Cosa succede in Zimbabwe: un paese alla ricerca della democrazia

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Lo Zimbabwe è un paese dell’Africa sudorientale, abitato da circa 15 milioni di persone, situato al 154esimo posto nella classifica dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, nei paesi a basso sviluppo.

Secondo il rapporto sul paese di Amnesty International, l’instabilità politica, la siccità, gli elevati livelli di povertà e la disoccupazione ostacolano l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e a un’alimentazione adeguata.

Il 76% dei bambini vive in condizioni di povertà relativa e un quarto in povertà assoluta. Le famiglie incontrano notevoli difficoltà a far fronte alle rette scolastiche di base: il 63% dei bambini in età scolare smette di frequentare la scuola a causa dell’impossibilità di pagare le rette. Secondo le stime, nelle aree rurali all’incirca 4,1 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

Dal punto di vista politico, la Repubblica di Zimbabwe nasce nel 1980, quando la vecchia colonia britannica della Rodesia del sud diventa ufficialmente uno stato indipendente e riconosciuto a livello internazionale con il nome di Repubblica di Zimbabwe, dopo quasi un secolo di dominio coloniale.

Il primo presidente del nuovo stato è Robert Mugabe, uno dei capi della guerriglia anticoloniale, descritto come “un uomo raffinato, che parlava un inglese degno di Oxford, un intellettuale passato alla lotta armata, affascinato dalla Cina di Mao ma anche segnato dai fallimenti dei paesi africani che avevano ottenuto l’indipendenza prima del suo, in particolare del vicino Mozambico, che non si era più ripreso dall’esodo in massa dei coloni portoghesi tra il 1975 e il 1976”.

Mugabe si era formato nell’università per neri di Fort Hare, nel vicino Sudafrica, ateneo in cui hanno studiato alcuni dei protagonisti della storia africana, come il presidente della Tanzania Julius Nyerere, quello dello Zambia Kenneth Kaunda, o quello del Botswana Seretse Khama, così come i grandi nomi della lotta antiapartheid in Sudafrica: Nelson Mandela, Oliver Tambo, Govan Mbeki, Robert Sobukwe, Chris Hani e Steve Biko.

Da leader illuminato che avrebbe dovuto guidare il paese verso un futuro di pace e sviluppo Mugabe ha invece dato inizio a una feroce dittatura durata 37 anni, impoverendo il paese, chiudendolo alle relazioni esterne, obbligandolo a subire sanzioni dalla comunità internazionale, fino al novembre 2017 quando, in seguito a un colpo di stato, il presidente è stato costretto a dimettersi.

Il 30 luglio 2018 si sono svolte delle storiche elezioni, che hanno rappresentato un grande momento di speranza collettiva e un primo seppur fragile passo del paese verso la democrazia. Il voto si è svolto in maniera tutto sommato pacifica, ma il periodo post elezioni ha visto un’escalation di tensione sfociata in proteste a cui la polizia ha reagito violentemente.

Il neo presidente Emmerson Mnangagwa non è riuscito a imprimere al paese la svolta democratica e la rinascita economica che molti si aspettavano. Lo Zimbabwe è così presto ripiombato in una situazione politica molto precaria e l’economia ne ha subito risentito, con un impatto immediato sulle già risicate risorse della popolazione.

A questo quadro già molto complicato si è aggiunto il passaggio del ciclone Idai del 14 e 15 marzo, che ha fatto almeno 700 morti tra Zimbabwe, Mozambico e Malawi, di cui almeno 250 proprio in Zimbabwe. Tra le aree più colpite c’è la regione di Chimanimani, nel nord est del paese, dove case e ponti sono stati spazzati via dalle correnti d’acqua e molte persone sono rimaste senza acqua ed elettricità.

Per capire meglio cosa succede in Zimbabwe, come il paese vive questo momento di incertezza, cambiamento e speranza abbiamo raggiunto una cooperante italiana – che preferisce rimanere anonima – e che vive e lavora nella capitale Harare.

