Sud Sudan, un genocidio dimenticato

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23 dicembre 2016

Dal 2013 in Sud Sudan è in corso una sanguinosa guerra civile che è costata la vita a più di 50 mila persone e ha portato più di 2,3 milioni di persone a lasciare le proprie case. Nel silenzio della stampa internazionale, impegnata nel seguire le vicende del Medio Oriente e della Siria, nel “paese più giovane del mondo” è in corso un vero e proprio massacro. Cerchiamo di capire qual è la situazione e come si è arrivati a questo punto.

Un Paese diviso

Nel 2011 il Sudan del Sud ottiene l’indipendenza dopo uno storico referendum che ha sancito la separazione del Paese con circa il 99% dei consensi dei sud sudanesi. Il referendum fu proposto a seguito dell’accordo di pace raggiunto nel 2005 fra il Movimento per la liberazione del Sudan e il presidente del Sudan Omar al-Bashir. Ruolo fondamentale nelle trattative è stato svolto dalle potenze occidentali, in primis gli Stati Uniti: sulla forte pressione delle lobby cristiane sul Congresso, gli USA hanno contribuito in maniera considerevole nella stesura degli accordi. Già prima dell’effettiva separazione, il Sudan era di fatto diviso in due: il Nord a maggioranza musulmana, prevalentemente desertico ma con importanti sbocchi sul mare di Aden e snodo principale degli oleodotti per il trasporto del greggio, e il Sud a maggioranza cristiana, assente di infrastrutture e sbocchi geografici verso i mercati del petrolio ma con l’80% dei pozzi sfruttabili dell’intero Paese. Attraverso l’indipendenza, l’obiettivo dei governanti era quello di creare una solida alleanza commerciale fra le due regioni del Paese: senza il Sud il Nord avrebbe perso la sua riserva di petrolio, mentre il Sud senza il Nord non sarebbe mai stato in grado di poterlo esportare. I proventi derivanti dalla vendita del greggio sarebbero stati spartiti in parti uguali. La cosa più importante era evitare nuovi conflitti e sfruttare al meglio le risorse della regione. Ma, una volta concretizzato l’accordo e diviso il Paese, le latenti fratture fra i diversi gruppi etnici del Sudan sono brutalmente tornate in primo piano.

Sud Sudan: i dinka e i nuer

A capo del neonato Sudan del Sud venne eletto Salva Kiir, importante esponente dell’etnia dinka presente nella regione. Allo scopo di appianare la rivalità e sanare le fratture all’interno della nazione, Kiir nominò Rieck Machar, dell’etnia nuer, come suo vice-presidente. La scelta si è ben presto rivelata controproducente, in quanto Machar era da più parti accusato di aver guidato nel 1991 il brutale massacro in cui furono uccisi duemila civili dinka nella città di Bor. Invece di stemperare il clima, la scelta del presidente contribuì ad aumentare la tensione che è esplosa infine in rivolta nel dicembre del 2013: i soldati di etnia dinka, fedeli a Kiir, iniziarono a perseguitare nella capitale i civili di etnia nuer, provocando la violenta reazione dei soldati nuer, che impugnarono le armi allo scopo di deporre il presidente Kiir sotto la guida del vice-presidente Machar. A seguito dei primi scontri, i soldati nuer e il loro leader furono costretti a fuggire dalla capitale Juba, ma gli scontri sono continuati imperterriti per i successivi due anni. Nel 2015, sotto la pressione delle Nazioni Unite, venne presentata la proposta per un accordo di pace che viene in seguito firmato sia da Kiir che dalle forze ribelli.

Il fallimento della pace

Come previsto dall’accordo, nel luglio 2016 Machar è rientrato a Juba per assumere nuovamente la carica di vice-presidente. Nel farlo, però, ha portato con sé il suo esercito di seguaci, militarizzando di fatto la capitale. Anche Kiir si è adoperato per boicottare il trattato, impedendo a Machar di assumere il governo di due delle dieci regioni del Paese. Da questa incerta situazione di potere sono ben presto emersi anche problemi più concreti: si è palesata l’incapacità governativa di affrontare la grave crisi economica del Paese, la scomparsa di circa un miliardo di dollari dalla banca centrale a causa delle spese di guerra, il crollo del prezzo del petrolio nel mercato internazionale, unica ricchezza della nazione, e l’inflazione è arrivata a superare anche il 300%, il tasso più alto al mondo. Lo stallo politico e lo stato di apparente abbandono delle amministrazioni ha in breve tempo portato allo scoppio di nuovi scontri fra le due fazioni, presto degenerate in un vero e proprio nuovo conflitto. In questi ultimi mesi, Machar ha lasciato il Paese spostandosi fra Congo, Sudan e Sudafrica, continuando tuttavia a coordinare dall’estero le proprie truppe.

