Perché così tanti italiani partono dall’Italia

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Portiamo a termine il lavoro di approfondimento che ci avete chiesto sui paesi di partenza dei migranti in arrivo in Europa. E lo facciamo chiudendo con quella che è la situazione degli italiani, una realtà tanto invocata dai commenti che riceviamo e che spesso mettono a paragone la situazione dei migranti interni con quella degli emigrati italiani. Tantissimi invece non lo fanno, e nonostante gli italiani risultino all’estero come i tanto vituperati “migranti economici”, la risposta è che “è diverso, noi andiamo lì per lavorare”. Siamo sicuri sia una cosa diversa? Buona lettura a tutti, qui trovate i contributi a cui abbiamo lavorato in precedenza:

Il contesto italiano

Gli italiani sono da sempre stati un popolo di migranti: la prima grossa ondata migratoria risale all’inizio del secolo scorso, con molti che partivano per compiere viaggi transatlantici e cercare fortuna in America; una seconda consistente ondata migratoria c’è stata negli anni ’30 in pieno regime fascista, mentre l’ultimo grande esodo è avvenuto negli nel dopoguerra degli anni cinquanta. In 70 anni un totale che oscilla fra i 26 e 29 milioni di cittadini italiani ha lasciato il nostro Paese per trovare nuove opportunità all’estero. A conti fatti quello italiano è il più grande esodo dell’epoca moderna.

Venendo ai giorni nostri, secondo Istat nel 2016 sono emigrati dall’Italia 115 mila cittadini italiani e 42 mila cittadini stranieri, per un totale di 157 mila persone. Si tratta di un dato in costante crescita, che ha portato ben 650 mila persone a lasciare il nostro paese negli ultimi dieci anni, da quando cioè è iniziata la crisi economica.

emigrati italiani all'estero

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2017 curato da Idos, i numeri effettivi sarebbero però più elevati di quelli indicati da Istat. Incrociando i dati delle cancellazioni anagrafiche in Italia (quelle conteggiate da Istat) con quelli delle iscrizioni anagrafiche dei principali paesi di destinazione degli italiani, emerge come questi ultimi siano fino a tre volte superiori alle cancellazioni. In pratica, a fronte dei 115 mila emigrati registrati da Istat quelli reali arriverebbero fino a 285 mila, rendendo il fenomeno ancora più consistente.

Se guardiamo non più ai flussi ma ai dati di stock, sono 5 milioni gli italiani che vivono stabilmente all’estero e lavorano regolarmente fuori dal Paese, come indicato dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 della Fondazione Migrantes. Fra questi 2 milioni hanno meno di 50 anni e 1 milione meno di 34 anni.

Fra loro ci sono anche molti professionisti di alto profilo, decisi ad emigrare per mancanza di sbocchi o opportunità lavorative convincenti in Italia: medici, ricercatori, insegnanti, architetti e professionisti di ogni tipo che hanno lasciato in nostro paese convinti di avere opportunità di carriera migliori non solo nel resto d’Europa, ma anche negli Usa o nei Paesi in via di sviluppo.

Secondo Delfina Licata di Migrantes:

Oggi partono anche i ‘talenti semplici’, quelli che mettono a disposizione le loro capacità intellettive e operative al servizio di qualunque paese che li valorizzi come persone e lavoratori. Quello che fa la differenza, dicono molti emigrati, è la meritocrazia: ciò che l’Italia non ha saputo dare loro.

Da cosa scappano gli italiani

In un secolo di emigrazione italiana, la costante che ha portato milioni di nostri concittadini lontano dal Paese – se escludiamo il periodo fascista – è una: la ricerca di un lavoro. Chi se ne va lo fa sempre per trovare nuove opportunità che in Italia sono loro precluse da un sistema che, nella percezione comune, non premia il merito ma si mantiene in piedi grazie a legami di parentela e raccomandazioni.

Oltre a questa convinzione diffusa, i livelli di retribuzione italiani sono più bassi rispetto a molti altri Paesi vicini: nel 2017 lo stipendio medio italiano era di duemila euro, perfettamente in linea con la media europea, mentre il Paese più prossimo con stipendi superiori è la Francia, con una retribuzione media di 2.300 euro; cifra simile troviamo anche nel Regno Unito, mentre i Paesi con gli stipendi più alti rimangono Danimarca (3.800) e Lussemburgo (3.200); Irlanda, Olanda, Finlandia e l’immancabile Germania registrano tutte stipendi medi intorno ai 2.700 euro (rapporto 2017 Adecco e Barceló & Associates, su dati Ine ed Eurostat). E i numeri peggiorano se si vanno a confrontare gli stipendi divisi per settore lavorativo: secondo l’Osservatorio di JobPricing, nel 2017 lo stipendio minimo dei vari CCNL di categoria (contratto collettivo nazionale di lavoro) non ha superato in media i 1.400 euro.

Dati alla mano, il mercato del lavoro italiano risulta molto meno allettante in termini di retribuzioni se confrontato con i vicini Stati europei. È quindi evidente che, in mancanza di barriere territoriali e linguistiche insormontabili, molti lavoratori professionisti e non si spostino verso Paesi in cui opportunità di lavoro e compensi sono superiori rispetto alla realtà italiana. Purtroppo questo ha portato la fuga della fascia di età più produttiva, quella compresa fra i 25 e i 39 anni, che nel 2016 ha contato ben 38 mila emigranti, di cui uno su tre con una laurea in tasca, dice Istat. Questi sono i dati concreti di quella che comunemente viene definita “fuga di cervelli”.