Cosa succede in Zimbabwe: un racconto dal campo

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Vivi in Zimbabwe da un anno e mezzo e hai vissuto sul campo il cambio di governo del paese. Che paese hai trovato quando sei arrivata?

Ho trovato un paese isolato dal regime di Mugabe da un punto di vista economico, sociale e politico. Non sono qui da molto, quindi la mia opinione non è ancora circostanziata, ma l’idea che mi sono fatta è quella di un paese chiuso. Questa chiusura all’interno dei confini nazionali è stata attuata dal 1980 con l’intento, purtroppo mancato, sia di proteggere economicamente il paese e sostenerne la crescita, sia di proteggere una cultura deteriorata e minacciata da secoli di colonialismo e varie forme di dominazione. Ne deriva una struttura sociale molto rigida, basata su regole e rapporti tradizionali e consolidati – sia autoctoni che importati dal modello inglese – di difficile scardinamento.

Poi a novembre 2017 si è verificata una svolta politica: cosa è successo?

Sono stati usati diversi termini per definire cosa è accaduto. Di fatto si è trattato di un vero e proprio colpo di stato, perpetrato dall’esercito ai danni della famiglia Mugabe (Robert e la sua ultima moglie, Grace). Tuttavia, l’espressione colpo di stato è invisa alla comunità internazionale e soprattutto all’Unione Africana, che condanna apertamente qualsiasi forma di violenza atta a prendere il potere spodestando i gruppi che lo detengono e minando l’ordine e la pace di un paese. Quindi nonostante l’uso dei carri armati non si può parlare di colpo di stato, sia sui social media – ancora controllati e spiati dal governo – che sui giornali. Di fatto poi ci sono state delle dimissioni formali del presidente, qualche giorno dopo.

Qual era il clima in quei giorni e i quali i sentimenti della gente?

Dopo le dimissioni di Mugabe le persone si sono riversate in piazza in una esplosione di gioia, riunendosi per esprimere la voglia di libertà dal sistema, tanto a lungo desiderata quanto sofferta. C’era una forte determinazione nel mostrare la volontà di cambiamento e di desiderio che l’era Mugabe finisse, nonostante la propaganda promuovesse un’immagine di Mugabe come un eroe nazionale, un veterano di guerra, l’artefice dell’indipendenza e liberazione dal dominio inglese, avvenuta tardissimo rispetto agli altri paesi africani, nel 1980.

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Cosa è cambiato quindi con le dimissioni di Mugabe del 21 novembre 2017?

Nell’immediato, in generale, l’umore è migliorato e c’era una diffusa sensazione di liberazione da una struttura dittatoriale onnipresente, in cui le amministrazioni e l’intelligence centrale erano molto temuti. Prima le persone non avevano la possibilità di esprimersi liberamente senza la paura di essere denunciate, non solo da esponenti e militanti del partito ma anche da conoscenti e vicini, affrontando poi gravi conseguenze. Da novembre, anche l’assenza della polizia dalle strade ha contribuito a diffondere un clima più rilassato: gli abusi sugli automobilisti, trattenuti per essere multati ingiustamente, erano numerosi. Si trattava di una sorta di raccolta fondi illegale ma tollerata e questa situazione era diventata lo specchio dell’andamento di istituzioni ed enti pubblici, ormai fuori controllo e oltre ogni legalità, che vessavano la popolazione impunemente (anche se purtroppo, l’assenza della polizia ha portato un po’ di caos nelle strade).

Politicamente, all’inizio si è avvertita una maggiore libertà di partecipazione nei processi, tolleranza di opinioni divergenti e meno violenza motivata politicamente. La situazione però è sempre rimasta molto fluida e fragile. Sabato 23 giugno 2018 c’è stato un attentato contro l’attuale presidente, che ha inquinato il clima politico. Successivamente le elezioni si sono svolte in modo tutto sommato pacifico, ma le grandi aspettative della popolazione non sono state soddisfatte.

