Perché così tanti egiziani partono dall’Egitto

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Andiamo avanti con il lavoro di approfondimento che ci avete chiesto sui paesi di partenza dei migranti in arrivo in Europa. Oggi analizziamo la situazione in Egitto, paese sotto una feroce dittatura, che il governo italiano considera “amico” in chiave anti terrorismo nonostante le torture e la morte provocata al ricercatore italiano Giulio Regeni e a migliaia di ragazzi egiziani. Qui trovate i contributi a cui abbiamo lavorato fino ad oggi:

Breve storia dell’Egitto

L’11 Febbraio 2011 Hosni Mubarak rassegna le proprie dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica, dopo una dittatura durata trent’anni. In seguito ad una serie di riforme democratiche, nel 2012 si svolgono nuove elezioni che vedono vittorioso il partito radicale Fratelli Musulmani. Mohamed Morsi viene eletto Presidente dell’Egitto e manifesta fin da subito l’intento di ricostruire il Paese su forti basi religiose, ispirandosi alla Legge del Corano.

Il suo insediamento mette in allarme i vicini Stati Arabi e tutti l’Occidente in quanto è nota la vicinanza dei Fratelli Musulmani ai gruppi estremisti attivi in tutto il Nord-Africa e nella Penisola Araba. Dopo un anno di governo inefficace, e con il timore di un nuovo regime autoritario per l’Egitto, il 3 luglio 2013 un colpo di stato ad opera dell’esercito depone i Fratelli Musulmani dal potere.

Morsi viene arrestato e al suo posto si insedia il comandante delle Forze Armate egiziane, il generale Abd al-Fattah al-Sisi. Con al-Sisi comincia una vera e propria caccia alle streghe contro tutte le formazioni islamiche attive in Egitto. In particolare, i Fratelli Musulmani vengono messi fuori legge e vengono compiuti numerosi arresti fra sostenitori e dirigenti del partito. Non mancano neanche delle condanne a morte per i vertici dei Fratelli Musulmani, Morsi incluso. Sotto la guida di al-Sisi, viene approvata una nuova Costituzione che di fatto reprime le correnti islamiche dell’opposizione imponendo la laicità delle istituzioni. Nel 2014 si tengono nuove elezioni con al-Sisi che si presenta come candidato indipendente. Il risultato plebiscitario è a favore proprio del generale che viene eletto nuovo Presidente dell’Egitto con il 96,91% dei voti.

Il “largo consenso” ottenuto da al-Sisi, a causa anche della mancanza di rivali messi fuori gioco più o meno violentemente, ha permesso al generale un ampio margine di manovra all’interno delle rinnovate istituzioni egiziane e fra gli organi di stampa. Il Presidente dell’Egitto ha instaurato di fatto un nuovo regime, nel quale non c’è posto per oppositori e critici.

Da cosa scappano gli egiziani

Ormai da anni Amnesty International muove forti accuse nei confronti della condotta del Presidente e delle autorità egiziane che fanno capo a lui. Secondo i loro dossier, tra il 2015 e il 2016 sarebbero state arrestate migliaia di persone per aver manifestato la propria opposizione ad al-Sisi. Tra di loro molti studenti, accademici, ingegneri e medici professionisti.

I dissidenti vengono sequestrati e portati in una destinazione ignota per essere interrogati e torturati all’Autorità nazionale per la sicurezza. Queste torture sarebbero molte volte sfociate in veri e propri delitti, prontamente insabbiati e fatti passare come fenomeni di criminalità locale. Il caso più eclatante che ci riguarda da vicino è quello del ricercatore italiano Giulio Regeni che, come evidenziato da diversi rapporti, è solo uno dei tanti esempi di sequestri finiti in tragedia. Secondo Amnesty International:

L’Egitto è un Paese dove non è garantito il rispetto dei diritti dell’uomo.

Non mancano neanche i processi collettivi davanti a tribunali civili e militari che contano decine d’imputati condannati a morte. Le donne hanno continuato ad essere discriminate a livello legale e non è raro che subiscano violenze sessuali e di genere. Le autorità continuano a perseguire penalmente persone per accuse di diffamazione della religione e “indecenza” sulla base del loro orientamento sessuale. Le proteste dei lavoratori vengono represse con l’intervento dell’esercito e l’arresto dei sindacalisti indipendenti. Vengono anche operati licenziamenti di massa come strumento di dissuasione: secondo un rapporto stilato dall’organizzazione egiziana indipendente Democracy Meter, fra il 2016 e l’aprile del 2017, sarebbero stati almeno 151 i lavoratori e sindacalisti arrestati e almeno 2.691 quelli licenziati per aver scioperato.

