La condizione delle donne indigene in Guatemala

di

donne indigene guatemala

Il Guatemala è un piccolo stato dell’America Centrale, conosciuto storicamente per essere stata la culla della civiltà maya e letterariamente per il romanzo di Marcela Serrano Antigua, vita mia, ambientato nell’antica capitale del paese.

L’8 marzo 2017 però di Guatemala si è parlato per un incendio scoppiato in una casa di accoglienza per minori maltrattati, tossicodipendenti o autori di reati per crimini minori che ha causato la morte di quaranta ragazze.

L’incendio è stato appiccato da alcune ragazze che protestavano contro i maltrattamenti sessuali e fisici subiti all’interno della struttura. Il giorno prima una rivolta contro le condizioni di vita del centro era stata sedata dalla polizia. Alcune decine di ragazze datesi alla fuga erano poi state riprese e rinchiuse nel centro, dove, per protesta, hanno appiccato il fuoco nei materassi. La situazione critica del centro era già stata denunciata diverse volte a partire dal 2012.

La morte di quaranta ragazze nel giorno della festa internazionale della donna ha reso visibile una ferita mai chiusa, ha acceso i riflettori sulla condizione delle donne in paesi come il Guatemala, e in particolare delle donne indigene.

Secondo i dati del 2014 riportati dall’organizzazione internazionale UN Women, in Guatemala il 51,2% della popolazione è rappresentato da donne. Un paese giovane, dove l’età media è 26 anni per le donne e 25 per gli uomini. Nonostante le leggi approvate negli ultimi anni (sulla violenza domestica, sulla violenza sessuale, sul traffico e sullo sfruttamento, sul femminicidio e altre forme di violenza) e il sostegno a politiche a favore della donna (come la Política Nacional de Promoción y Desarrollo Integral de las Mujeres – PNPDIM – e il Plan de Equidad de Oportunidades – PEO-2008-2023), solo il 2% dei municipi è guidato da donne, oltre quattromila ragazze tra i 10 e i 14 anni hanno figli, e nel 2013 759 donne sono morte per violenza.

C’è un altro dato da considerare: in Guatemala la popolazione indigena rappresenta il 42% della popolazione totale. Gli indigeni, in particolare le donne, hanno subito e subiscono diverse forme di discriminazione. Nel 2011 l’analfabetismo tra le donne indigene era del 48% (contro il 19% delle donne non indigene), a causa di discriminazioni nell’accesso al sistema educativo, così come accade nel sistema sanitario e nel mercato del lavoro.

In questo quadro, la partecipazione della donna allo sviluppo economico è limitato da diseguaglianze territoriali, etniche e di genere. Per le donne indigene trovare il proprio spazio per lo sviluppo individuale e sociale è arduo. Il programma Maya elaborato da UNDP (United Nations Development Programme), dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e dall’UNICEF insieme al governo guatemalteco, punta a migliorare la situazione dei popoli Maya, Xinka e Garífuna affinché raggiungano il pieno esercizio dei propri diritti nel sistema giudiziario, nell’educazione e in ambito politico.

Questo lo scenario in cui si muove il CEFA, una ONG italiana presente in Guatemala da 17 anni, che ha attualmente attivi due progetti di cooperazione per il miglioramento delle condizioni delle donne indigene. Abbiamo raggiunto Francesca Minardi, volontaria del servizio civile in Guatemala proprio con CEFA.

Francesca ha avuto una prima esperienza in America Latina lavorando per un anno per la Cooperazione Italiana e ha lavorato a Barcellona come assistente di ricerca sul tema della violenza nelle coppie adolescenti presso il Governo catalano. È in Guatemala da fine 2016, per “capire cosa succede quando si esegue un progetto di sviluppo, visto che finora avevo visto solo le fasi di formulazione e valutazione. In questo senso il servizio civile all’estero è un modo finanziariamente sostenibile (va detto) di fare un’esperienza diretta e importante per vedere come si muovono sul campo gli attori della cooperazione internazionale”.

donne indigene guatemala
Francesca con un gruppo di donne in Guatemala

Francesca, puoi descrivere brevemente le attività del CEFA in Guatemala?

Il CEFA ha attualmente attivi due progetti in Guatemala. Il primo – MARIPOSAS (farfalle) – intende migliorare la qualità di vita delle famiglie svantaggiate di 15 comunità rurali del Dipartimento del Quiché supportando l’istruzione delle bambine, fornendo strumenti e tecniche di produzione agro-ecologiche e accompagnando le donne nella presa di coscienza e nell’esercizio dei loro diritti. L’obiettivo è ridurre la drammatica discriminazione sociale ed economica che grava sulle donne indigene guatemalteche che vivono nelle zone rurali.