La popolazione infatti puntava molto su questo voto: sa che l’unico futuro possibile è con una prospettiva democratica, lottando per evitare che un nuovo dittatore si impadronisca del paese e lo tratti come sua proprietà personale (si narra di 15 milioni di dollari di proventi dalle miniere di oro, titanio e diamanti – di cui lo Zimbabwe è molto ricco – spariti in conti esteri).

Si sperava – e si continua a sperare – nell’apertura dei mercati internazionali, per attrarre investimenti e giocare un ruolo di primo piano nel commercio mondiale. Lo Zimbabwe ha un grande potenziale per crescere economicamente, a condizione che tutte le sanzioni siano rimosse e gli investitori partecipino liberamente alle opportunità commerciali presenti, realizzando il grande potenziale delle risorse umane e minerali del paese.

Questa crescita economica deve andare di pari passo con lo sviluppo di una struttura democratica di base, che aiuti quelle organizzazioni della società civile, attive e preparate, ma inesperte nella gestione del dialogo e degli spazi democratici, per ovvi motivi, a crescere e a rafforzarsi. Ugualmente per i partiti di opposizione allo ZANU PF, l’ex partito di Mugabe.

A proposito di Mugabe, si tratta di una figura estremamente controversa, da liberatore a dittatore. Qual è la percezione della gente? E tu cosa ne pensi?

Il popolo dello Zimbabwe considera Mugabe un eroe, anche grazie alla propaganda attuata e veicolata coi mezzi di informazione dal suo partito ZANU PF. Il popolo gli è grato per la lotta d’indipendenza, che deve in gran parte al contributo di Mugabe e di tutti i compagni che si sono sacrificati per la causa, anche se la retorica intorno alla sua figura non è sempre fedelissima alla verità.

Sicuramente è stato il leader della lotta d’indipendenza, ma è stata una lotta che lui ha, per esempio, condotto in parte dal Mozambico, attraverso i mezzi di comunicazione. Come spesso accade, per ricostruire la storia ci vorrebbe un punto di vista neutro, e non quello del vincitore, che in questo caso è quello di Mugabe e di ZANU PF.

Mugabe ad esempio non ha mai riconosciuto le proprie responsabilità per il genocidio del secondo gruppo etnico del paese, gli Ndebele (sebbene non si tratti di un’etnia vera e propria separata dal gruppo maggioritario, gli Shona, ma di una popolazione con diversa lingua e tradizioni in parte imparentate con il gruppo più ampio degli Zulu, di origine Sud Africana).

I cittadini però sono al contempo sono frustrati ed estremamente amareggiati per l’oppressione attuata sotto il regime, e, in generale, credono che se Mugabe non avesse presieduto, o non fosse stato lasciato a presiedere, questo paese per così tanto tempo, lo Zimbabwe oggi non sarebbe in una crisi economica così disastrosa.

I vertici dell’esercito, che hanno beneficiato maggiormente del regime di Mugabe, lo hanno sostenuto fino a quando la moglie, Grace Mugabe, non ha deciso di supportare una corrente di giovani politici, mirando a divenire lei stessa presidente dello Zimbabwe. A tal fine Grace, sfruttando la sua influenza su Mugabe, ha attuato un tentativo di eliminazione dei vertici dell’esercito a lei contrari, che a loro volta si contendevano il potere nel post-Mugabe.

L’esercito allora, per paura di un’epurazione, anticipando un imminente licenziamento, si è sbarazzato di Mugabe. Ma rimangono i grandi complici di Mugabe sulla sofferenza inflitta fin ora alla popolazione.

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Veniamo alle storiche elezioni del 30 luglio 2018: come sono andate?