Protesta contro il regime in Egitto di al Sisi
@Charlie Owen

Dove scappano gli egiziani

Come per la Libia anche l’Egitto non registra un imponente flusso di migranti in uscita, ma chi fugge lo fa perché consapevole dei rischi che corre a rimanere sotto un regime tirannico come quello di al-Sisi.

La paura di essere arrestati con un pretesto e finire torturati nelle carceri egiziane rimane concreta: chi decide di non allinearsi del tutto alla linea di condotta del governo mette a repentaglio la propria vita e quella della propria famiglia. Chi non è disposto a convivere con il questo terrore decide di partire. A lasciare l’Egitto sono soprattutto gli intellettuali e oppositori politici che cercano rifugio o in Europa o negli USA, ma anche i comuni cittadini provano a fuggire in Europa per rifarsi una vita.

In Italia nel 2017 le richieste di asilo per motivi umanitari provenienti da cittadini egiziani sono aumentate del 13,4% e anche i permessi per lavoro stagionale, che alle volte vengono usati come lasciapassare per entrare e in qualche modo non tornare più in Egitto, sono aumentati del 63,9%. Bisogna inoltre tenere conto che esistono degli accordi specifici fra Italia e Egitto, risalenti addirittura al 2007, che prevedono il rimpatrio dei profughi egiziani fuggiti in maniera illegale dal Paese.

Un fenomeno tristemente diffuso riguarda comunque i minori non accompagnati di nazionalità egiziana che si trovano nei nostri centri di accoglienza: fra il 2011 e il 2016 sono arrivati in Italia 8.281 minori di età compresa fra i 12 e 16 anni. Questi vengono chiamati “minori invisibili”, poiché appena possibile si rendono irreperibili al sistema di accoglienza per raggiungere i propri parenti o connazionali sparsi in tutta Europa. Una volta arrivati sul nostro suolo, il rischio più grande è che finiscano in mano ai contrabbandieri o della criminalità organizzata che li sfrutta per attività illegali o li introduce nel giro della prostituzione minorile.

Cosa rimane in Egitto

Ormai un vero e proprio regime. Già nel 2017 al-Sisi aveva concluso una serie di riforme liberticide (restrizioni alle libertà personali, media sotto controllo dell’esecutivo e tribunali speciali) e riadottato tramite decreto la “legge d’emergenza”: il Presidente della Repubblica ha il potere insindacabile di imporre “restrizioni alla libertà personali di raduno, movimento, residenza e circolazione in certi luoghi e momenti” e la legge estende a sei mesi il periodo che deve trascorrere prima di poter far ricorso contro un arresto. In questo clima di terrore, si sono svolte lo scorso aprile nuove elezioni Presidenziali che hanno visto nuovamente il trionfo di al-Sisi col 97% dei voti, ma un’affluenza solo del 41,5%. Le opposizioni hanno esultato definendo le nuove elezioni una “farsa” ma questo non ha cambiato nulla e al-Sisi continua con il suo regime spietato e oppressivo.

Dal punto di vista economico, l’Egitto rimane in un pericoloso stallo. Dalla rivoluzione del 2011 non c’è mai stata una vera e propria ripresa economica e anche le partnership internazionali chiuse con Israele e l’Italia attraverso Eni non sono bastate a risollevare il Paese. Proprio per questo, sono state adottate nuove riforme economiche per ottenere un prestito dal Fondo Monetario Internazionale di circa 12 miliardi di dollari. Queste riforme includono tutta una serie di interventi di austerità: è previsto un aumento dei prezzi del carburante, dell’elettricità, dell’acqua potabile del prezzo del biglietto per i mezzi di trasporto pubblici e il taglio dei sussidi alimentari. Inoltre, le nuove misure economiche hanno causato alla riduzione del valore della sterlina egiziana, portando il peggioramento della situazione finanziaria di migliaia di cittadini egiziani.

