Perché così tanti eritrei partono dall’Eritrea

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Continua il nostro viaggio nei paesi di partenza dei migranti e la ricerca delle ragioni per cui molte persone lasciano dolorosamente il proprio paese e i propri familiari, così come ci avete chiesto voi sulla nostra pagina Facebook. Oggi approfondiamo il perché dell’esodo del popolo eritreo. Qui trovate invece gli altri contributi a cui abbiamo lavorato fino ad oggi su NigeriaSalvadorSiria e Afghanistan.

Oltre 400.000 eritrei hanno lasciato il proprio Paese in un solo anno e solo 40.000 sono arrivati sulle nostre coste. Per nazionalità gli eritrei sono secondi come ingressi in Italia nel 2018: qui trovate i dati. Gli altri o si sono dispersi durante il lungo viaggio attraverso il deserto o sono rimasti bloccati nelle carceri libiche ed egiziane, torturati dai propri carcerieri. Ma perché tante persone fuggono dall’Eritrea pur sapendo i grossi pericoli che corrono durante il viaggio?

Eritrea| le basi per orientarsi

Dal 1890 l’Eritrea è stata una delle poche colonie italiane in Africa. Questo status è durato fino al 1941 dopo l’occupazione inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Al termine del conflitto, le Nazioni Unite stabiliscono l’annessione del piccolo Stato all’impero etiope come stato federato. Ma nel 1962 l’imperatore etiope Haile Selassie decide di annettere in maniera completa l’Eritrea al proprio impero, scatenando una lunga guerra di indipendenza. Nel corso degli anni settanta, si apre anche il fronte di guerra civile fra le due fazioni indipendentiste: il Fronte di liberazione eritreo (Fle) e il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Fple), di ispirazione marxista e apertamente sostenuto dal blocco sovietico. Dopo l’affermazione della fazione comunista alla fine degli anni ’70, si riapre prepotentemente il conflitto con l’Etiopia: l’esercito del Negus riesce ad occupare buona parte del Paese, sostenuto in campo internazionale anche dagli USA e dal blocco Alleato. Nel 1984 parte la controffensiva dei gruppi indipendentisti che riescono a liberare definitivamente il Paese nel 1991 con la riconquista della capitale Asmara. Nel 1993 si tiene un referendum per decidere se l’Eritrea debba rimanere uno stato federato dell’Etiopia o diventare uno Stato del tutto indipendente. Le votazioni, svolte sotto l’egida dell’Onu, si concludono con ben il 99% dei voti favorevoli all’indipendenza. Alla guida di un’Eritrea ormai indipendente viene nominato il Presidente Isaias Afewerki, tutt’oggi ancora in carica. Ma la pace completa non è mai realmente arrivata: negli anni ’90 rimane aperto il conflitto con l’Etiopia, privata del suo unico accesso al mare dall’indipendenza eritrea e nuove tensioni si aprono anche col vicino Yemen. Nel 2000 viene finalmente siglato ad Algeri un accordo di pace con l’Etiopia che pone fine a 42 anni di incessante conflitto.

Malgrado la pace e l’adozione di un modello democratico dello Stato con la Costituzione del 1997, il presidente Afewerki si rivela ben presto un leader autoritario: la carta costituzionale formalmente in vigore non viene applicata, molti diritti democratici vengono sospesi per la paura di presunte cospirazioni contro lo Stato, la magistratura viene sostituita con Corti Speciali e resta in vigore una leva obbligatoria che costringe centinaia di migliaia cittadini ad arruolarsi nell’esercito regolare. Questa è attiva dal 1995 e non risparmia neanche gli uomini di 50 e 60 anni. Oltre a scongiurare l’organizzazione di cellule di rivolta locali, la leva obbligatoria fornisce al governo soldati adatti a lavori di manodopera a bassissimo costo, impiegata soprattutto per lavori pubblici e interessi della classe politica al potere.