Il periodo elettorale è stato generalmente pacifico rispetto alle elezioni precedenti del 2008, con episodi di violenza molto isolati a danno dei sostenitori del partito di opposizione (MDC). Nella giornata delle votazioni si è registrato uno svolgimento elettorale apparentemente regolare nella maggior parte dei seggi, con pochissime notizie di irregolarità o intimidazioni agli elettori, per lo meno registrate dai media e dagli uffici preposti al controllo sulla regolarità delle elezioni (ZEC), inclusi gli osservatori elettorali internazionali, tra gli altri, quelli della Delegazione dell’UE.

Il periodo post-elettorale è stato tuttavia caratterizzato da un’atmosfera di tensione poiché la pubblicazione dei risultati delle votazioni presidenziali è stata ritardata rispetto al previsto. Ciò ha spinto alla mobilitazione i sostenitori del partito di opposizione (MDC), sia per il sospetto di brogli sia perché la stima dei dati raccolti dall’opposizione alla fine non è risultata in linea con i dati ufficiali rilasciati dalla Commissione Elettorale dello Zimbabwe.

Le stime raccolte da MDC ai seggi, infatti, sembravano confermare la loro vittoria e non del partito ZANU. Il ritardo nella pubblicazione ha quindi dato l’avvio a manifestazioni popolari che richiedevano il rilascio immediato della conta elettorale.

La situazione si è, quindi, deteriorata rapidamente: alle proteste dei cittadini la polizia ha reagito con violenza, ed è intervenuto anche l’esercito, sparando sui dimostranti disarmati. Alla fine si contavano sei morti accertati tra i civili, alcuni dei quali semplici ambulanti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, e innumerevoli feriti.

Cosa è successo nei mesi successivi al voto?

Dopo la pubblicazione, i risultati elettorali sono stati quindi contestati da MDC e si è richiesto l’intervento della Corte costituzionale. In assenza di prove certe, la Corte ha confermato i risultati assegnando a Emmerson Mnangagwa dello ZANU PF (lo stesso partito dell’ex presidente Mugabe) la vittoria delle elezioni e l’incarico di presidente. Il procedimento giudiziario è stato trasmesso in televisione.

Gli osservatori internazionali dell’UE hanno poi prodotto un rapporto che è stato recepito dalla Risoluzione del Parlamento Europeo sullo Zimbabwe (marzo 2019), che prende atto delle zone grigie sui risultati delle elezioni – costatandone le numerose irregolarità – e condanna fortemente il clima di violenza, le violazioni dei diritti umani (tra cui arresti arbitrari, inclusi di minorenni, che sono stati condannati senza un regolare processo, stupri, violente rappresaglie da parte dell’esercito), denuncia l’uso della violenza contro i cittadini disarmati e invita al rispetto dello stato di diritto, nel rispetto della Costituzione e degli accordi internazionali ratificati dalla Repubblica dello Zimbabwe.

Il nuovo presidente Mnangagwa ha provato ad affacciarsi al mondo come il nuovo rappresentante liberamente eletto da uno Zimbabwe civile, democratico e aperto a nuovi rapporti commerciali, ma la contemporaneità con le violazioni dei diritti umani, a gennaio, da parte dell’esercito e delle forze dell’ordine zimbabwane, hanno portato a un fallimento su tutta la linea.

Sul fronte economico, dal momento delle elezioni la moneta locale (che in realtà non esiste, il cosiddetto bond infatti non è altro che un buono del tesoro che il governo ha stampato per sopperire alla mancanza di contanti), ha subito una svalutazione devastante, nonostante la posizione ufficiale del governo che fissava il valore del bond a 1:1 con il dollaro americano. La svalutazione conferma la mancanza di fiducia da parte dei mercati nei confronti dell’attuale governo.

