Giovani NEET: chi e quanti sono in Italia e in Europa

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giovani neet

Not in Education, Employment or Training. L’acronimo NEET è un mantra che si abbatte sui giovani del terzo millennio e in un ipotetico premio per il neologismo più rappresentativo dei nostri tempi sarebbe lì, tra i primi.

È il classico caso di una parola che nello stesso momento in cui descrive un fenomeno contribuisce ad alimentarlo. Da quando è diventata anche una chiave per accedere a fondi pubblici o privati il gioco a chi scova più giovani NEET si è fatto anche piuttosto stucchevole. Tuttavia il fenomeno esiste, ed è anche misurabile in modo abbastanza soddisfacente: 2.116.000 sono i giovani NEET in Italia secondo Istat. Ma cosa significa essere NEET?

Chi sono i giovani NEET?

I NEET sono i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi. Il famigerato acronimo compare per la prima volta in uno studio della Social Exclusion Unit, un dipartimento del governo del Regno Unito preoccupato che questi giovani “Not in Education, Employment or Training” fossero in una condizione di esclusione tale da favorire l’avvio di carriere criminali.

Era il 1999, e prima di allora milioni di giovani vivevano spensierati la loro transizione all’età adulta senza sapere che quelle quattro lettere li avrebbero presto marchiati come problema sociale.

Transizione all’età adulta? Già, quella di NEET è una condizione strettamente associata a questa fase della vita, in cui si passa da giovane ad adulto. Quei barbosi dei sociologi ci spiegano che la transizione nel modello di società occidentale è segnata da cinque tappe: l’uscita dalla casa dei genitori, il completamento del percorso educativo, l’ingresso nel mercato del lavoro, la formazione di una famiglia, l’assunzione di responsabilità verso i figli.

Se è questo che vi state chiedendo sì, si diventa adulti anche non completando tutte le tappe, è ovvio che qui stiamo parlando dal punto di vista della società e non della persona. Quello che ci interessa è che a partire dagli anni settanta/ottanta questa fase ha cominciato a diventare sempre più lunga. Se prima il modello era “scuola-lavoro-famiglia” più o meno alla stessa età per tutti, oggi il percorso è molto più accidentato, personalizzato e imprevedibile.

Se una ragione indubbia di questa evoluzione è l’estrema difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, è vero anche che rispetto a prima si studia di più, si viaggia di più, ci si diverte di più. Insomma, si diventa grandi più tardi per necessità ma anche per piacere.

I giovani NEET sono figli di questi mutamenti sociali, economici e culturali, e le loro situazioni sono molto diverse tra loro. L’influente rapporto dedicato ai NEET da Eurofound, un’agenzia di ricerca dell’Unione Europea, nel 2012 individua cinque sottogruppi all’interno del mondo NEET:

  • i disoccupati;
  • gli indisponibili, che non hanno possibilità di svolgere attività lavorative o formative per ragioni di salute o per responsabilità familiari;
  • i disimpegnati, che per scelta passiva non cercano lavoro né occasioni formative;
  • i cercatori di opportunità, che sono alla ricerca attiva dell’opportunità lavorativa o formativa che reputano più adeguata per loro;
  • i volontari, che sono NEET per scelta attiva, perché si sono presi uno stacco per fare un viaggio o un’esperienza di volontariato o di piacere.

Insomma, una categoria eterogenea, dove c’è l’hikikomori che non esce mai di casa ma anche il neolaureato che si prende un anno per girare il mondo.

Come si diventa NEET?

