Perché tanti tunisini sono in fuga dalla Tunisia8 min read

7 Aprile 2022 Migrazioni -

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Giornalista

Perché tanti tunisini sono in fuga dalla Tunisia8 min read

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Il 23% delle persone sbarcate sulle coste italiane nel 2021 è di nazionalità tunisina, la provenienza più rappresentata. Lo stesso è avvenuto nel 2020, 2019 e 2018. In tutto negli ultimi quattro anni sono arrivati via mare in Italia oltre 36 mila tunisini. Come mai? Quali motivazioni spingono così tante persone a scappare dalla Tunisia?

La risposta in realtà è abbastanza semplice. La Tunisia attraversa da numerosi anni una situazione di forte precarietà economica, che si riflette nell’assenza di prospettive della popolazione più giovane, specie nelle aree più povere, che è infatti la più propensa a emigrare.

A questo si sono aggiunte le conseguenze della pandemia con relativo crollo del turismo, un importante deterioramento delle istituzioni democratiche a partire dal 2021 e, da ultimo, il rischio carestia dovuto al blocco dell’import dei cereali da Ucraina e Russia.

Approfondiamo quindi la situazione politica, sociale ed economica del paese e i principali flussi di emigrazione che da essa derivano.

Breve storia della Tunisia

La Tunisia è stata molte cose nel corso dei secoli della sua storia, molto di più di quel che dice il suo nome in lingua berbera: ovvero “luogo dove passare la notte”. La Tunisia, infatti, è il luogo dove è stata fondata nell’814 a.C. Cartagine, la grande rivale fenicia di Roma.

In seguito, dopo la conquista romana e la distruzione di Cartagine, l’odierna Tunisia fu conquistata dagli arabi e convertita all’Islam tra il VII e l’VIII secolo d.C., dopo ben sette spedizioni militari necessarie a domare la resistenza dei berberi. Gli arabi fondarono anche quella che è poi divenuta la moderna capitale del paese, ovvero Tunisi, all’epoca al-Qayrawan, dove costruirono la più antica moschea del Maghreb a partire dal 670 d.C.: la Grande Moschea di Qayrawan.

Nel XVI secolo fu il turno dei turchi e il paese divenne l’Eyalet di Tunisi, ovvero una provincia dell’Impero Ottomano nel quale rimase sino alla colonizzazione francese del 1881 che durò fino all’indipendenza del 1956. Di lì in poi a dominare la scena fu la figura del padre della patria Habib Borguiba che rimase in prima fila fino alla sua deposizione da parte del generale Ben Ali nel 1987. Quest’ultimo costruì un regime autoritario che venne abbattuto dalla Rivoluzione dei Gelsomini nel 2011 nel quadro più generale delle Primavere Arabe.

La Rivoluzione tunisina che pure aveva suscitato molti entusiasmi per essere stata l’unica nell’area ad assicurare il pluralismo politico, un regime di laicità e di rispetto dei diritti femminili fino a vedere ora la scelta di una donna, Najla Bouden, nel ruolo di primo ministro, si è incagliata in una grave crisi economica dalla quale i diversi esecutivi non hanno potuto tirarla fuori.

La stessa ascesa di Bouden è avvenuta nel quadro della crisi istituzionale del 2021 che ha prodotto lo stato di emergenza e la sospensione dei lavori del Parlamento, controversi provvedimenti adottati dal presidente della Repubblica Kais Saïed.

Nuove elezioni sono state fissate per il 17 dicembre 2022, ma non si conosce ancora con quale legge elettorale verranno eletti i nuovi rappresentanti del popolo. La situazione viene interpretata da alcuni osservatori come un colpo di stato effettuato contro il partito islamista Ennahda che ha governato il paese tra il 2011 e il 2014 e il partito populista Qalb Tounes.

@Amine GHRABI

Da cosa scappano i tunisini

Sebbene il quadro politico tunisino sia reso complesso dal provvedimento di sospensione dell’attività parlamentare adottato dal presidente Saïed attraverso il ricorso all’articolo 80 della Costituzione tunisina e dalla presenza storica inquietante di un jihadismo interno che ha offerto una forte manovalanza negli anni scorsi al fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, le cause del flusso migratorio in partenza dalla Tunisia risiedono nel peggioramento drastico della situazione economica del paese.

I numeri sono chiari e impietosi per il paese nordafricano: nel 2020, anno della pandemia da Covid-19, l’economia tunisina ha subito un collasso dovuto alle misure di restrizione per contenere la diffusione del virus che hanno inciso sul turismo e al deficit energetico, registrando un tasso di crescita del -9%.