A ottobre il nuovo ministro delle finanze ha dichiarato che il titolo non era più alla pari con il dollaro USA e ha ordinato l’apertura di conti cosiddetti “nostro”, separando le due valute. Ciò ha eroso i risparmi e le pensioni delle persone per la seconda volta nella storia dello Zimbabwe (la prima era stata nel 2008/09 quando i cittadini si sono visti azzerare i conti correnti e i saldi delle pensioni e assicurazioni incluse quelle mediche).

Il ministro delle finanze ha anche introdotto una tassa del 2% su tutti i pagamenti elettronici superiori a 10 dollari con conseguente aumento del costo di tutti i beni e servizi pagati per via elettronica. Il settore sanitario ha scioperato per 40 giorni per protestare contro le condizioni salariali e di lavoro sfavorevoli e la mancanza di risorse per svolgere i propri compiti, causando una situazione insostenibile negli ospedali pubblici che non hanno potuto garantire le cure ai pazienti.

E in questi primi mesi del 2019 com’è la situazione?

Molte famiglie sopravvivono al di sotto della soglia di povertà. A gennaio si è verificato una seconda ondata di disordini, dopo l’annuncio dell’aumento del 150% dei prezzi del carburante, seguito ovviamente a catena da un aumento dei beni e dei servizi. Le persone lottano per la sopravvivenza, dato che l’aumento dei prezzi non è stato seguito da un aumento dei salari, rimasti stagnanti, soprattutto per il settore pubblico. Si stima che circa 55 aziende abbiano chiuso da quando si sono svolte le elezioni e non sembra che le condizioni possano migliorare nel breve e medio termine.

Durante i disordini di gennaio si sono verificati saccheggi e scontri nella maggior parte dei centri urbani, le aziende di Bulawayo (seconda città dello Zimbabwe) sono state le più colpite, dal momento che la città si trova in una delle regioni che più contrastano il governo e sostengono il partito di opposizione. Diciassette persone sono state uccise dall’esercito e dalla polizia che, ancora una volta, non ha esitato a sparare contro i civili disarmati. Sono stati segnalati casi di stupro e tortura, innumerevoli arresti di civili dalla polizia e, nei giorni seguenti agli scontri, sono stati messi in atto processi sommari nei confronti dei civili fermati, negando loro il diritto ad avere un’assistenza legale. Non si ha notizia delle effettive condanne seguite agli arresti.

Infine, la condizione del settore sanitario si è ulteriormente aggravata dallo scorso anno e si profila una nuova protesta nei confronti del governo a causa dell’assenza quasi totale, negli ospedali pubblici, dei medicinali necessari a garantire le cure dei pazienti e le terapie salva vita. Proprio in questi giorni, l’ospedale centrale di Harare, il Parirenyatwa Hospital, ha pubblicato un appello sulla grave condizione in cui verte la struttura per mancanza di assistenza finanziaria da parte del governo.

Un’ultima domanda sulla tua situazione: il presunto cambiamento politico ha avuto ripercussioni sul tuo lavoro?

Per ora non direi. Nonostante i primi mesi non facciano guardare al futuro con ottimismo, la speranza è che il lavoro, soprattutto in zona rurale, sia meno influenzato dalla politica. Ad esempio, che i risultati dei progetti non siano associati alla bandiera di un partito, per ottenere voti e consensi, ma si lavori insieme per il bene delle comunità. Che ci si impegni per il bene dei più vulnerabili. E ovviamente si spera che il paese si apra e inizi ad avere rapporti commerciali più facili e fluidi, a supporto dell’economia locale.

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Laureata in Scienze Politiche, un Master in Cooperazione e Progettazione per lo Sviluppo e co-fondatrice di Mekané - ideas for development, dal 2008 si occupa di gestione, monitoraggio e valutazione di progetti di sviluppo, alternando esperienze in Italia e all’estero – Tunisia, Etiopia, Mozambico.

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Project manager, contabile, ingegnere, agronomo, medico. Sono tante le possibilità di impiego nella cooperazione allo sviluppo. Ma cosa bisogna studiare? E dopo gli studi?
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