Beh, la strada più semplice è smettere di studiare e non cominciare a lavorare. La più affascinante è mollare tutto e partire per il Laos. Ma al di là dei percorsi individuali, ci sono dei fattori socio-economici che possono favorire l’ingresso e la permanenza nella condizione di NEET. Quali sono questi fattori? Il già citato rapporto di Eurofound li riassume così:

  • Educazione: un basso livello di istruzione aumenta di 3 volte il rischio di diventare NEET.
  • Genere: le donne hanno il 60% di probabilità in più di diventare NEET.
  • Migrazione: avere un background migratorio aumenta del 70% il rischio di diventare NEET.
  • Disabilità: avere una disabilità aumenta il rischio del 40%.
  • Famiglia: avere genitori divorziati comporta un rischio maggiore del 30%; avere genitori disoccupati aumenta il rischio del 17%; avere genitori con un basso livello di istruzione raddoppia la probabilità di diventare NEET.
  • Residenza: vivere in aree remote aumenta di 1,5 volte la probabilità di diventare NEET.

Un mix di fattori che ha un’evidente connessione con la strutturazione delle disuguaglianze socio–economiche anche in molti altri aspetti della società.

Quanti sono i giovani NEET in Italia ed Europa?

Ma quanti sono questi giovani NEET? Addentriamoci nelle informazioni che abbiamo sul fenomeno con due operazioni che a noi di Le Nius piace fare: confrontarci con il resto d’Europa e vedere come è cambiata la situazione nel tempo.

Intanto, una precisazione. Cosa intendiamo per giovani? Eurostat, la nostra principale fonti di dati, ci consente di scegliere tra diverse fasce di età. Scegliamo quella dai 15 ai 29 anni. Ci sembra la più adeguata per leggere il fenomeno, comprendendo sia i giovani in fascia scolare che quelli potenzialmente già in fascia lavorativa. Come siamo messi quindi rispetto al resto d’Europa?

neet in europa

Già, siamo il paese europeo con la più alta percentuale di giovani NEET. Quasi un italiano su quattro tra i 15 e i 29 anni non lavora, né studia, né si sta formando. Questo potrebbe in linea di massima anche significare che un sacco di giovani italiani sono in giro per il mondo a godersi la vita. Oppure che sono depressi e chiusi in casa senza neanche più la spinta a studiare o cercare lavoro. O ancora che stanno lottando per trovare una via d’uscita dall’universo NEET senza trovarla. È il limite dei numeri, quello di non raccontarci le storie.

Nel resto d’Europa il fenomeno è molto più contenuto. Anche nei paesi mediterranei, che di solito se la giocano con l’Italia, i giovani NEET sono molto meno che nel nostro paese: il 19,5% in Grecia, il 15,3 in Spagna, il 9,6 in Portogallo, il 7,3 a Malta.

Come è evoluto invece il fenomeno nel tempo? I dati Eurostat sono disponibili dal 2004 e da quell’anno, in cui eravamo al 19,6%, il dato ha continuato a salire, salvo lievi oscillazioni, fino al 24,1% del 2017, poi il lieve calo dell’ultimo anno.

La storia è molto diversa negli altri paesi europei, dove il fenomeno decresce in modo significativo da 3-4 anni e dove è sempre stato abbastanza contenuto, fatta eccezione per gli anni più duri della crisi economica.

Così, mentre negli ultimi 10 anni la media UE è scesa dal 14,8 al 12,9%, il dato italiano è salito dal già altissimo 20,5 al 23,4%. Solo Grecia, Romania e Danimarca hanno visto salire la loro percentuale di giovani NEET nello stesso periodo.

Giovani NEET in Italia: numeri e caratteristiche

In termini assoluti, come anticipato, i giovani NEET in Italia sono 2.116.000, in calo di 73 mila unità rispetto al 2017. Il picco è stato toccato nel 2014 (2.413.000 NEET), la buona notizia è quindi che negli ultimi cinque anni il valore assoluto è diminuito di quasi 300 mila unità.

Vi è una leggera prevalenza femminile (52,6%), anche se guardando il trend notiamo che rispetto a 10 anni fa le giovani NEET sono aumentate solo del 4% mentre i maschi in condizione di NEET sono aumentati del 34%. È in corso quindi una sorta di riequilibrio di genere.