L’emergenza umanitaria

Nel rapporto stilato dagli inviati delle Nazioni Unite si denunciano le condizioni per identificare quanto succede in Sud Sudan come genocidio: incitamento all’odio, repressioni ai danni della libertà di informazione e della società civile e profonde divisioni tra le diverse etnie. Secondo quanto riportato da Adama Dieng, senegalese consigliere speciale Onu per la prevenzione dei genocidi:

Le violenze potrebbero aumentare attraverso un’ottica etnica in vista di un possibile genocidio. Sono chiare le violazioni del coprifuoco da parte di tutte le fazioni e la totale mancanza di responsabilità per i terribili atti commessi. Quello che prima era un esercito indisciplinato diviso tra dinka e nuer, è ora un corpo amorfo fatto da diversi gruppi armati, gang di criminali e banditi di ogni tipo su cui il governo non esercita alcun tipo di controllo.

Tuttavia, secondo il presidente Kiir interpellato dalla stampa internazionale:

Non è così. Non c’è alcuna pulizia etnica in Sud Sudan.

Per rispondere alla crescente crisi umanitaria, l’Onu starebbe adesso valutando l’ipotesi di inviare i caschi blu per garantire che il cessate il fuoco e gli accordi presi vengano rispettati da entrambe le parti. Anche il Congresso degli Stati Uniti sta discutendo l’applicazione di un embargo per impedire il rifornimento di armi al Sud Sudan. Entrambe le iniziative che sembrano rispondere all’appello disperato di Ellen Margrethe Løj, a capo della missione Onu in Sud Sudan (Unmiss), che nel suo rapporto denuncia:

Il popolo del Sud Sudan ha sofferto davvero tanto e per troppo tempo. Le vittime di questo conflitto nutrono ancora delle speranze e hanno grandi aspettative nei confronti della comunità internazionale. Tutti quelli coinvolti, specialmente i leader sudsudanesi, non devono perdere di vista l’obiettivo finale: pace e prosperità per il futuro del Paese.

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, Eritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Fiorentino di nascita, Web Marketing Specialist per diletto e Nerd di professione. Si nutre di cultura pop e vive la sua vita perennemente in direzione ostinata e contraria. Per Le Nius supporta l'area editoriale, in ambito politica, e l'area social. matteo@lenius.it

2 Comments

  1. Condivido pienamente l’approccio professionale, etico e culturale esposto nel punto “il filo”: oggi, più che mai, l’umanità ha bisogno di maturare quel sentimento cosmopolita che, seppur alle volte inconsapevolmente, ha sempre portato in grembo.
    Molti sono gli aspetti dai quali poter trarre un giudizio sullo stato di questo processo di maturazione: un fattore determinante, io credo, è il grado di ipocrisia presente (in misura variabile) nel pensiero e nelle azioni della popolazione e della classe dirigente dei paesi più evoluti dal punto di vista politico e culturale – primato pagato al prezzo di una storia costellata di orrori e tragedie.

    Anche oggi, senza andare troppo lontano a livello storico e geografico possiamo notare quanto possa essere contraddittorio il livello di civiltà raggiunto da stati di tal genere. Solo per fare un esempio: pensiamo agli Stati dell’Unione Europea, per un verso in fibrillazione e in apprensione per la propria salute e per la sorte dell’economia delle comunità nazionali e per l’altro verso dimentichi di una delle attuali crisi umanitarie ad essi più vicina politicamente e geograficamente.

    Ovviamente non è tutto marcio ciò che vive nelle nazioni prese a modello e la complessità di certe dinamiche storiche nazionale e internazionali passate ed attuali non può essere fedelmente rappresentata da poche battute.
    Ammesso ciò, per quanto riguarda le drammatiche vicende che sono intercorse e intercorrono nel Sud-Sudan, non possiamo comunque accettare il vasto grado di ignoranza ed indifferenza a cui sono condannate da parte di quell’apparato informativo e di inchiesta, che non fa altro che riprodurre deprecabilmente il livello medio di (dis)interesse presente nel sentimento delle culture contemporanee in ordine a tali odiosi fatti.

    Per questo, ribadisco, mi compiaccio del vostro approccio. Grazie.
    Buon lavoro.

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