Dove scappano gli italiani

Le mete più in voga fra gli italiani che partono sono ovviamente i Paesi che offrono livelli di retribuzione e qualità della vita più elevati. I dati Istat per il 2016 dicono che le mete preferite dagli emigrati italiani sono state Regno Unito (25 mila unità), Germania (19 mila), Svizzera, Francia e Spagna.

emigrati-italiani-estero

Esaminando i dati di stock dell’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, è curioso osservare come la comunità italiana sia fortemente presente anche in Paesi fuori dall’Europa, segno indelebile delle migrazioni avvenute nel corso di tutto il novecento. Secondo il censimento del 2016 degli italiani residenti all’estero, l’Argentina è il Paese che ospita la comunità più numerosa con ben 804.261 italiani. Seguono a distanza Germania (723.691), Svizzera (609.949), Francia (403.537), Brasile (395.012), Regno Unito (283.151), Belgio (266.526) e Stati Uniti (257.374).

Cosa rimane in Italia

Quello che i nostri compatrioti espatriati si lasciano dietro è sotto gli occhi di tutti noi, che siamo rimasti. Un tasso di disoccupazione al 10,9% al febbraio del 2018, in recupero rispetto al passato ma che rimane comunque la terza più alta d’Europa per crescita negli ultimi 10 anni. La disoccupazione giovanile rimane al 32,6%, in Europa peggio solo la Spagna al 34,1%.

Come rilevato dall’Istituto Toniolo nel “Rapporto Giovani” del 2018, la fiducia nelle istituzioni e nella politica è bassissima fra generazioni più giovani: su un campione di oltre duemila giovani tra i 20 e i 34 anni, chi assegna voto positivo all’opera dei governi recenti è poco più di un giovane su tre; sotto tale soglia di fiducia si collocano anche i partiti, le banche e i sindacati; il 30% non esprima fiducia quasi in nulla, sintomo di una condizione priva di prospettive che corrode ogni dimensione della vita e disincentiva alla partecipazione alla vita sociale; inoltre, il 60% degli intervistati non ha percepito alcuna iniziativa pubblica impegnata nel migliorare le condizioni delle nuove generazioni e considera la politica poco attenta a offrire spazi e opportunità per favorire l’inserimento attivo dei giovani nei processi di crescita sociale ed economica del Paese. Questa mancanza di iniziativa peggiora la percezione degli italiani sull’immobilità del Paese, rafforzando l’idea che solo fuori dall’Italia sia possibile costruirsi un futuro.L’Italia è uno di quei paesi dove se nasci povero, rimani povero: il cosiddetto ascensore sociale si è rotto, come fa notare Paolo Mossetti su The Vision.

Il fenomeno migratorio, oltre a creare un’infinità di opportunità mancate per il nostro Paese, rappresenta anche una perdita di investimento per l’Italia sull’istruzione dei suoi cittadini. Una ricerca congiunta del 2016 dell’istituto IDOS e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base dei dati Ocse evidenzia quanto lo Stato Italiano investa per ogni suo cittadino a seconda del livello di istruzione: 90.000 euro un diplomato, 158.000 un laureato triennale, 170.000 un laureato magistrale e 228.000 un dottore di ricerca. Secondo i numeri forniti dal centro di studi IDOS, nel 2016 l’Italia ha speso per le risorse emigrate ben 8,8 miliardi di euro. Un costo altissimo che il nostro mercato del lavoro paga anche in termini di ricchezza di figure professionali preparate e forza lavoro specializzata.

Migranti in cerca di un futuro

ragazza giovane in partenza dal'aeroporto

Anche se su scale di valori assoluti diversi, i migranti italiani emigrano per gli stessi motivi di buona parte degli altri migranti che abbiamo visto in questi mesi: la mancanza di prospettive per il proprio futuro e la sensazione di impotenza di fronte a una situazione immutabile. Se però negli altri casi che abbiamo analizzato le cause scatenanti erano anche guerra o regimi dittatoriali, nel caso italiano l’origine è da ricercare quasi esclusivamente nella ricerca di un futuro, di una possibilità.

La percezione diffusa di insicurezza sul lavoro e l’apparente immobilità della politica sul tema non fanno altro che scoraggiare i cittadini a rimanere e cercare di costruirsi qui un futuro, soprattutto per le nuove generazioni. Pur senza radici territoriali o sicurezze derivanti da rapporti familiari, le prospettive di una vita all’estero sono più allettanti e offrono apparentemente, dati alla mano, maggiori vantaggi dal punto di vista sia lavorativo che salariale. Sotto l’aspetto dei migranti economici l’Italia è all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati; al primo posto troviamo la Cina, seguita dalla Siria, dalla Romania, dalla Polonia e dall’India. L’Italia si trova subito dopo il Messico e prima di Vietnam e Afghanistan.

Secondo le già citate stime del Dossier Statistico Immigrazione 2017 gli emigrati italiani nel 2016 sono stati 285 mila, un numero vicino a quello dell’esodo dell’immediato dopoguerra. Nello stesso anno, i migranti sbarcati in Italia sono stati 181 mila. Di fatto, l’Italia esporta da sola più migranti di quanti ne ospiti da Siria, Libia, Egitto, Pakistan, Tunisia, Eritrea, Afghanistan e da altri Paesi in guerra. Un saldo negativo che non fa altro che evidenziare le contraddizioni di un Paese troppo impegnato a chiudere i confini a chi scappa dalla guerra per rendersi conto che il suo futuro sta espatriando insieme ai suoi giovani.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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