L’abbraccio pericoloso tra debito italiano, banche e spread

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Durante gli ultimi giorni di maggio, l’Italia si è trovata – nuovamente – a utilizzare con frequenza la parola spread e a riferirsi con crescente preoccupazione ai mercati. In particolare, nei giorni fra il 24 e il 29 maggio, il Paese si é trovato a camminare sul ciglio del baratro in cui era caduto nel 2011, quando a causa di una profondissima crisi finanziaria e istituzionale l’Italia ha rischiato di collassare, fallire (default), sotto i colpi di uno spread a 500. Con qualche differenza, anche questa volta lo schema si è riproposto: spread in rialzo e simultaneo crollo del mercato azionario e obbligazionario. Dopo aver visto nella prima puntata come funziona il rapporto tra stati e mercati facciamo un passo in avanti e proviamo a rispondere alle domande che tutti ci siamo fatti in questi giorni turbolenti, domande che qualche politico di turno semplifica per il proprio tornaconto personale e che invece così semplici non sono.

Perché l’Italia é esposta a queste improvvise tempeste finanziarie? Perché questi sbalzi così violenti avvengono simultaneamente sul mercato del debito pubblico e quello dei titoli bancari? Dove sta la connessione fra crisi del debito sovrano e crisi bancarie? Capirlo è di fondamentale importanza, non solo perché la crisi è sempre dietro l’angolo e di natura fulminea, ma anche perché la contestualità della risposta dei mercati svela il carattere sistemico dei rischi che l’Italia corre, se le sue finanze non sono gestite con estrema cura.

Grafico computer borsa finanza spread debito
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La grande crisi del 2008

Una delle grandi lezioni di quella che ormai é definita GFC (Great Financial Crisis), ovvero il crash della finanza mondiale esploso con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, è la cosiddetta spirale negativa fra crisi bancarie e crisi del debito sovrano. In quegli anni, in molti Stati membri dell’Unione Europea, si verificò un fenomeno tanto semplice da capire quanto drammatico da risolvere. L’Irlanda ne fu l’esempio classico, che riportiamo di seguito schematizzando a grandi cenni:

  1. Le maggiori banche si ritrovano contemporaneamente con immensi buchi di bilancio che le condannano al fallimento (senza qui approfondirne le cause, basti il punto di partenza, la crisi in questo caso parte dalle banche, imprese private, non dallo Stato), perché gli investitori non prestano più loro denaro a tassi sostenibili, ritenendole troppo rischiose.
  2. Lo Stato immette dunque grandi quantità di denaro pubblico nelle banche, nazionalizzandole, per evitarne il fallimento e scongiurare il crollo dell’intero sistema.
  3. Il buco di bilancio delle banche è riempito, ma lo stesso buco ora è trasferito nel bilancio dello Stato.
  4. A questo punto è lo Stato stesso a rischiare di andare gambe all’aria, perché la sua situazione finanziaria è talmente grave che nessuno presterà denaro a tassi sostenibili – spread alle stelle – e lo Stato fallisce. Salvo, come nel caso irlandese in primis, arrivi un prestito salvataggio fornito da BCE, Commissione Europea e IMF che ha permesso a Dublino di sopravvivere senza dover collocare titoli pubblici sul mercato per tre anni, ma soggetto a dure condizioni per il risanamento.

Per spezzare questo circolo vizioso, pagato con soldi dei cittadini inermi, l’Unione europea ha istituito l’Unione Bancaria e, in particolare, il Meccanismo Unico di Risoluzione. Il MUR, uno dei cui elementi chiave è il famigerato concetto del bail-in, mira ad impedire – con alcune eccezioni – l’utilizzo di denaro pubblico per salvare le banche e il danno devastante che ne deriva a interi Paesi, se più banche vanno in crisi contestualmente (i Paesi UE, fra 2008 e 2012, hanno speso circa 2.000 miliardi di euro in denaro pubblico – solo in parte recuperato – per intervenire in sostegno alle proprie banche).

L’Italia, perfino durante la GFC, ha rappresentato un caso parzialmente differente. Salvo 4 miliardi di Euro investiti nel Monte Dei Paschi di Siena, lo Stato non ha reputato opportuno intervenire con ingenti salvataggi bancari, sostenendo che le banche godessero di buona salute, poiché  meno esposte ai rovesci dei grandi mercati internazionali. Non è questa la sede per approfondire se la scelta fu corretta, anche se certamente le crisi bancarie che ancora oggi riempiono i giornali (Etruria, Marche, Carichieti, Cariferrara, MPS, Veneto, Vicenza) e che hanno visto l’impiego di denaro pubblico – seppur nel contesto delle nuove regole UE – hanno fatto sorgere più di un dubbio. L’elemento chiave da ricordare è un altro: anche durante la GFC non fu lo Stato a intervenire nelle banche, quanto piuttosto le banche a intervenire nello Stato, comprando ingenti quantità di titoli pubblici. Le banche infatti diedero importantissimo ossigeno alle finanze pubbliche, riempiendo però i propri bilanci di titoli di Stato italiani.

