando la capacità delle ragazze di parlare del proprio lavoro nei forum di livello provinciale e nazionale, per migliorare la loro autostima e la capacità assertiva, con l’obiettivo di diventare un esempio di comportamento positivo per le loro coetanee.

Quali sono gli ostacoli maggiori alla realizzazione del progetto?

Ci sono due tipi di ostacoli. Il primo è quello della cultura maschilista e patriarcale che è ben radicata in Mozambico e che stigmatizza ancora moltissimo le donne che denunciano la violenza subita. Questa cultura relega ancora molte donne alla dipendenza economica dai loro mariti, fattore che contribuisce alla rinuncia alla denuncia, per paura di perdere i propri mezzi di sussistenza. È molto difficile usare un approccio femminista al progetto, perché il proprio stato fondamentalmente non riconosce la necessità di mettere in discussione il patriarcato nella lotta alla violenza. È frequente sentire dalle donne lamentele sul fatto che occorra cominciare a prestare assistenza anche agli uomini vittime di violenza da parte delle proprie compagne, senza riflettere sulla vera origine di questi episodi (normalmente vessazioni di lui verso lei – non denunciate – e alle quali lei, finalmente risponde).

Il secondo maggiore ostacolo è istituzionale e ha a che vedere con l’ancora insufficiente coinvolgimento dei vari settori coinvolti nella lotta contro la violenza di genere e la scarsa allocazione di fondi a livello locale per il settore sociale. Nei distretti l’istituzione che si occupa dell’assistenza sociale è la stessa che risponde per l’area sanitaria, ma la vera attenzione è rivolta alla seconda e non alla prima. Il risultato di tutto ciò è una constante negligenza e subordinazione delle attività di assistenza sociale (come quella alle vittime di violenza) che mina alla base la sostenibilità di progetti, come il nostro, che investono molto nell’implementazione di questi centri.

Come vedono il loro futuro le donne e le bambine beneficiarie?

È ancora incerto. Le cose vanno migliorando a piccoli passi, ma sicuramente la loro situazione è cambiata da alcuni anni e adesso hanno al loro fianco leggi e organizzazioni che le difendono. Tuttavia la situazione e la sensazione di sicurezza sono certamente peggiori nelle zone rurali, dove le pressioni culturali della famiglia si fanno sentire molto di più e l’impunità degli aggressori è spesso assicurata da persone colluse e corrotte nei tribunali comunitari e nei commissariati di polizia locali.

E gli uomini? Come vengono coinvolti? Come reagiscono i mariti/i padri al coinvolgimento delle donne nel progetto?

Per ora gli uomini direttamente coinvolti sono i punti focali del progetto formati nell’approccio alle nuove mascolinità che, oltre a lavorare con le donne vittime di violenza, avranno il compito di gestire anche gli aggressori (così come le potenziali vittime) di sesso maschile. Abbiamo anche creato un gruppo di ascolto (auto-aiuto) per le donne vittime di violenza che sono passate per il CAI e per adesso l’attitudine dei mariti/compagni è positiva, nel senso che non ci sono state reazioni negative o violente da parte loro.

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attività teatrale

C’è qualche attività specifica che ti ha dato particolare soddisfazione?

Sì, il teatro comunitario. Il teatro è un modo di arrivare facilmente alla gente, perché non richiede un tempo e un’attenzione speciale e arriva direttamente alle persone. Tramite la rappresentazione teatrale è più facile trasmettere alle persone nuove consapevolezze, per esempio che la violenza di genere è un crimine pubblico che tutti possono denunciare, e non solo la vittima, e che esistono istituzioni a cui sporgere denuncia e ricevere l’assistenza necessaria. Anche grazie ad attività culturali come questa, gradualmente si fa strada la consapevolezza che la violenza sulle donne non può essere trattata come una cosa normale e che una società senza violenza è una società più sana.

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Laurea in Scienze Politiche, Diplomi in Monitoraggio e Valutazione, Relazioni Internazionali e Management di Progetti Internazionali. Ha lavorato per ONG, associazioni e società di consulenza in Italia e all’estero. Co-fondatrice di Mekané, si occupa di progetti nel settore artistico e culturale.

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