Quantitative easing: Mario Draghi salva l’UE?

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Alcuni decenni fa, il segretario di Stato USA Henry Kissinger si chiedeva che numero telefonico avrebbe dovuto comporre se avesse voluto chiamare Mr Europa, invece di chiamare le varie capitali Parigi, Londra, Berlino, Roma, etc. L’attesa per la risposta a questa domanda è finita: Mr. Europa è Mario Draghi.

Da quando ha preso possesso dei propri uffici a Francoforte, Mario Draghi ha gradualmente stravolto la politica della Banca Centrale Europea. Primo, ha spinto politicamente per creare l’Unione Bancaria, il progetto di messa in sicurezza delle banche europee, sotto la vigilanza unica della BCE (superando quindi le Autorità di vigilanza nazionali che non avevano visto arrivare la crisi) e creando un vero Mercato Unico dei Servizi Finanziari in Europa.

Risultato: l’Unione Bancaria, il più grande progetto politico di integrazione europea dopo la moneta unica, si è fatta in due anni e sei mesi. Impensabile senza la spinta di Draghi e considerato il tira e molla infinito dei Governi nazionali. Secondo, mentre si metteva in piedi questa architettura complessa, la BCE ha lanciato operazioni inedite per dare liquidità alle banche in crisi, rispettivamente le LTROs (Long Term Rifinancing Operations) e le L-TROs (Targeted Long Term Rifinancing Operations).

Queste ultime sono oggi in corso e subordinano la fornitura di liquidità alle banche all’effettiva messa in circolo della stessa da parte di esse all’economia reale, piccole e medie imprese in testa.

Terzo, con la famosa frase del “whatever it takes”, ormai passata allo storia, Draghi ha chiaramente indicato a mercati e speculatori la ferma intenzione di preservare la salute della moneta unica – e quindi l’economia europea – ad ogni costo, anche mediante mezzi non convenzionali non espressamente previsti dal mandato BCE sancito dai Trattati. Su questa linea ha abbassato al minimo storico i tassi di interesse e attuato altre misure di aiuto all’economia. Ma non è finita, perché il vero botto dovrebbe arrivare oggi.

La rivoluzione di Draghi: quantitative easing

O semplicemente “QE”. Letteralmente, allentamento quantitativo. Questa espressione che oggi e domani campeggerà sui giornali del mondo, descrive una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione nel sistema finanziario ed economico. Quando i tassi sono prossimi allo zero (cioè come oggi nella zona Euro), la Banca centrale può ricorrere a un’arma estrema: l’acquisto massiccio di titoli di Stato.

Così facendo immette liquidità direttamente nell’economia, cioè stampa moneta. Per conseguenza, inoltre, i rendimenti dei titoli di Stato sono “pilotati” al ribasso. Per ulteriore conseguenza, le istituzioni finanziarie (banche, etc.) che vendono questi titoli alla banca centrale, sono incentivate automaticamente a spostare i loro investimenti su altre categorie di titoli più remunerativi come azioni e obbligazioni societarie – cioè l’economia reale – facendone salire le quotazioni.

Si tratta – mutatis mutandis – di ciò che la Federal Reserve (cioè la Banca Centrale a stelle e strisce) ha fatto per quasi 3 anni e che solo ora sta diminuendo. Questa azione, insieme all’opera di riforma di Obama, ha portato l’America fuori dalla crisi, con un’economia oggi galoppante.

Bene. E dov’è la rivoluzione? Cosa c’è di strano? Semplice. La BCE stando alle regole non lo può fare. Non può stampare moneta. Una fondamentale disposizione del suo Statuto vieta infatti di comprare il debito sovrano degli Stati alleggerendone il fardello e immettendo miliardi freschi nell’economia, perché si tratterebbe di un aiuto alla politica fiscale. Assolutamente vietato.

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Ciononostante, oggi alle ore 14.00, la conferenza stampa della BCE da Francoforte potrebbe invece annunciare l’impensabile. Se nella notte Mario Draghi avrà vinto le ultime resistenze dei suoi colleghi nel Governing Council della BCE, per la prima volta nella storia l’Europa si ritroverà con una Banca Centrale che stampa moneta.

