Cosa succede ad Haiti | Un paese in fermento

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Haiti è nella nostra memoria soprattutto per lo spaventoso terremoto di gennaio 2010, che causò 200 mila morti e 300 mila feriti. Al terremoto seguì una drammatica emergenza umanitaria, aggravata anche dalla diffusione di un’epidemia di colera che ha fatto ad oggi 9.500 vittime.

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Port au Prince dopo il terremoto del 2010 | Foto: Stefania Cardinale

Dopo anni di oblio il paese è tornato – almeno parzialmente – sotto i riflettori a inizio luglio 2018. Nelle città di Port-au-Prince e Cap-Haitien, e in altre più piccole, sono insorte proteste per gli aumenti dei prezzi del carburante, imposti dal governo centrale per alcuni adeguamenti alle regole del Fondo Monetario Internazionale. Le proteste si sono rapidamente trasformate in una reazione contro il governo dell’attuale presidente Jovenel Moise, in carica da circa un anno, e potrebbero aggravare la crisi economica del paese e creare un’impasse istituzionale.

Haiti è un paese segnato da dittature, catastrofi naturali, speculazione sulle materie prime, violenza e sostituzione degli interessi esteri e della forza delle armi al volere del popolo. Oggi gli haitiani rivendicano senza successo uno spazio decisionale democratico sulla gestione del paese e delle sue risorse. In questo articolo ricostruiamo gli eventi che hanno segnato la vita politica del paese e le attuali condizioni politiche e sociali.

Breve storia politica di Haiti, un popolo mai libero

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Verso Mole St. Nicolas Haiti | Foto: Stefania Cardinale

Con una popolazione che sfiora gli 11 milioni di persone, Haiti è il paese più popoloso e giovane dei Caraibi ma anche uno dei più poveri al mondo. A partire dagli anni Ottanta ha accumulato un grande divario economico e sociale rispetto ad altri paesi dell’America Latina, con un reddito pro-capite di 765 dollari e un indice di Gini di 60.8. L’indice di Gini, lo abbiamo spiegato qui, è utilizzato per misurare la distribuzione di ricchezza in un dato contesto; più l’indice è alto e si avvicina a 100 più la ricchezza si concentra nelle mani di poche persone, e Haiti è tra i paesi al mondo con l’indice di Gini più alto.

Lo sviluppo e le condizioni sociali di Haiti sono fortemente condizionati da anni di repressione politica e sociale, dalla concentrazione della ricchezza (e potere) nelle mani di poche famiglie haitiane, dai frequenti disordini politici e colpi di Stato militari (legati a interessi stranieri) che, fin dal 1804, anno della sua indipendenza coloniale, hanno caratterizzato i governi locali.

Dopo anni di dittatura totalitaria con Francois Papa Doc Duvalier e con il suo successore (il figlio Baby Doc), nel 1991 viene eletto democraticamente il primo presidente nella storia haitiana: il leader carismatico, ex prete salesiano, Jean-Bertrand Aristide. Appoggiato dal movimento popolare Lavalas di cui era il fondatore, Aristide è deposto poco dopo da un colpo di Stato e nel 1995 arriva al governo René Préval, ex-primo ministro e alleato di Aristide.

Finito il mandato di Préval si ripresenta un momento di violenze e nel 2001 si re-insedia al governo Aristide, anche grazie al sostegno degli Stati Uniti di Bill Clinton. Questa volta però il popolo riconosce in Aristide gli stessi tratti e metodi dittatoriali dell’ex dittatore Papa Doc Duvalier.

Nel febbraio del 2004 alcuni gruppi di ribelli armati costringono Aristide alle dimissioni. Le violenze continuano durante il governo ad interim e negli stessi anni viene inviata per la prima volta sull’isola per controllare l’ondata di violenza e le aggressioni la MINUSTAH (Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite), attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La missione militare di peacekeeping, molto controversa, resterà nel paese per più di dieci anni fino ad ottobre 2017.