Il secondo programma – SAD – utilizza invece fondi provenienti da privati cittadini italiani per alimentare un sistema di sostegno a distanza a favore di bambine e ragazze delle comunità rurali del Dipartimento del Quiché. L’obiettivo è ridurre l’alto tasso di abbandono scolastico per ragioni di genere nelle comunità indigene selezionate, mettendo a disposizione delle giovani più marginalizzate una borsa di studio parziale e un accompagnamento sistematico nel loro processo educativo. Il progetto prevede, inoltre, azioni di sensibilizzazione con le madri di famiglia rispetto all’importanza del diritto allo studio e dell’uguaglianza di genere.

Lavori nel Dipartimento del Quiché, una regione rurale. Qual è la situazione sociale ed economica del territorio?

Il Guatemala è un paese che tuttora attraversa una difficile fase di consolidamento democratico dopo un conflitto armato interno devastante durato 36 anni, e conclusosi nel 1996, durante il quale l’esercito nazionale ha eseguito un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni Maya. Il dolore profondo causato da questa lacerazione civile, lontano dall’essersi rimarginata, pulsa ancora oggi, ogni giorno, nell’intimità del silenzio e dell’interiorità delle comunità locali. Non se ne parla, come non si parla pubblicamente di molte cose in questo dipartimento rurale e a maggioranza indigena dove la popolazione è silente, muta.

Le statistiche ufficiali dicono che 8 persone su 10 sono povere rispetto ai parametri locali. Secondo la Banca Mondiale, nel 2014 il 59% dei guatemaltechi ha vissuto in condizioni di seria ristrettezza economica, rispetto al 51% nel 2006. Ci sono diverse problematiche connesse alla diffusa e severa povertà: la denutrizione, l’alto tasso di mortalità matero-infantile. Il machismo inoltre è radicato ed esteso in ogni ambito della vita pubblica e privata. L’analfabetismo femminile è elevato. Quest’ultimo è un nodo cruciale, ed è una delle più sorprendenti forme di violenza e discriminazione che espongono le donne indigene alla vulnerabilità personale, all’emarginazione sociale e alla dipendenza economica da figure maschili dispotiche e prevaricatrici.

Il Governo periodicamente disegna qualche programma per ridurre l’incidenza di queste problematiche sociali. Il problema, come sempre, risiede nell’implementazione delle iniziative. Ti faccio un esempio: qui a Santa Cruz del Quiché vi è un’istituzione preposta esclusivamente alla tutela dei diritti delle donne indigene. La cosiddetta Defensoría de la mujer indígena assiste, tipicamente, casi di aggressioni intra familiari, di mancato riconoscimento della paternità, di richiesta di divorzio, di abuso sessuale, di violenza patrimoniale e di discriminazione per ragioni di genere. Il servizio è gratuito ed offre assistenza legale e psicologica. Le donne che vi lavorano non comprendono il K’iché (lingua madre della popolazione locale) e l’unica interprete si esprime a fatica nello stentato esercizio di traduzione. E allora a che serve? Pensiamo davvero di poter difendere i diritti di qualcuno se non sappiamo nemmeno ascoltarlo?

Tu in particolare di cosa di stai occupando, Francesca?

Sto contribuendo alla realizzazione di diverse attività su entrambi i progetti (MARIPOSAS e SAD), anche se per la maggior parte del tempo sono impegnata nell’esecuzione di MARIPOSAS. I settori di intervento sono tre: sicurezza alimentare, violenza di genere, educazione. Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, un agronomo accompagna le madri delle ragazze titolari della borsa di studio in un processo di formazione rispetto a tecniche di coltivazione biologica, riciclo dei rifiuti, utilizzo delle acque scure ed elaborazione di prodotti alimentari e per il corpo con le risorse naturali presenti nella comunità. Le azioni per combattere la violenza di genere sono realizzate in parte dal team del CEFA e in parte da Asociación Payasos, una associazione guatemalteca nostra partner che lavora specificamente il tema attraverso il Teatro dell’Oppresso. Con le donne che fanno parte del programma, ci occupiamo di realizzare workshop sui diritti delle donne e le diverse forme in cui essi vengono lesi, per creare consapevolezza rispetto alla problematica e dare gli strumenti per avviare un processo di denuncia, in caso di necessità.