Nei primi tre trimestri del 2021 l’economia ha dato segnali di ripresa con una crescita del 2,9%, ma gli indicatori economici rimangono critici: tasso di disoccupazione al 17,9% (fino ad oltre il 30% nelle fasce più giovani della popolazione); rapporto debito/Pil oltre l’80% e, a prezzi correnti, prodotto interno lordo inferiore a quello del 2016.

In un paese come la Tunisia dove la cosiddetta economia informale (ovvero quella che non rientra nella contabilità ufficiale e di cui è parte anche l’economia illegale) ha un peso secondo alcune stime del 50%, l’impatto dell’emergenza sanitaria con il lockdown è stato terribile.

Per quel che riguarda, invece, una delle voci principali del bilancio tunisino, ovvero il turismo, la perdita di posti lavoro nel 2020 avrebbe raggiunto la cifra di due milioni di unità in un paese con una popolazione di poco meno di 12 milioni di persone.

In questa situazione l’esecutivo di Tunisi ha deciso di prendere in prestito 7 miliardi di dollari da banche estere e fondi interni per coprire le spese dell’anno in corso e provare a sostenere l’economia, mentre il Fondo Monetario Internazionale per elargire sussidi come al solito raccomanda tagli ai salari dei dipendenti pubblici.

Come se la situazione non fosse già abbastanza precaria si è aggiunta anche la guerra in Ucraina a determinare un contesto di possibile carestia, dato che il paese importa il 70% dei cereali che le sono necessari dall’estero.

È evidente che in una situazione del genere la parte più giovane della società, che rappresenta più del 20% del totale della popolazione, non veda alcuna prospettiva di un futuro e che decida di andarsene altrove con ogni mezzo, soprattutto se vive nell’entroterra del paese che ne costituisce la parte più povera e marginalizzata.

Sono giovani spesso in contatto attraverso i social network con amici e conoscenti che sono riusciti a rifarsi una vita in Europa e che alimentano lo stesso sogno. Spesso organizzano le partenze direttamente sui social, tramite una rete di contatti informali che, alle volte, riescono ad evitare anche le rotte “ufficiali” dei barconi della criminalità più organizzata. Una rete di contatti ormai ben radicata, che riesce spesso ad evitare i controlli della marina militare tunisina.

Dove scappano i tunisini

La diaspora tunisina ha una portata mondiale. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2014, quantificano i tunisini nel mondo in circa 1,3 milioni, ben il 10% della popolazione residente in patria. Oltre l’80% di questa presenza tunisina nel mondo è in Europa, in particolare in Francia, dove nel 2017 risiedevano 824.020 persone, e Italia, con 217.133 persone tunisine residenti. I dati sono certamente aumentati negli anni successivi, anche se non è più disponibile un quadro completo della diaspora tunisina nel mondo.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’ultima rilevazione del Ministero del Lavoro sulla comunità tunisina in Italia (pdf), i regolarmente soggiornanti nel 2020 erano 99.779. Si tratta della tredicesima comunità per numero tra le nazionalità presenti in Italia, in calo rispetto al 2019 anche per il fenomeno dell’acquisizione di cittadinanza: infatti tra il 2012 e il 2019, 29.096 tunisini hanno preso la cittadinanza italiana.

La considerevole differenza tra gli oltre 200 mila tunisini residenti nel 2017 e i 100 mila del 2020 è spiegabile, oltre che con le nuove cittadinanze, con il fatto che il primo dato fornito dall’Osservatorio nazionale delle migrazioni tunisino include il numero degli iscritti nei registri consolari, senza prendere in considerazione la situazione di regolarità o meno della residenza.

Per quel che riguarda la sua composizione, nella comunità tunisina, come accade anche per altre nazionalità, si verifica uno squilibrio di genere con il 39,4% di donne e il 60,6% di uomini. I minori invece erano nel 2020 28.358 con una presenza di 447 minori non accompagnati in crescita del 78,1% rispetto al 2019.

Le cittadine e i cittadini tunisini risiedono soprattutto nel nord della nostra penisola (56%). Il livello di istruzione tra gli occupati è medio-basso: quasi il 70% ha al massimo la licenza media. La distribuzione degli occupati per settori produttivi è molto diversa dalle altre comunità perché nel caso tunisino il 25% lavora nell’Agricoltura, caccia e pesca contro il 6% in media delle altre nazionalità, ma il settore prevalente è comunque quello industriale con il 34% della forza-lavoro tunisina impegnata in questo comparto produttivo.