Da cosa scappano gli eritrei

Buona parte degli eritrei scappa proprio dal servizio militare obbligatorio: sulla carta dovrebbe durare 18 mesi, ma secondo rapporti di Amnesty International moltissimi finiscono per svolgere la leva a tempo indeterminato senza possibilità di servizi alternativi per gli obiettori di coscienza per motivi religiosi, etici o di coscienza. Svolgere il servizio di leva rimane anche una condizione necessaria per ottenere il passaporto. Con le dimensioni del suo esercito e il massiccio investimento nell’industria bellica, l’Eritrea è fra i Paesi più militarizzati del mondo e sotto osservazione speciale dell’Onu a causa delle torture applicate in maniera sistematica ai prigionieri oppositori e non. Human Rights Watch ha definito quella eritrea una delle più feroci dittature del mondo che può ‘vantare’ ben 361 tra carceri e centri di detenzione. Anche la libertà di stampa è stata, di fatto, abolita e ad Asmara non ci sono più corrispondenti esteri della stampa occidentale ormai dal 2010. Secondo la Ong “Reporters sans frontières”, l’Eritrea è stata per anni il Paese meno libero del mondo.

Secondo i report dell’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2015 oltre 400 mila eritrei hanno lasciato il Paese, pari al 9% della popolazione totale. La maggior parte fugge, come già detto, per evitare la leva obbligatoria e diventare schiavi del regime fra le maglie dell’esercito. Inoltre, la paura di essere arrestati e finire torturati nelle carceri accomuna tutti i cittadini che non fanno parte della classe egemone di governo. Non esistono partiti di opposizione e non è possibile manifestare la propria contrarietà al regime senza finire incarcerati.

In mancanza di prospettive e nella povertà più assoluta, chi ha la forza decide di lasciare il Paese e i propri cari con l’intenzione di intraprendere un “viaggio della speranza” verso l’Europa, con l’auspicio di stabilirsi là e trovare una fonte di sostentamento che possa mantenere la famiglia rimasta in Eritrea.

Rifugiati Eritrea
@Overseas Development Institute

Dove scappano gli eritrei

Chi fugge dall’Eritrea lo fa verso l’Europa compiendo un viaggio di più di 4.000 km attraverso il deserto: tutto parte dall’Eritrea Occidentale, dove i gruppi criminali raccolgono i profughi per farli espatriare prima in Sudan, dove vengono consegnati ai trafficanti nomadi che li guidano attraverso le rotte nel deserto verso l’Egitto o la Libia. Il costo del viaggio solo per lasciare il Corno d’Africa è di 3.000 dollari a persona: in Eritrea buona parte della popolazione riesce a sopravvivere qualche decina di dollari all’anno ed è quindi evidente che in pochi possono permettersi anche solo di lasciare il Paese. Chi finisce nel giro ma si rivela incapace di a pagare la cifra richiesta, viene preso come ostaggio e torturato durante la detenzione. Questa strategia viene spesso perpetuata dalle bande criminali con la complicità della polizia corrotta locale che finisce per sbattere in carcere anche chi a provato a fuggire senza riuscirci.

Una volta arrivati sulle coste del Mediterraneo il peggio è tutt’altro che passato: Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto nel quale viene mostrato che i trafficanti egiziani spesso prendono in ostaggio i profughi torturandoli per chiedere un riscatto alle famiglie. Gli intervistati dalla Ong riportano subito abusi da parte dei trafficanti, scariche elettriche, ustioni, pestaggi con spranghe o bastoni e aver visto persone appese dai soffitti e minacciate di morte.

Per arrivare in Europa, un profugo eritreo deve quindi sopravvivere agli abusi della polizia locale e delle bande criminali in patria, al viaggio in mezzo al deserto, alle torture dei trafficanti egiziani o libici e alla traversata del Mediterraneo sul barcone di uno scafista. Un viaggio infernale che non scoraggia comunque i profughi eritrei, in fuga da un Paese che non ha più niente da offrire loro se non paura e schiavitù.

Nel 2015 in Italia sono sbarcati ben 40.000 profughi, ma pochissimi di loro hanno chiesto asilo nel nostro Paese. Il rapporto è di uno su cento. L’Italia rappresenta solo un ponte per il resto d’Europa: secondo i dati Eurostat del 2015 recentemente diffusi da OpenMigration.org, il Paese più gettonato per le richieste di asilo è la Svizzera (9520), seguita dalla Germania (7885), dai Paesi Bassi (6980), dalla Svezia (6780), dalla Norvegia (2895) e dal Regno Unito (2865). Nel nostro Paese le richieste sono state appena 475.