Tutto questo forte malcontento si è riversato all’inizio di quest’estate anche su Twitter, dove per settimane l’ hashtag #SisiLeave (Sisi vattene) è rimasto nelle tendenze. Un fenomeno inedito nella vita recente dell’Egitto che ha spinto il Presidente a respingere le critiche in maniera diretta: “Ci hanno spinto a diventare una nazione povera, una nazione di bisogno, ma quando inizio a lavorare per tirarci fuori da questa situazione, trovo l’hashtag #Sisi vattene. Dovrei essere arrabbiato o no? Lo sono”.

Rimane comunque improbabile una nuova sollevazione popolare che parta dalla rete. Dopo una prima ondata iniziale dirompente (300.000 tweet in pochi giorni) l’interesse attorno l’hashtag è andato piano piano a scemare. Anche se tanti giovani fanno sentire la propria voce di dissenso attraverso i social, buona parte della popolazione egiziana non è ancora connessa e quindi gli umori della rete non sono un buon mezzo per misurare i consensi per il dittatore. Al-Sisi ha dalla sua parte ancora moltissimi sostenitori silenziosi che sostengono le sue iniziative a livello economico e politico, ritenute necessarie per riportare stabilità in un Egitto in preda all’anarchia dopo la destituzione di Mubarak.

Conclusioni

A differenza di molti Paesi che abbiamo già trattato, l’Egitto non sta vivendo il dramma di una guerra civile, ma molti dei suoi cittadini non si sentono e non sono al sicuro. Il regime di terrore instaurato da al-Sisi ha spinto a fuggire gli oppositori per paura della propria incolumità e anche i comuni cittadini non allineati stanno via via cercando di lasciare il Paese. La polizia e le autorità sono diventate uno strumento di controllo in mano al governo e la violenza è ormai lo strumento principale col quale viene mantenuto l’ordine.

Il dissenso verso il Presidente viene sopratutto dalle generazioni più giovani, che esprimono tutta la loro contrarietà attraverso i social network. Non a caso il Parlamento egiziano lo scorso 18 luglio ha approvato una norma che, secondo Amnesty, di fatto legalizza la censura di massa: la legge prevede che gli utenti con più di 5mila follower vengano sottoposti alla supervisione del Consiglio Supremo per il Regolamento dei Media, organismo istituito da un decreto presidenziale nel 2017, che ha il potere di sospendere o bloccare qualsiasi profilo personale, siti-web o blog che “pubblica o trasmette notizie false o che incita a violare la legge, alla violenza o all’odio”.

Un vero e proprio bavaglio che cerca di silenziare l’unico mezzo rimasto a disposizione per contestare l’opera del governo dopo tutte le riforme liberticide dell’informazione promulgate in questi anni di dittatura. Dato il consenso diffuso di al-Sisi e la perenne paura del ritorno al potere delle formazioni più estreme, i cittadini egiziani che decidono di non fuggire dal regime rimangono aggrappati alla loro sicurezza e apparente stabilità accettando di vivere comunque nel terrore. Tuttavia, chi rimane e prova a far sentire la sua voce, nella migliore delle ipotesi viene censurato, o nella peggiore incarcerato e torturato a morte. Una situazione che la Comunità Internazionale tollera o finge di non vedere, data la stabilità garantita dal regime per il Paese e la guerra al terrorismo che al-Sisi sta portando avanti senza quartiere anche negli Stati in guerra vicini.

Il filo

Conoscere quello che succede nel mondo ci rende persone più consapevoli. Ci aiuta a collocare le nostre vite dentro un contenitore più grande, una scatola di senso che ci mette in relazione con persone e contesti lontani eppure sempre più vicini. Ci fa capire meglio le ragioni di fenomeni che sono presenti anche nelle nostre vite, come le migrazioni e i viaggi.

Per questo abbiamo voluto aprire finestre sulla situazione politica, sociale ed economica di molti paesi del cosiddetto “sud del mondo”. Lo facciamo con un attento e costante lavoro di ricerca dei nostri autori e, quando possibile, raccogliendo informazioni di prima mano grazie a contatti che vivono e lavorano nei paesi che raccontiamo. Questo sguardo dal campo è possibile anche grazie alla collaborazione con l’Associazione Mekané, che si occupa di cooperazione internazionale e ha un’estesa rete di contatti con cooperanti in molti paesi. Buona lettura!

Africa: Tunisia, Algeria, Libia, Nigeria, EgittoEritrea, Senegal, Mozambico, Sud Sudan, Zimbabwe.
Asia: Afghanistan, Pakistan, Siria.
Centro e Sud America: Venezuela, El Salvador, Guatemala, Haiti.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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