Nel frattempo René Préval, rieletto presidente nel 2006, attraversa diverse crisi di governo in cui avvengono violente manifestazioni contro l’aumento dei prezzi e dei generi alimentari. Alcune questioni fondamentali, come i fallimentari tentativi di rialzo del salario minimo, della tutela dell’agricoltura, il forte accentramento dei servizi a Port-au-Prince, insieme alle problematiche legate alla lentezza della ricostruzione post terremoto sono state al centro del dibattito e della campagna elettorale polemica del dopo Préval.

Nel maggio 2011 viene eletto presidente Michel Martelly, un musicista anche conosciuto come Sweet Micky. L’ex cantante è stato più volte accusato di abuso di potere per aver lasciato scadere il suo mandato con l’intenzione palese di governare tramite decreti presidenziali e con un Parlamento tecnicamente non funzionante. Infatti, dopo il fallimento dei negoziati per trovare un accordo sulla nuova legge elettorale, il Parlamento di Haiti è sciolto il 12 gennaio 2015 e Martelly inizia a governare per decreto.

Dalla sua elezione, Sweet Micky ha voluto imporre la maggioranza dei propri uomini sui nove membri che compongono il Cep, Consiglio Elettorale Provvisorio, ossia l’organo incaricato di gestire le elezioni presidenziali e parlamentari. Le elezioni si svolgono in un clima di corruzione da parte dei candidati e di paura da parte della popolazione.

Un’accesa e violenta campagna elettorale caratterizza tutto il 2015 haitiano: nella capitale Port-au-Prince avvengono manifestazioni, furti, rapimenti e in generale numerosi fenomeni di delinquenza organizzata, con la funzione di destabilizzare il paese e scoraggiare i cittadini ad andare a votare.

Il governo Moise, l’uomo delle banane

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In un mercato di Haiti | Foto: Stefania Cardinale

Il 25 ottobre del 2015 si vota per scegliere i senatori e il presidente della Repubblica di Haiti. Per quest’ultima carica i candidati sono 53. Due settimane dopo le elezioni vengono pubblicati i risultati: il candidato alla carica di presidente con maggior voti è Jovenel Moise, capo del partito PHTK (partito haitiano delle teste calve) e grosso produttore di banane del nord del paese (soprannominato Neg bannan nan, ovvero l’uomo delle banane); secondo arriva Jude Celestin, capo del partito LAPEH (lega alternativa per il progresso e l’emancipazione di Haiti) che, insieme ad altri oppositori, denuncia ripetutamente i brogli elettorali senza successo.

La tensione politica aumenta, il ballottaggio per la carica di presidente previsto per il dicembre viene annullato e Martelly convoca un nuovo turno elettorale per gennaio 2016, ma le proteste continuano. Alla vigilia del voto Jude Celestin si rifiuta di presentarsi a quelle che ritiene elezioni truccate, così anche questo turno viene annullato e il Cep si dimette.

Nello stesso periodo, arrivato alla conclusione del mandato, Martelly lascia la carica da presidente. Le varie parti politiche trovano un accordo e viene eletto presidente della Repubblica ad interim Jocelerme Privert (allora presidente del Senato) in attesa delle elezioni fissate a ottobre 2016. Nonostante le contestazioni sui risultati da parte dell’opposizione, Jovenel Moise è il primo presidente eletto dopo diversi anni e vince le elezioni con il 55,6% dei voti.

La politica di Moise ha concentrato fortemente i suoi sforzi sulle promesse elettorali, in particolare sulla promessa dell’elettricità in strada, 24 ore su 24. Ad oggi la sua politica di ricostruzione del paese sembra essere efficace, ma sembra anche aver turbato alcune famiglie oligopoliste. E qui arriviamo al 2018 e alla protesta dei giorni scorsi.

Cosa succede ad Haiti | Luglio 2018

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Vendita di cherosene ad Haiti | Foto: Stefania Cardinale

Nei primi giorni di luglio 2018 il governo di Moise ha tentato di tagliare drasticamente i sussidi per il carburante, per aumentare i ricavi dello Stato, una mossa che aveva promesso qualche mese fa al Fondo Monetario Internazionale. Fino ad oggi il governo ha finanziato in grossa parte il costo del carburante per tenere artificialmente bassi i prezzi dato lo stato di povertà della popolazione.