Vi è poi nella popolazione NEET una sovrarappresentazione dei giovani con cittadinanza non italiana: sono 300 mila i NEET stranieri, il 14,5% del totale dei NEET, mentre la popolazione straniera totale rappresenta l’8,5% della popolazione.

neet in italia

Quanto alla distribuzione territoriale dei giovani NEET in Italia, sono le regioni del sud a presentare i dati più alti. Sicilia, Calabria e Campania superano abbondantemente la quota del 30% di NEET, seguite da Puglia, Sardegna, Basilicata, Molise, Lazio, Abruzzo e Liguria con una quota tra il 20 e il 30%.

Le regioni con le percentuali più basse son quelle del nord est, che hanno dati in linea o solo leggermente superiori alla media europea, seguite dalle altre regioni del centro-nord con percentuali tra il 15 e il 20%.

La nota positiva è che l’incidenza dei giovani NEET è in calo in gran parte delle regioni rispetto al 2017, con le eccezioni di Sicilia (+1 punto), Lazio (+0,7 punti), Valle d’Aosta e Molise (+0,4 punti).

Perché è un problema essere NEET?

Se sei in viaggio da una vita forse non è un problema, se invece sei in una situazione vissuta più passivamente la permanenza nella condizione di NEET ha delle conseguenze individuali, sociali, economiche.

A livello individuale, più tempo si passa in questa condizione più aumenta il rischio di accumulare svantaggi nell’accesso al mondo del lavoro e ad un reddito adeguato, di sviluppare comportamenti devianti e problemi di salute fisica e mentale, di impoverire le proprie relazioni sociali.

Questa configurazione di svantaggio non può che avere anche un impatto sociale più ampio: i giovani NEET sono meno propensi dei loro coetanei a partecipare attivamente alla vita sociale, culturale e politica.

Tutto questo ha anche un costo economico. Calcolarlo è molto complicato, e forse per questo è stato fatto una volta sola in maniera comparativa, nel famoso rapporto di Eurofound, e quindi purtroppo i dati, riferiti al 2011, iniziano a essere un po’ vecchiotti.

Ad ogni modo, secondo questi calcoli, si è stimata per il 2011 una perdita economica correlata al fenomeno dei giovani NEET in Europa pari a 153 miliardi di euro, l’1,2% del PIL europeo. A livello di singoli stati, l’Italia guida la classifica dei costi economici del fenomeno NEET, con una spesa di 32 miliardi di euro, seguita da Francia (22 miliardi), Regno Unito (18), Spagna (16) e Germania (15).

L’importo è stato calcolato considerando i costi diretti (pagamento di sussidi di disoccupazione e altri sussidi di welfare) e i costi indiretti (mancanza di reddito generato e tasse pagate e monetarizzazione dei costi sociali).

Come intervenire sul fenomeno dei giovani NEET?

Cosa si può fare per arginare e prevenire il fenomeno? Qualcosa si può fare, se è vero che ci sono contesti in cui la sua diffusione è molto minore che in altri.

Sono tre le istituzioni cruciali quando parliamo di giovani NEET: il sistema educativo, il sistema di welfare e il mercato del lavoro. Le politiche che vogliono intervenire sul fenomeno devono quindi intervenire sul funzionamento di queste tre istituzioni.

Per prevenire l’ingresso nella condizione di NEET il sistema educativo gioca un ruolo determinante: occorre prevenire e contrastare l’abbandono scolastico e supportare la transizione scuola-lavoro, misure che hanno una lunga e radicata storia nei paesi del centro-nord Europa e che sono invece molto recenti e ancora insufficienti nel sud ed est Europa.

Ci riferiamo ad esempio all’introduzione e potenziamento delle azioni di alternanza scuola-lavoro, che consentono – o dovrebbero consentire – agli studenti di fare esperienze diretta del mondo del lavoro e, più in generale, ad interventi di innovazione della didattica che rendano l’esperienza scolastica più avvincente e adeguata al mondo contemporaneo.