Si attende di capire di che quantità si tratti, ma alcune indiscrezioni da Francoforte parlano di operazioni di acquisto su titoli di Stato da 50 miliardi di Euro al mese fino al 2016. Una atomica. A ciò si deve aggiungere il già annunciato piano di acquisto anche di ABS (asset backed securities), cioè di titoli non sovrani ma di cui le banche faticano a sbarazzarsi perché malridotti. In altre parole, altra iniezione di liquidità e pulizia dei bilanci delle banche.

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In pratica, la BCE passerebbe dalle operazioni di fornitura di liquidità alle banche (le citate LTROs e T-LTROs che hanno rimesso in sesto centinaia di istituti di credito), direttamente a fornire liquidità agli Stati, comprando titoli italiani, spagnoli, tedeschi etc. Una rivoluzione. Gli effetti sarebbero quelli di una leggera inflazione, uscendo dallo stato di attuale deflazione, a vantaggio dei consumi. Più, in generale, il beneficio all’economia degli Stati sarebbe di dimensioni inedite
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Gli Stati del sud Europa si leccano i baffi, perché trovano nella BCE il paladino anti-austerità. Il primo è Tsipras proprio alla vigilia delle elezioni del 25 gennaio in Grecia, anche se rimane da vedere l’effetto di un annuncio di tal fatta sugli elettori.

La Germania, invece, suona campane a lutto, sconfitta dalla più efficiente, solida e indipendente delle istituzioni europee. Berlino – con altre capitali di Stati “core”, cioè non periferici – ha infatti due fondamentali obiezioni. Primo, non ci stanno a esporre il bilancio della BCE al rischio di insolvenza di Stati poco virtuosi. Detto in italiano: se la BCE compra titoli greci vuol dire che se li mette in pancia, li mette a bilancio, in attesa che alla scadenza la Grecia paghi. E se la Grecia poi non ripaga, che si fa? I bilanci pubblici degli atri Stati, in qualità di azionisti BCE, sarebbero richiamati a risanare le perdite con i soldi del contribuente. Secondo, non vogliono che tutto ciò sia un aiuto agli Stati in difficoltà, permettendo a questi di alleggerire le politiche fiscali.

Draghi è però riuscito a forzare la mano sulle regole, costringendo gli Stati membri a confrontarsi con questa concreta possibilità. Si tratta di una spinta formidabile verso la ripresa economica e verso l’unità europea, a livello politico. La sua manovra, se riuscirà, non sarà un aiuto di stato, perché intatte rimarranno le necessità di riforma e di buon governo a livello nazionale. Molte sono infatti le forme tecniche e giuridiche per scongiurare le ritrosie sopra esposte, che perlopiù hanno un fondamento politico, cioè il timore dei politici locali di fronte a un’opinione pubblica interna spesso male informata per anni, nutrita di “non paghiamo le crisi degli altri”.

Comunque vada a finire oggi, anche se il QE sarà un po’ annacquato, il dato rimane di rilevanza eccezionale. La BCE, nel mezzo del balbettio dei Governi europei che si dimenano fra coloro che chiedono miope austerità e coloro che chiedono maglie larghe per incapacità di risanare i loro mali cronici, è diventata soggetto quasi politico, unica forza trainante verso la stabilità, la crescita, le riforme e l’occupazione. Ha superato di slancio l’egoismo di alcuni e il lassismo di altri. Ma se da un lato bisogna rallegrarsi, dall’altro non può mancare la considerazione sulla pochezza dei nostri Governi. Questo dato conferma una volta di più che l’Europa necessita di essere una, con istituzioni comuni, con una vera Banca centrale e con una politica unitaria che non stia in scacco delle miopie di nessuna capitale, sia essa Berlino o Atene.

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Milano, Dublino, Londra e Bruxelles. Specializzato in diritto bancario, dei mercati finanziari e dell'Unione europea, collaboro con le facoltà di Economia e Diritto di alcune università europee.

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