Anche Israele è stata per un certo periodo meta per gli eritrei in fuga: secondo le stime del Ministero degli Interni israeliano, sarebbero circa 30.000 i profughi arrivati dal 2006 al 2012. Le recenti politiche restrittive per l’immigrazione (inclusa la costruzione di un muro di 230 km sul confine egiziano) e i provvedimenti di espulsione per gli eritrei già presenti sul territorio, hanno scoraggiato nuovi ingressi dirottando tutto il traffico di migranti verso il Mediterraneo e l’Europa.

Quello che rimane in Eritrea

L’Eritrea è uno dei Paesi più poveri del mondo, con un Pil procapite di appena di 800 dollari all’anno che corrispondono a meno di 70 dollari al mese. Buonissima parte dei cittadini sopravvive grazie ai soldi che arrivano dai parenti che sono riusciti a fuggire e a trovare lavoro in Europa. Di fatto, una delle voci più significative dell’economia nazionale sono proprio i piccoli capitali stranieri che arrivano dagli eritrei espatriati. La siccità persistente e il generale cambiamento climatico della regione sta provocando una consistente perdita permanente di risorse naturali. Questo non fa che peggiorare una crisi economica da cui ormai non sembra esserci più ripresa.

Sul piano internazionale, l’Europa assiste l’Eritrea attraverso diversi programmi di aiuto che rappresentano anche la principale leva politica sul regime di Afewerki: il Parlamento europeo ormai da tempo chiede la fine delle violenze nel Paese e l’ingresso in Eritrea degli osservatori dell’Onu per l’avvio di un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani. Mancando ormai da anni un vero e proprio documento di Bilancio dello Stato verificato, non è nemmeno chiaro come il regime impieghi le entrate statali e pesanti accuse pendono sul governo di Asmara anche riguardo al finanziamento dei gruppo terroristici della regione. Anche i rapporti con l’Etiopia rimangono tesissimi e l’alto grado di militarizzazione del Paese viene giustificato da Afewerki proprio in risposta alla presunta ostilità crescente del governo di Addis Abeba.

Perché gli eritrei scappano? Conclusioni

Gli eritrei fuggono da un Paese dove la miseria e la paura sono l’unica certezza. Affrontare il viaggio infernale attraverso il deserto, per quanto assurdo possa sembrare, è per molti l’unica speranza per trovare un futuro non solo per sé ma anche per i propri famigliari. Chi parte lo fa consapevole dei rischi e con la speranza di poter arrivare in Europa per mantenere i propri cari, non in  grado di affrontare un viaggio tanto pericoloso. Torture, abusi e rapimenti non sono sufficienti per scoraggiare uomini e donne che non hanno praticamente niente da perdere nel proprio Paese. Se la paura delle medesime violenze viene vissuta quotidianamente rimanendo in Eritrea, tanto vale tentare la via di fuga almeno per il bene dei propri cari, che restano intrappolati in un Paese che non ha più niente da offrire loro.

5 link per saperne di +

Il + sintetico

5 cose da sapere sugli eritrei secondo Open Migration.

Il + empatico

Dalle pagine di Internazionale, la storia di Hailù, ragazzino sordo fuggito dall’Eritrea con la famiglia:

Il + analitico

Il rapporto di Human Right Watch del 2017 sull’Eritrea.

Il + vicino

Il racconto del di Yosef,profugo eritreo tenuto prigioniero in Libia, dalle pagine di Repubblica.

La + italiana

Approfondimento del Post sulla Capitale eritrea Asmara, considerata da molti la Roma del Corno d’Africa:

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

5 Comments

  1. Io sono Eritrea, nata ad Asmara. Purtroppo è tutto vero!! Io piango quando leggo articoli così, per il mio paese e per popolo eritreo.

  2. Sto leggendo “La frontiera” di Alessandro Leogrande che riporta, tra le altre, storie di eritrei in Italia. Imperdibili! Lo consiglio davvero

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