Perché tanti pachistani scappano dal Pakistan

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Continua il nostro lavoro alla ricerca delle ragioni per cui molte persone lasciano dolorosamente il proprio paese e partono, così come ci avete chiesto voi qui e sulle pagine social. Oggi approfondiamo la situazione in Pakistan. I migranti pachistani sono tra le prime dieci nazionalità di chi arriva in Italia. Qui trovate invece gli altri contributi a cui abbiamo lavorato fino ad oggi su Tunisia, EritreaNigeriaSalvadorSiria e Afghanistan.

Perché un Paese con una crescita del PIL pari al 5,6% vede così tanti suoi giovani fuggire verso l’Europa? Il conflitto quasi secolare con i vicini dell’India è solo una parte del problema. Cerchiamo di capire assieme perché tanti pakistani fuggono dal Pakistan malgrado lo stato di “Paese sicuro” attribuito alla popolosa nazione asiatica.

Breve storia del Pakistan

Nel 1947 le estremità nordoccidentali e nord-orientali dell’India ottengono l’indipendenza per volontà del viceré indiano e diventano il Pakistan. Alla base della decisione vi sono i forti contrasti culturali fra indù e musulmani: questi ultimi sono presenti in gran numero nella colonia britannica ma rimangono una minoranza spesso oppressa in alcune regioni del Paese. Quella passata alla storia come la “partizione” provoca l’esodo di 15 milioni di persone decise a spostarsi fra Pakistan e India in base alla propria religione e origine etnica. In queste circostanze non mancano episodi di violenza, con le maggioranze etniche che finiscono per scacciare o perseguitare le minoranze dalle varie zone. Si calcola che a causa dell’esodo di quei giorni siano morte circa un milione di persone. Una nascita travagliata per il Pakistan, caratterizzata da violenza e morte che andranno avanti per tutti i 70 anni successivi. Per decenni Pakistan e India hanno portato avanti una vera e propria guerra di confine, con gli eserciti dei due Paesi che hanno continuato ad invadere ed occupare i territori reciproci lungo il confine. La guerra del Kashmir nasce proprio a causa della volontà dell’India di ostacolare le mire espansioniste del Pakistan. Nel 1971, a seguito delle elezioni politiche, il Presidente pakistano Yahya Khan rifiuta di concedere una rappresentanza governativa al Pakistan orientale. Ne consegue una guerra civile che finirà per coinvolgere anche la stessa India. Proprio grazie all’intervento degli odiati vicini, il Pakistan orientale ottiene l’indipendenza e diventa l’attuale Bangladesh.

Nei decenni successivi, il Pakistan ha attraversato diversi crisi politiche che hanno portato ad alternanti fasi di governi autoritari e democratici. Nel 1999 il generale Pervez Musharraf porta a compimento un colpo di Stato sulla scia di una vasta sollevazione popolare scatenata dal crescente autoritarismo e le voci di corruzione del governo di Nawaz Sharif. Anche se inizialmente inizia un nuovo processo di democratizzazione, Musharraf finisce col concentrare su se stesso tutto il potere ricostituendo di fatto un regime autoritario. Nel 2007 si accendono le proteste contro il governo a causa della crisi e dell’instabilità politica. Alla fine dell’anno, al termine di una manifestazione di protesta, la leader dell’opposizione Benazir Bhutto viene uccisa in un attentato. La pressione su Musharraf si fa quindi sempre maggiore e nell’agosto del 2008 rassegna le proprie dimissioni dopo che viene aperta contro di lui una procedura di impeachment. Nello stesso anno, Asif Ali Zardari, marito di Benazir Bhutto, viene eletto nuovo Presidente. Nel 2013 si svolgono nuove elezioni che vedono nuovamente vincitore Nawaz Sharif, primo ministro del Paese per la terza volta. Nel 2017 viene però rimosso dal suo incarico dalla Corte Suprema a causa di un suo coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers. Nel 2018 Sharif è stato condannato a 10 anni di carcere per corruzione. Il prossimo 25 luglio si terranno nel Paese nuove elezioni politiche: il testa a testa è fra il candidato Imran Khan, ex star del cricket e leader del partito Pakistan Thareel e Insaf (PTI), Bilawal Bhutto Zardari, figlio maggiore di Benazir Bhutto e Asif Ali Zardari, candidato del Pakistan Peoples Party (PPP) e Shehbaz Sharif, fratello di Nawaz Sharif, candidato del Pakistan Muslim League (PML).

Nel caos politico che ha da sempre caratterizzato il Pakistan, i rapporti con l’India non si sono mai distesi: pare che il governo pakistano abbia più volte incentivato volontari ad unirsi alle sacche di resistenza nei territori occupati dai militari indiani come il Kashmir e ci sono sospetti fondati che in passato abbia finanziato anche gruppi terroristici attivi in India. Si calcola che dalla metà degli anni ’80 ad oggi, guerriglia pakistana e repressione indiana abbiano causato più di 40 mila morti. Un odio radicato da anni di guerra ininterrotta il cui prezzo è stato pagato, come sempre, dalla popolazione civile.

ragazzo pakistano
@Steve Evans

Da cosa scappano i pakistani

Sui confini pakistani sono aperti dei veri e propri fronti di guerra: a nord la regione del Kashmir contesa ormai da più di 70 anni con l’India in un conflitto che non accenna a finire, mentre a ovest c’è il confine meridionale dell’Afghanistan, ormai completamente in mano ai talebani che hanno da tempo cominciato a penetrare anche oltre il confine pakistano, assieme a altri gruppi terroristici come Al Qaida e Isis.