Io personalmente mi sono finora maggiormente applicata nel terzo settore di intervento: l’educazione. Stiamo realizzando due tipi di iniziative: una a favore delle bambine più piccole che ancora stanno completando il ciclo di educazione primaria (di norma dai 7 ai 12 anni), l’altra pensata per le ragazze che frequentano i successivi cicli formativi. Le studentesse più giovani ricevono sei ore a settimana di lezioni di sostegno impartite dalle nostre “promotrici”: donne indigene delle stesse comunità che si distinguono per la volontà di impegnarsi nel difendere il diritto allo studio e per la capacità di adottare tecniche alternative di insegnamento (grazie alla formazione periodica dello stesso CEFA). Le ragazze più grandi – che attualmente hanno un’età compresa tra i 12 e i 21 anni – beneficiano invece di incontri che si realizzano a mesi alterni e che ogni anno sviluppano un argomento di particolare rilevanza con approccio non formale.

Come sono coinvolte nelle attività le donne e le bambine? Quali sono le problematiche che affrontate?

Le donne che partecipano ai progetti del CEFA sono, per la maggior parte, madri di bambine e ragazze che beneficiano di borsa di studio. Il sostegno delle madri è fondamentale per le ragazze a cui riusciamo a dare la borsa di studio: senza l’appoggio – almeno – di una figura femminile nella famiglia, molte ragazze interromperebbero gli studi molto presto, costrette per lo più a lavori domestici e – fino a pochissimo tempo fa – a unirsi precocemente in matrimonio.

Le stesse donne partecipano inoltre alle formazioni in materia di agricoltura biologica e produzione organica impartite dal nostro agronomo: l’idea è di sviluppare le capacità per una produzione di sussistenza variata e di qualità che favorisca la riduzione dell’alto tasso di denutrizione cronica nelle comunità. Nelle comunità più virtuose, abbiamo da poco avviato anche un piccolo programma sperimentale di miglioramento delle tecniche di produzione di elaborati quali creme, shampoo, conserve e marmellate con l’obiettivo di instaurare un piccolo sistema di produzione comunitaria che permetta alle donne di vendere i propri prodotti sul mercato locale. Alcune delle madri, infine, hanno spontaneamente aderito alle attività di Teatro dell’Oppresso: ogni due mesi si riuniscono per un paio di giorni per riflettere sui diversi tipi di violenza a cui sono spesso esposte in ambito domestico, a partire dalla messa in scena di dinamiche quotidiane dolorose realmente vissute.

Vi è poi un secondo gruppo di donne con cui lavoriamo: le promotrici comunitarie. Loro sono le nostre più importanti alleate. Vivono nelle comunità stesse, parlano la lingua locale (il K’iché, per lo più), conoscono le situazioni personali delle famiglie che aderiscono ai nostri progetti e possono quindi aiutarci a risolvere qualsiasi difficoltà che emerga. Il loro è un ruolo fondamentale: accompagnano le bambine nei loro primi 6 anni di istruzione, per sei ore a settimana con lezioni cosiddette di reforzamiento, per far sì che anche nei contesti familiari più svantaggiati le allieve più giovani abbiano una figura di riferimento, appoggio e accompagnamento per la loro istruzione.

Le stesse promotrici, poi, ricevono a loro volta formazione sistematica da parte dei tecnici del CEFA per migliorare le loro capacità di offrire sostegno alle studentesse. Le bambine più piccole sono dunque coinvolte in questo modo: accompagnate da speciali lezioni pomeridiane extracurriculari per un migliore rendimento scolastico. Le ragazze più grandi invece partecipano direttamente ad incontri formativi con il nostro team, affrontando tematiche rispetto a cui hanno manifestato particolare interesse e chiarendo altresì alcuni tra i dubbi più condivisi in materie curriculari.

Quali sono gli ostacoli maggiori?

Sono sempre molti, come è facile immaginare. Il più significativo, però, è forse l’imperare del materialismo nelle comunità. Nelle comunità del Quiché le persone ricercano prevalentemente un beneficio materiale, concreto, economicamente quantificabile, come risultato immediato di ogni attività a cui decidono di partecipare. Giustissimo, si dirà, date le più che precarie condizioni di vita. È però innegabile, credo, che non ci si svincoli da una condizione di vulnerabilità con meri palliativi. La povertà, per come la interpreto io, è il risultato di una serie di dinamiche che non sono solo di produzione economica, ma anche culturali, di produzione sociale quindi, di idee, comportamenti e prassi in definitiva.

Ripensare e ridefinire il rapporto tra i generi perché oggi è lontano dell’essere equo; ripensare e ridefinire l’educazione delle generazioni future perché oggi è lontana dall’essere capace di valorizzare i talenti, il pensiero critico e la responsabilità dei giovani; ripensare e ridefinire le abitudini alimentari perché oggi sono lontane dall’essere salutari. Tutto questo ripensare e ridefinire comportamenti umani assorbe tempo, consuma energie e non ha nulla da offrire sul piano materiale. Almeno non subito.