Ma una missione del FMI lo scorso giugno si concludeva con una dichiarazione secondo cui “la missione accoglie favorevolmente l’intenzione del governo di eliminare i sussidi sui prezzi del carburante”.

Il FMI ha dato al governo di Moise fino alla fine di settembre 2018 per l’adeguamento dei prezzi del carburante e per una riforma della compagnia elettrica statale, EDH, come condizione per ricevere i 96 milioni di dollari in prestiti, in sospeso, dalla Banca Mondiale, Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) e Unione Europea.

I tagli dei sussidi proposti dal governo per cui si sono intensificate le proteste, fino a causare quattro morti, determinerebbero un aumento in percentuale del 38% sul prezzo di un litro di gas, portandolo a oltre 300 gourdes, e aggiungerebbero 85 gourdes al prezzo di un litro di diesel e 89 gourdes al prezzo del cherosene, molto usato per cucinare, portando il litro di cherosene a 262 gourdes in un paese dove il salario minimo è 400 gourdes al giorno (in termini comparativi, è come se un litro di benzina costasse tre euro a fronte di un salario minimo mensile di meno di duecento euro).

La questione è nota ai governi haitiani almeno dal 2010. Da allora tutti i governi si sono rifiutati di alzare i prezzi del carburante nel paese. In questo modo Haiti ha perso più di 770 milioni di dollari di entrate, anche dai fondi internazionali, con la conseguenza che il carburante è notevolmente più economico ad Haiti rispetto alla vicina Repubblica Dominicana.

Il FMI è determinato anche a impedire che Haiti si rivolga alla Cina con cui avrebbe stretto degli accordi per un piano di ricostruzione della capitale da 4,7 miliardi di dollari che dovrebbe partire a fine 2018. Il rappresentante della IDB Koldo Echebarria (IDB è nella rete del FMI) ha dichiarato che se il governo haitiano accettasse un prestito commerciale dalla Cina per la ricostruzione della capitale Port-au-Prince dovrebbe rinegoziare i suoi accordi con i partner del FMI. Per questo motivo l’accordo con la Cina è destinato a rimanere sulla carta.

Il premier del governo di Moise, Jack Guy Lafontant, aveva annunciato i previsti aumenti del costo della benzina spiegando tramite Twitter e altri comunicati che gli aumenti sarebbero serviti per far quadrare il bilancio dello Stato in grave disagio.

Nei giorni delle dichiarazioni sull’aumento dei costi centinaia di persone hanno attaccato un hotel Best Western Premiere nell’esclusivo quartiere Petion-Ville della capitale e dopo avere distrutto l’ingresso dell’edificio ne hanno preso di mira un altro. Le proteste sono aumentate e si sono svolte in diverse parti del paese, chiedendo le dimissioni del presidente Moise.

Di fronte alle violente proteste l’amministrazione ha fatto marcia indietro un paio di giorni dopo, e il premier Lafontant ha dichiarato la sospensione della misura di adeguamento dei prezzi per i prodotti petroliferi ma non è stato sufficiente.

Il 15 luglio 2018 il premier Lafontant si è dimesso a seguito delle insistenti pressioni dell’opposizione e della popolazione: “Darò al Presidente le dimissioni questa mattina prima di recarmi alla camera dei rappresentanti. Mi ha fatto piacere servire il mio paese… “.

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Indologa, ex cooperante all'estero, fa ricerche di antropologia applicata al sociale, i patrimoni culturali e la cooperazione per lo sviluppo sostenibile (qui) e scrive progetti. Ha un blog. Per Le Nius, editor, pr, Instagrammer e formatrice. food@lenius.it

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Project manager, contabile, logista, lobbista, ingegnere, agronomo, medico. Sono tante le possibilità di impiego nella cooperazione allo sviluppo, un settore in crescita e di grande fascino. Ma cosa bisogna studiare? E dopo gli studi? Ne abbiamo parlato con un'esperta.
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