Perché tanti tunisini sono in fuga dalla Tunisia

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Continua il nostro lavoro alla ricerca delle ragioni per cui molte persone lasciano il proprio paese e partono, così come ci avete chiesto voi sulla nostra pagina Facebook. Oggi approfondiamo il contesto tunisino. La Tunisia è un paese particolarmente vicino alle nostre coste e nel 2018 i migranti tunisini rappresentano la prima nazionalità per ingressi con il 21% di chi arriva in Italia. Qui trovate invece gli altri contributi a cui abbiamo lavorato fino ad oggi su EritreaNigeriaSalvadorSiria e Afghanistan.

Una generazione di giovani che fugge dal proprio Paese per mancanza di prospettive. Non stiamo parlando dei nostri “cervelli in fuga”, ma di ragazzi senza la speranza di un futuro diverso rispetto al proprio presente di povertà assoluta: migliaia di giovani tunisini si imbarcano su piccoli pescherecci riadattati a taxi del mare nella speranza di fuggire dalla Tunisia e costruirsi un futuro migliore in Europa. Ma perché i tunisini scappano dal proprio Paese?

Breve storia della Tunisia

Nel 1987 i medici di Habib Bourghiba, Presidente a vita della Tunisia, lo dichiarano inabile e incapace di adempiere i doveri della presidenza a causa delle sue precarie condizioni di salute. La decisione dei dottori avviene sotto forte pressione del Primo Ministro Zine El-Abidine Ben Ali, destinato a prendere il posto di Bourghiba. È infatti proprio grazie al “golpe dei medici” che il futuro dittatore Ben Ali assume l‘incarico di Presidente della Tunisia che ricoprirà per più di vent’anni.

Subito dopo il suo insediamento, Ben Ali inizia un vasto lavoro di riforme: abolisce la carica a vita del Presidente della Repubblica e porta a 5 anni la durata del suo mandato; promuove amnistie e aperture verso le opposizioni liberando 5.000 oppositori, arrestati dal passato regime; isola le formazioni di matrice islamica non permettendo loro di riunirsi sotto un partito ma, al tempo stesso, garantisce a tutti gli altri partiti di opposizione una rappresentanza parlamentare, prima a loro preclusa.

Dopo la sua riconferma alle elezioni del 1994, la presidenza di Ben Ali comincia ad assumere un carattere più autoritario, fino a sfociare in un vero e proprio regime. Durante gli anni ’90 Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato le violazioni dei diritti umani perpetuate dalle autorità tunisine sotto la pressione di Ben Ali stesso. Intellettuali e progressisti vengono arrestati e perseguitati dalle forze di polizia e anche gli oppositori cominciano a essere nuovamente limitati. Le elezioni del 1999 e del 2004 vedono Ben Ali sempre come unico candidato alla Presidenza e rimane incontrastato alla guida del Paese.

Nel 2009 si tengono le prime elezioni pluraliste, ma il Presidente uscente viene nuovamente confermato. Questa volta, però, il suo mandato ha vita breve: a seguito della grave crisi sociale ed economica, nel 2010 divampano in tutte le piazze tunisine le proteste. Le prime scintille della imminente “Primavera Araba” che, di lì a poco, coinvolgerà diversi Paesi africani che affacciano sul Mediterraneo. Il primo atto a scatenare le proteste di massa è il suicidio del giovane disoccupato Mohamed Bouazizi che si da’ fuoco in mezzo al traffico, esasperato dall’indifferenza delle istituzioni alla crisi quotidiana vissuta dai cittadini.

Il 14 gennaio 2011 Ben Ali fugge dal Paese, ormai impotente di fronte all’esplosione delle proteste divampate in tutte le città tunisine. Si apre quindi un periodo di transizione che porta, entro la fine dell’anno, alla formazione di un’Assemblea Costituente e all’elezione di Moncef Marzouki come Presidente. Il 26 gennaio 2014 entra in vigore la nuova Costituzione e si svolgono le prime elezioni riconosciute dalla comunità internazionale come democraticamente libere. A trionfare, a sorpresa, è il partito laico e progressista Appello della Tunisia, a scapito della formazione islamico moderato Ennadha che nella Costituente aveva la maggioranza dei seggi. Alle presidenziali, Marzouki viene sconfitto proprio dal leader di Appello della Tunisia Beji Caid Essebsi, attuale Presidente del Paese.