Ma come sarà vivere in una società popolata da persone sane, in cui nessun bambino abbisogna di componenti nutrizionali fondamentali per l’ottimale sviluppo psico-fisico, in cui le persone sono educate a dare valore alle capacità proprie e altrui, in cui si apprezzano l’abilità di argomentare il dissenso e di innovare, dove ognuno assume la responsabilità della risoluzione dei problemi comuni, in cui donne e uomini si riconoscono e rispettano mutuamente nella loro diversità? Lo sviluppo umano dipende dall’adozione di pratiche comportamentali individuali e collettive che tendano a costruire condizioni di vita armoniose e sostenibili. Questo cambiamento è urgente quanto le tortillas e i frijoles che sfamano l‘intera famiglia a mezzogiorno, ma in pochi ne sentono la necessità nello stomaco, mentre tutti sentiamo forte la fame. E allora, come si fa?

Quali sono i benefici apportati dall’uso del teatro dell’oppresso? Quali nuove consapevolezze vengono raggiunte dalle beneficiarie?

donne indigene guatemala
Un gruppo di donne durante una sessione di Teatro dell’Oppresso

Il Teatro dell’Oppresso è uno strumento che serve a mettere in luce i rapporti di sottomissione e le dinamiche di dominio. In questo caso si lavora la violenza di genere in ambito intra familiare. Il nostro progetto di TdO è iniziato oltre due anni fa con un gruppo di donne e da circa un anno si è avviato anche con un gruppo (meno numeroso, purtroppo) di uomini loro parenti. È un processo lento, e tutt’altro che semplice. Occorrono molta pazienza, una grandissima capacità di ascolto e più di un pelo sullo stomaco.

Ricordo la prima volta in cui le facilitatrici hanno chiesto alle donne, come esercizio, di replicare un gesto di violenza vissuto tra le mura domestiche. Ognuna ha fisicamente ricreato una realtà distinta, tante quante erano le donne partecipanti, oltre dieci. Oltre dieci gesti di umiliazione, aggressione, disprezzo che non potrò dimenticare mai. Violenza fisica, ma anche psicologica. E ancora, violenza economica, patrimoniale, sessuale.

Saper riconoscere i tipi di violenza subìti è la prima capacità sviluppata dalle partecipanti. IL TdO serve anche a rafforzare l’autostima. Si fa un lavoro molto toccante di rivalorizzazione dell’Io ferito, non rispettato, deriso, offeso, violato, che è condizione minima necessaria affinché donne oppresse si trasformino in agenti poderosi di cambiamento, leader di coscienza nella comunità. E se non per sé stesse, per i figli e le figlie loro e della comunità tutta. Di qui un tema di riflessione fondamentale per il nostro progetto: l’importanza dello studio, tanto per i ragazzi come per le ragazze.

Gli uomini quindi vengono coinvolti? Come reagiscono i mariti/ i padri al coinvolgimento delle donne nel progetto?

Quando non sono del tutto assenti per decesso o abbandono, reagiscono in modi diversi. Alcuni si oppongono, altri non ostacolano ma nemmeno aderiscono al processo di cambiamento. Poi ci sono quelli che si mettono in gioco. Gli uomini che fanno parte del gruppo del TdO partecipano a sessioni per la decostruzione del modello di genere attuale a favore della scoperta di “nuove mascolinità”. Innescando meccanismi che favoriscono l’empatia si riflette sulle conseguenze del machismo per l’interiorità della donna.

I partecipanti sono anche invitati a provare, di tanto in tanto, a svolgere qualche compito tipicamente femminile e a condividere le sensazioni provate. Infine, vi sono i papà come Don Tomás (nome di fantasia) della Comunità di Chichá che, unico fra tante donne, assiste e partecipa con attenzione alle attività proposte il giorno della consegna del materiale per la scuola alle bambine con borsa di studio, a pochi giorni dall’avvio dell’anno scolastico. Al momento di scattare la consueta foto di ordinanza per la documentazione dell’effettiva consegna del materiale, Don Tomás non si limita a posare serioso e composto con la propria figlia, come molte madri sono solite fare, ma davvero la stringe affettuosamente a sé passandole un braccio intorno al collo, orgoglioso. E lei, cartella nuova stretta al petto, sorride spontanea.

Come vedono il loro futuro le donne e le bambine beneficiarie?