Le rimesse verso la Tunisia hanno superato i 62 milioni di euro nel 2019 con un incremento del 12,1% rispetto all’anno prima.

Perché i tunisini emigrano: conclusioni

Le istituzioni tunisine sono in piena crisi. Il sistema politico-istituzionale è congelato dai provvedimenti del presidente della Repubblica Kais Saïed di sospensione dei lavori del Parlamento. L’economia è molto sofferente, e i giovani soprattutto dell’entroterra duramente colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione continuano a non vedere prospettive. Sulla costa e a Tunisi, invece, le condizioni sono relativamente migliori, tuttavia il crollo dell’industria turistica sotto i colpi del covid-19 non lascia ben sperare per il prossimo futuro.

Per questa generazione, andare via è l’unica prospettiva sensata, pur con le mille difficoltà di trovarsi in uno Stato straniero, spesso da clandestini. Di fronte alla povertà dilagante, all’impossibilità di investire sul territorio per mancanza di sicurezza e garanzie e alla corruzione endemica delle istituzioni, una vita da fuggitivo in Europa rappresenta una prospettiva migliore che rimanere impotente nella propria casa.

L’orizzonte è reso ancora più oscuro dalla guerra in Ucraina, paese grande esportatore di cereali, da cui la Tunisia dipende. Il vantaggio relativo di Tunisi sta nella sua vicinanza all’Europa e in particolare a Italia e Francia. Questi paesi e l’Unione Europea in generale si renderanno conto del pericolo di lasciar andare alla deriva un paese così prossimo alle porte del Vecchio Continente? Oppure continueranno a preoccuparsi della Tunisia solo in qualità di paese esportatore di emigranti?

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Quello che più mi piace è la parola scritta, il contrasto tra il nero del testo e il bianco della pagina. In sintesi sono un giornalista: amo scrivere, amo raccontare.
2 Commenti
  1. Enza

    Sì, come sempre articoli interessanti. Graficamente resi molto bene, per chi ama certi "stili". Ma "difficili" da stampare, se si vuole archiviare un articolo. Con Print Friendly escono solo TUTTE LE FOTO della pagina, Con la stampa "normale", seppure in PDF, enormi spazi bianchi, enormi foto inutili per la "sostanza", infografica "spezzata". Francamente un risultato scadente. Ma capisco che se la grafica è stata strutturata in questo modo nulla si può fare. Eh, certo, i "creativi" sono quelli che comandano. Ma sempre fuffa è, anche se "artistica".

  2. Salvo

    Quando si scrive un articolo, su una nazione o ci sei vissuto per anni o devi documentarti veramente bene. Quando leggo nell’articolo: ”La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze” bisogna intendersi sul significato delle parole. Povertà e fame, diverse dall’indigenza, che abbonda anche nelle nazioni Europee, cosa significa? Se per povertà s’intende (e lo dice la banca mondiale) un reddito annuo e ripeto annuo di meno di 500 $ (i famosi 1,5$ al giorno), in Tunisia il reddito pro capite medio è 9 volte maggiore. Per fame, significa denutriti. I Paesi nel mondo in cui il 35% della popolazione è denutrita (lo leggo dal link di actionaid) è la Namibia, lo Zambia, la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Popolare Democratica di Corea (il comunismo e la miseria che ha portato…). Paesi in cui la popolazione denutrita è tra il 25% e il 35% sono la Liberia, il Ciad, l’Etiopia, l’Uganda, la Repubblica del Congo, la Repubblica Unita di Tanzania, lo Zimbabwe, il Mozambico, il Madagascar, lo Yemen, l’Afghanistan e il Tagikistan; nessuna menzione sulla Tunisia o il Marocco semplicemente perché i Tunisini non sono denutriti per fame. Sul fatto che i giovani abbiano poche speranze e siano costretti a migrare, sono in buona compagnia con quelli di molte altre nazioni Europee tra cui il nostro e la Grecia, ma anche la Romania, l’Albania, il Kosovo, la Bulgaria o la Serbia (ma l’elenco è lungo se si considera tutto il mondo) e poi un po’ dovunque non hanno mai smesso di protestare. Se poi l’articolo ha uno scopo diverso dalla corretta informazione, faccia un giro in città come Napoli, Palermo o Foggia e guardi se abbiamo di importare altra povertà o indigenza.

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