Malgrado il forte vento di cambiamento respirato dopo la fuga di Ben Ali, la nuova classe dirigente non si è rivelata in grado di affrontare la crisi economica e sociale che negli ultimi anni si è ulteriormente inasprita.

@Amine GHRABI

Da cosa scappato i tunisini

Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. La popolazione tunisina è in media molto giovane: sono tantissimi i ragazzi che vivono nell’ignoranza e nella povertà più assoluta e che non riescono ad immaginare alcuna prospettiva per il proprio futuro. Non a caso la Tunisia è stata una ricca fucina di foreign fighters per l’Isis. Il Califfato offriva a questi giovani, per la prima volta, la promessa di una vita migliore e un motivo vero per cui valesse la pena vivere e morire, per quanto distorte fossero le motivazioni. La presenza nascosta, ma comunque nota, dell’Isis anche in Tunisia ha contribuito inoltre ad affossare il turismo nel Paese, una delle risorse più importanti per l’economia nazionale.

A fuggire dalla Tunisia è quindi un’intera generazione frustrata e senza prospettive. I giovani che non riescono più a resistere e cercano in tutti i modi di partire vengono chiamati “haragas”, letteralmente “quelli che bruciano”. Una definizione con una doppia valenza: sono i giovani che fremono per lasciare un Paese che non ha loro più niente da offrire, ma indica anche una letterale “gioventù bruciata” dalle scelte irresponsabili fatte dai dirigenti delle generazioni precedenti.

Tanti giovani in contatto attraverso i social network con amici e conoscenti che sono riusciti a rifarsi una vita in Europa e che alimentano lo stesso sogno. Spesso organizzano le partenze direttamente sui social, tramite una rete di contatti informali che, alle volte, riescono ad evitare anche le rotte “ufficiali” dei barconi della criminalità più organizzata. Partono in pochi su piccoli pescherecci guidati da pescatori che si sono reinventati scafisti per riuscire a sopravvivere. Una rete di contatti ormai ben radicata, che riesce spesso ad evitare i controlli della marina militare tunisina.

Dove scappano i tunisini

Buona parte dei migranti tunisini sono classificabili come “migranti economici”: non fuggono da guerre o persecuzioni, ma dalle condizioni di povertà assoluta in cui vivono nel proprio Paese. Nel 2017 i tunisini arrivati in Italia sono stati 6.092 secondo il Ministero dell’Interno. A questi andrebbe poi aggiunto un numero non definibile, ma non troppo consistente, di migranti arrivati attraverso i così detti sbarchi fantasma. Date le piccole dimensioni dei pescherecci tunisini, può capitare che alcune imbarcazioni sfuggano ai controlli marittimi e riescano a sbarcare senza che le autorità se ne accorgano.

Nei primi mesi del 2018 sono stati ben 2.889 i tunisini registrati sbarcati sulle nostre coste, prima nazionalità per numero dopo la chiusura quasi totale della rotta libica. Malgrado l’incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un contestato accordo di riammissione per i profughi arrivati in Italia, ma dato il consistente numero di richieste respinte i centri per il rimpatrio fanno fatica a smaltire il lavoro. Per questo molti tunisini si danno alla clandestinità e cercano di raggiungere la Francia, convinti di trovare rifugio fra le numerose comunità tunisine ormai integrate nel tessuto francese. Il sogno europeo passa quindi per l’Italia, ma spesso si infrange di fronte agli accordi internazionali.

Cosa rimane in Tunisia

Le istituzioni tunisine sono in piena crisi. Malgrado il governo rimanga saldo e sicuro sulle proprie posizioni, è evidente che sopratutto a livello territoriale le amministrazioni fanno fatica a rispondere ai bisogni dei cittadini. La corruzione dilaga su tutti i livelli sopratutto a causa dei bassi stipendi. Solo per fare un esempio, lo stipendio medio di un poliziotto corrisponde circa a 327 euro mensili e non è raro che le autorità arrotondino accettando mazzette dagli scafisti o dalla criminalità organizzata. Le carceri sono piene di giovani arrestati per reati legati alla micro-criminalità, come piccoli furti di sussistenza o possesso di droghe leggere, e la soluzione del Presidente Essebsi è quella di concedere amnestie periodiche per alleggerire il carico sul sistema carcerario. Molti di questi giovani poi vengono nuovamente arrestati o tentano la fuggire dal Paese via mare (da qui la convinzione di Salvini che la Tunisia “esporti galeotti sulle nostre coste”).