Sarò sincera: non so come rispondere a questa domanda. Non è affatto frequente che le bambine Maya delle comunità rurali esprimano le loro volontà, le loro ambizioni, i loro sogni veri. Ho l’impressione che facciano fatica ad immaginare una realtà completamente diversa da quella che le circonda. Ed è comprensibile. Diversamente dalla maggior parte delle coetanee, loro vanno a scuola, ma il sistema educativo guatemalteco non stimola, non apre, né incoraggia, quando non fa danni ancora peggiori. Noi cerchiamo di aprire un maggior numero di possibilità con attività extrascolastiche orientate a dare loro strumenti per rafforzare l’autostima, stimolare il pensiero e la capacità di esprimere opinioni, intenzioni e desideri. Il compito della cooperazione è complesso: si può solo suggerire un cambiamento mostrandolo come alternativa possibile. La scelta è poi del singolo, che continua a vivere immerso nella realtà di sempre.

Quali sono le sfide che hai affrontato e le soddisfazioni maggiori che hai avuto?

Le difficoltà sono più che altro relazionate al mio vivere qui e non tanto al lavoro in sé. Santa Cruz del Quiché, principale località del dipartimento, non offre stimoli culturali o ricreativi. Qualsiasi attività termina presto, poco dopo il calar del sole. È una città dove nemmeno è piacevole camminare. Forti rumori di mezzi pesanti, gas di scarico soffocanti, sporcizia ovunque, marciapiedi stretti. Ma soprattutto l’essere costantemente esposta a burla, molestie, sguardi carichi di aggressività sessuale. In città siamo quattro o cinque le straniere non latino-americane. Una condizione che pesa tantissimo, come mai prima d’ora mi era capitato di sentire.

Le maggiori soddisfazioni? Io personalmente sono stata molto felice che il team abbia accolto la mia proposta di trattare con le ragazze il tema della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi, raccogliendo gli spunti offerti dalle ragazze stesse. Eravamo tutti coscienti che fosse una scelta ardita: la sessualità è un tabù assoluto, il sesso è considerato peccato e, conseguentemente, i genitori delle ragazze avrebbero potuto vietare loro di partecipare agli incontri. O le ragazze stesse avrebbero potuto mostrarsi restie a trattare la questione apertamente, in gruppo. Invece no. Mentre parlavo di salute sessuale e riproduttiva, al primo ed unico incontro finora realizzato, ho visto come le ragazze hanno autonomamente tirato fuori carta e penna per prendere appunti.

In generale, credo che in questo particolare contesto sia meglio non avere l’aspettativa di ricevere molte soddisfazioni. Quando se ne sente la mancanza bisogna sapersele andare a cercare quasi da sé. Le persone che vivono nelle comunità dimostrano poco le proprie emozioni, nemmeno i bambini sono curiosi, allegri o espansivi. Diciamo che se riesci ad intravedere anche la minima reazione emotiva a seguito di una tua parola o di una tua azione pensata con amore, quella è una bella soddisfazione da tenersi stretti. Un sorriso di sincero apprezzamento? Quando accade, ti motiva per giorni.

Immagini | CEFA e Francesca Minardi

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

Segnala un errore

Laurea in Scienze Politiche, Diplomi in Monitoraggio e Valutazione, Relazioni Internazionali e Management di Progetti Internazionali. Ha lavorato per ONG, associazioni e società di consulenza in Italia e all’estero. Co-fondatrice di Mekané, si occupa di progetti nel settore artistico e culturale.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultimi

cosa succede in zimbabwe

Cosa succede in Zimbabwe: un paese alla ricerca della democrazia

Dopo 37 anni di dittatura dell'ex presidente Mugabe, il 30 luglio 2018 si sono tenute in Zimbabwe le prime elezioni libere: come sono andate? Come si è evoluta la situazione? Che aria si respira nel paese? Ce lo racconta una cooperante che vive e lavora nel paese.
cosa succede ad haiti

Cosa succede ad Haiti | Un paese in fermento

Dal terremoto del 2010 all’epidemia di colera, dalle dittature alla povertà che dilaga. Gli haitiani hanno sopportato molto ma le ultime misure economiche del governo Moise, imposte dal Fondo Monetario Internazionale, stanno scatenando proteste in tutto il paese.
come sta la cooperazione internazionale

La difficile stagione della cooperazione internazionale

Le polemiche sul ruolo delle ONG nel Mediterraneo e gli scandali a sfondo sessuale che hanno riguardato alcuni operatori impegnati ad Haiti nel 2010 hanno portato a un calo di fiducia - e di donazioni - verso le ONG. Come ripartire?
Torna su