Se lo Stato italiano non ha immesso miliardi e miliardi di denaro pubblico nel sistema bancario – non ha fatto quindi come l’Irlanda, ad esempio – perché rischiava il fallimento? E perché anche oggi la situazione si ripropone? Allora come oggi, il caso italiano presenta una fondamentale differenza: detto in maniera grossolana, se nei casi sopra descritti la crisi prima nasce nelle banche e poi si trasferisce allo Stato, il caso italiano rappresenta – almeno in partenza – l’opposto.

cerino che prende fuoco
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Il caso Italia

Il punto di partenza è che lo Stato italiano è fortemente indebitato. Il nostro debito pubblico è pari al 132% del PIL, vicino al limite della sostenibilità. Per sostenibilità si intende qualcosa di molto semplice: il giudizio di chi presta i soldi sulla capacità di ripagare del debitore (Italia), in costanza della necessità di di prendere altro denaro in prestito per pagare sia la spesa corrente sia gli interessi sul debito già esistente.

La vicinanza al limite di sostenibilità, o solvibilità, è misurata dal basso rating dei titoli di debito italiano. Pertanto è evidente che ogni segnale che minacci l’aumento del debito – magari tramite fantasiose e ingenti spese – mette in allarme chi i soldi ce li presta, ovvero gli investitori nei titoli di Stato italiani, facendo lievitare i tassi italiani rispetto a quelli tedeschi (lo spread), in linea con l’accresciuta probabilità di insolvenza dello Stato ( che l’Italia non paghi).

Allo stesso tempo, in corrispondenza all’aumento dello spread, crollano anche i titoli delle banche. Perché? Dove sta il nesso? La ragione fondamentale é quella accennata sopra: le banche italiane detengono una vastissima quantità del debito pubblico italiano. Nel 2018, circa 400 miliardi di Euro. Nel 2010, circa 200. A testimonianza del grande acquisto di titoli fatto dalle banche italiane proprio negli anni della crisi – su spinta del Tesoro – per permettere allo Stato di finanziarsi senza subire insostenibili tassi di mercato da reperirsi altrove. Comprando debito italiano, le banche italiane mandavano ai mercati il messaggio di “credere nell’Italia”, con l’effetto di mantenere i tassi sui Btp nell’alveo della sostenibilità.

Tuttavia, questo significa che le nostre banche sono direttamente esposte al rischio di insolvenza dello Stato, oggi ancor più che all’inizio della crisi. Quindi, non bisogna stupirsi se quando aumenta lo spread sui titoli di Stato italiano (ossia lo Stato deve pagare interessi più alti per collocare il proprio debito) a scendere sono proprio i prezzi delle azioni di quelle banche che hanno in pancia (in bilancio) ingenti quantità di titoli pubblici.

Ecco cosa succede: il mercato ritiene meno solvibile il debito pubblico italiano, la possibilità che l’Italia ripaghi il proprio debito; ma se un debitore non ripaga il proprio debito, il creditore ne soffre; e se il creditore ha un grande credito, che non verrà ripagato, perde un enorme investimento e potrebbe fallire. In questo caso, lo Stato é il debitore, le banche italiane il creditore. Quando il meccanismo si innesca, pertanto, anche il valore di banche in salute ( il valore delle proprie azioni, e quindi la loro capitalizzazione) cala. Se cala troppo, le banche rischiano il fallimento.

La crisi finanziaria dello Stato che si stava innescando a fine maggio, quindi, minacciava direttamente la tenuta del sistema creditizio, e quindi economico, del Paese: mettendo a rischio sia i risparmi delle famiglie che l’accesso al credito delle imprese. E per capire quello che sarebbe potuto succedere se lo spread non fosse calato, o quello che potrebbe succedere se dovesse risalire e arrivare a livelli insostenibili, basta riavvolgere il nastro fino al 2011: una recessione di cui ancora paghiamo le conseguenze, con un PIL che solo nel 2018 é tornato ai livelli pre-crisi.

Come vedremo nel prossimo articolo, altri elementi hanno fino ad oggi concorso a mantenere l’Italia in carreggiata, nonostante un debito così alto, una produttività bassa e un’esposizione così forte delle proprie banche verso il debito pubblico. Primo fra tutti, l’essenziale Quantitative Easing della BCE deciso da Draghi nel 2015. Tuttavia, proprio alla fine della scorsa settimana il Governatore della BCE ha annunciato che il rivoluzionario programma di acquisto dei titoli pubblici a suon di 60 mld al mese, terminerà presto: sarà portato a 15 miliardi al mese fra settembre e dicembre, per poi cessare da gennaio 2019. Questo renderà il debito pubblico italiano ancora più vulnerabile di oggi. E come osservato, la vulnerabilità fiscale italiana – del bilancio pubblico – è un gravissimo fattore di rischio diretto e immediato per le proprie banche. Avventate decisioni, o strani annunci, di politica fiscale possono tradursi molto rapidamente in rischio sistemico, direttamente a livello economico, mettendo a repentaglio risparmi e accesso al credito, prima ancora che le casse dello Stato rimangano vuote. È indispensabile tenerlo presente.

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Milano, Dublino, poi Londra e infine Bruxelles - dove vivo oggi - le mie città: no, non odio il sole; sì, io e la birra ci frequentiamo. Avvocato, specializzato in diritto bancario, dei mercati finanziari e dell'Unione europea. Internazionalista ed europeista per inclinazione e per diritto, collaboro con la cattedra di Diritto dell'UE e di Economia di alcune università europee.

2 Comments

  1. Complimenti per l’esposizione in modo chiaro – ma non semplicistico – di temi piuttosto complessi.

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