Ancora, occorre implementare programmi di prevenzione dell’abbandono scolastico rivolti a gruppi socialmente svantaggiati, coloro che con più probabilità finiscono poi per affollare le fila della popolazione dei giovani NEET. Programmi che sperimentino metodologie didattiche innovative per promuovere un approccio orizzontale e ludico all’apprendimento, diminuendo lo stress da performance e il senso di immobilità spesso percepito a scuola da questi alunni.

Sul fronte del lavoro sono decisive le politiche attive del lavoro, che promuovano la formazione e orientamento al lavoro e la realizzazione di tirocini e apprendistato come effettive esperienze di lavoro. L’apprendistato risulta in particolare una misura particolarmente efficace perché in grado di includere, spesso con successo, anche i giovani con basso livello di educazione, come dimostrato ad esempio da questa ricerca.

Molto più complicato, almeno in Italia, agire sul sistema di welfare. Il welfare italiano presenta infatti tutti gli ingredienti necessari a generare e far proliferare il fenomeno NEET. Assegnando un ruolo determinante alla famiglia e limitando l’intervento dello Stato ai casi in cui essa si dimostra incapace a soddisfare i bisogni, lega l’esperienza della transizione all’età adulta e l’integrazione socio–economica dei giovani alla capacità familiare.

Chi non ha una famiglia alle spalle, o chi ha una famiglia non in grado di fornire un sostegno socio–economico sostanziale e continuativo, parte da una situazione di svantaggio che in Italia più che in altri paesi è difficile da recuperare.

Questa configurazione del welfare impatta anche sulla lunghezza della transizione all’età adulta dei giovani italiani, che escono dalla casa dei genitori in media a 30,1 anni contro una media europea di 26,1 anni, un dato peraltro in continua crescita. Questo ha un impatto sul più ampio percorso verso l’autonomia sociale ed economica, e contribuisce a incrementare il numero dei giovani NEET.

Occorre quindi intervenire con politiche in grado di sostenere il processo di emancipazione dei giovani dalle famiglie, con supporti pubblici che consentano loro di vivere da soli, studiare, formarsi senza dover dipendere dalle risorse familiari. Un intervento questo che pare tuttavia difficile da immaginare nel breve periodo.

In conclusione i giovani NEET sono un segmento di popolazione che nel nostro paese assume proporzioni molto rilevanti. Quando i numeri sono così grandi significa che le cause sono strutturali. Risiedono cioè nel modo in cui sono organizzate la società e l’economia.

Oltre a pensare a politiche e interventi rivolti ai giovani NEET sarebbe quindi il caso di agire sulle cause strutturali, creando un contesto dove i giovani abbiano la possibilità e il desiderio di studiare, lavorare e vivere appieno come cittadini.

Immagine | onay davus

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

5 Comments

  1. In effetti io tra i 15 e 19 anni ero al liceo, ma dai 19 ai 24 non ho fatto sostanzialmente una mazza (nominalmente ero uno studente universitario, ma essendo iscritto a Lettere…)

  2. Articolo interessantissimo. Personalmente sono stato NEET in America Latina, ed era un gran bel stare 🙂

    Domanda: la differenza tra disoccupato e NEET è data solo dall’età?

    • No. Ponendo come stabile una fascia di età (es. 16-24 anni) rientri fra i NEET se, oltre a essere disoccupato, non sei iscritto né a scuola né all’Università e nemmeno a percorsi formativi professionalizzanti. Infatti il dato sulla disoccupazione giovanile per quella fascia è più alto (40%). Il vero problema è che questo dato non distingue chi è disoccupato perché va a scuola e chi lo è perché non trova/non cerca lavoro. In questo senso il dato sui NEET è più significativo per leggere fenomeni che riguardano i giovani.

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