Proprio lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di venerdì scorso durante un comizio elettorale dove hanno perso la vita 132 persone e altre 200 sono rimaste ferite. La campagna elettorale per le prossime elezioni era già stata presa di mira per nuovi attentati: altre 20 persone sono morte mercoledì scorso a Peshawar a seguito di un attentato kamikaze.

Un altro problema critico per il Pakistan riguarda il costante flusso di profughi in fuga dall’Afghanistan meridionale in mano ai talebani. Nel Paese si sono rifugiati negli anni più di 1,3 milioni di profughi afghani registrati, a cui vanno aggiunti anche i non registrati che si stimano possano aggirarsi anche loro sul milione. Da tempo il governo è in grave crisi sulla gestione dell’accoglienza anche considerando il fatto che il Pakistan è il quinto stato più popolato del mondo (209.970.000 di abitanti) con una superficie di 796.095 km² . Anche nelle regioni più interne del Paese si respira un palpabile clima di tensione che non fa altro che aumentare la paura e l’intolleranza verso i profughi.

Coloro che fuggono dal Pakistan si lasciano alle spalle la perenne instabilità politica, la principale paura per i talebani e gli attentati, oltre la costante mancanza di opportunità di lavoro per i giovani che rappresentano ormai il 70% della popolazione. Ma solo la classe benestante e ben istruita riesce effettivamente a partire clandestinamente. Infatti il costo da pagare ai trafficanti per lasciare il Paese si aggira attorno ai 10-15 mila euro.

Dove scappano i pakistani

La meta principale per i pakistani che fuggono è l’Europa e il nostro Paese è una delle mete più popolari. In Italia le richieste di asilo sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni: dalle 13.310 del 2007 fino alle 123.600 del 2016. Tuttavia, buonissima parte di queste vengono respinte dato che il Pakistan viene considerato un “Paese sicuro” malgrado la perenne guerra in corso ai suoi confini e il crescente numero di attentanti che stanno colpendo la popolazione civile.

Per arrivare nel nostro Paese, i profughi compiono lunghi e drammatici viaggi via terra attraverso l’Iran e la Turchia, dove si imbarcano. In moltissimi scelgono però la rotta balcanica: superate in qualche modo la Bulgaria e la Serbia, arrivano in Bosnia e attraverso la Croazia riescono ad arrivare in Italia.

Oppure, chi può permetterselo, dal Pakistan arriva in aereo in Libia con un regolare visto di lavoro, lasciando però le coste dell’Africa e su uno dei tanti barconi del Mediterraneo. Secondo i dati dell’ISTAT a gennaio 2018, i pakistani regolari in Italia sono 114.198 e corrispondono al 2,2% del totale degli stranieri nel nostro Paese.

Cosa resta in Pakistan

Il Pakistan è uno Stato musulmano moderno, che fa parte delle Nazioni Unite e del Commonwealth ed è una potenza nucleare a tutti gli effetti. Il conflitto decennale con l’India in Kashmir e la lotta contro i talebani sulle alture afghane hanno trasformato i confini del Paese in due fronti fronti di guerra perenni. La popolazione civile che non ha modo di fuggire rimane coinvolta negli scontri e si sono formate anche diverse sacche di resistenza locali che non fanno che aumentare le violenze. L’instabilità politica che ha da sempre caratterizzato il governo pakistano ha contribuito a consolidare lo spettro di incertezza e scarsa sicurezza diffuso fra i cittadini.

Dal punto di vista economico, il Pakistan rimane uno Stato solido, sopratutto grazie agli ingenti investimenti esteri provenienti dalla Cina. Accomunati dalla medesima ostilità verso l’India, l’obiettivo di Cina e Pakistan è quello di creare una “Nuova via della seta” per far arrivare i prodotti cinesi in Occidente attraverso tutta l’Asia. Il piano prevede un investimento totale in Pakistan di 60 miliardi di dollari, finalizzato alla costruzione soprattutto di infrastrutture come centrali elettriche, strade, porti e aeroporti. Questa importante partnership internazionale ha permesso al Pakistan di chiudere il bilancio del 2017 con una crescita del PIL pari al 5,3% e con buone prospettive per i prossimi anni.

Tuttavia, la disoccupazione rimane un problema molto sentito dalla popolazione più giovane che ancora continua a trovare difficoltà a costruirsi un futuro nel proprio Paese. Quest’incertezza, unita all’instabilità delle zone di confine e alla paura di finire coinvolti negli attentati, ha convinto molti a partire verso l’Europa in cerca di un futuro più sicuro.

Conclusioni

Il Pakistan è uno Stato in guerra costante anche se le azioni militari si concentrano soprattutto solo sui suoi confini. Il resto del Paese rimane tuttavia bersaglio per gli attentati delle formazioni terroristiche che si sono infiltrate nel territorio nel corso degli anni. La rivalità storica con l’India ha spostato le ambizioni dei governanti verso la competizione con il Paese vicino, lasciando da parte in alcune occasioni l’attenzione verso i cittadini. Non è un caso che ormai da decenni in Pakistan si percepisca una costante instabilità a livello politico che non fa altro che allontanare le speranza per un concreto cambiamento. A questo si aggiunge anche la scarsa sicurezza con la costante paura di finire vittime di rapimenti o attentati. I giovani che hanno opportunità di lasciare il Paese lo fanno spesso con l’aiuto della famiglia, nella speranza che possano trovare prospettive migliori lontano da casa.

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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