La Tunisia riceve periodici aiuti dall’Europa, sopratutto dalla Francia, per riuscire a superare la sua situazione di crisi perenne, ma nessun intervento sembra sufficiente. Le generazioni più giovani stanno cercando di fuggire dal Paese mentre quelle più anziane sembrano ormai rassegnate. Le proteste nelle piazze continuano, ma la speranza che qualcosa possa realmente cambiare sembra abbia abbandonato la maggioranza della popolazione.

Perché i tunisini emigrano: Conclusioni

Dalla Tunisia sta arrivando sulle nostre coste un’intera generazione che non riesce a vedere un futuro per il proprio Paese. Andare via per loro è l’unica prospettiva per riuscire a vivere una vita che valga la pena essere vissuta, pur con le mille difficoltà di trovarsi in uno Stato straniero, di fatto, da clandestini. Di fronte alla povertà dilagante, all’impossibilità di investire sul territorio per mancanza di sicurezza e garanzie e alla corruzione endemica delle istituzioni, una vita da fuggitivo in Europa rappresenta una prospettiva migliore rispetto che a rimanere impotente nella propria casa.

Il governo di Tunisi sta cercando di arginare la fuga dei propri giovani stringendo accordi coi Paesi europei per aumentare il controllo sulle coste e per coordinare i rimpatri, piuttosto che concentrarsi sul creare nuove opportunità per le generazioni del futuro. Una strategia che non solo si sta rivelando fallimentare, ma che non farà altro che spingere i cittadini a fuggire. Agli occhi di molti, ormai la Tunisia è un Paese guidato da una classe dirigente incapace di ascoltare i bisogni del popolo e garantire un futuro ai propri giovani. E se i giovani se ne vanno, chi rimane a lottare per ricostruire?

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

2 Comments

  1. Sì, come sempre articoli interessanti.
    Graficamente resi molto bene, per chi ama certi “stili”.
    Ma “difficili” da stampare, se si vuole archiviare un articolo.
    Con Print Friendly escono solo TUTTE LE FOTO della pagina,
    Con la stampa “normale”, seppure in PDF, enormi spazi bianchi, enormi foto inutili per la “sostanza”, infografica “spezzata”. Francamente un risultato scadente.
    Ma capisco che se la grafica è stata strutturata in questo modo nulla si può fare. Eh, certo, i “creativi” sono quelli che comandano. Ma sempre fuffa è, anche se “artistica”.

  2. Quando si scrive un articolo, su una nazione o ci sei vissuto per anni o devi documentarti veramente bene. Quando leggo nell’articolo: ”La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze” bisogna intendersi sul significato delle parole. Povertà e fame, diverse dall’indigenza, che abbonda anche nelle nazioni Europee, cosa significa? Se per povertà s’intende (e lo dice la banca mondiale) un reddito annuo e ripeto annuo di meno di 500 $ (i famosi 1,5$ al giorno), in Tunisia il reddito pro capite medio è 9 volte maggiore. Per fame, significa denutriti. I Paesi nel mondo in cui il 35% della popolazione è denutrita (lo leggo dal link di actionaid) è la Namibia, lo Zambia, la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Popolare Democratica di Corea (il comunismo e la miseria che ha portato…). Paesi in cui la popolazione denutrita è tra il 25% e il 35% sono la Liberia, il Ciad, l’Etiopia, l’Uganda, la Repubblica del Congo, la Repubblica Unita di Tanzania, lo Zimbabwe, il Mozambico, il Madagascar, lo Yemen, l’Afghanistan e il Tagikistan; nessuna menzione sulla Tunisia o il Marocco semplicemente perché i Tunisini non sono denutriti per fame. Sul fatto che i giovani abbiano poche speranze e siano costretti a migrare, sono in buona compagnia con quelli di molte altre nazioni Europee tra cui il nostro e la Grecia, ma anche la Romania, l’Albania, il Kosovo, la Bulgaria o la Serbia (ma l’elenco è lungo se si considera tutto il mondo) e poi un po’ dovunque non hanno mai smesso di protestare. Se poi l’articolo ha uno scopo diverso dalla corretta informazione, faccia un giro in città come Napoli, Palermo o Foggia e guardi se abbiamo di importare altra povertà o indigenza.

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