Che fine farà l’Europa?

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Nella quinta puntata di LiveNius abbiamo parlato del futuro dell’Europa in seguito all’emergenza coronavirus. La puntata è andata live giovedì 7 maggio alle 18 e la potete rivedere qui:

Gli ospiti della puntata sono stati: Patrizia Toia, parlamentare europeo PD e vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia; Alberto Romagnoli, corrispondente Rai Uno, Responsabile dell’ufficio per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dal Belgio; Emanuele Spina, docente e funzionario.

I contenuti che seguono sono una sintesi di quanto emerso dalla discussione con gli ospiti e dall’interazione con i commenti e le domande poste in diretta dalle persone collegate su Facebook.

L’Europa alla prova della Storia

Certamente L’Unione Europea è messa alla prova dalla pandemia di Covid-19. L’impatto è potentissimo ma gli esiti sono aperti. La sensazione è quella di essere in una fase epocale, che può segnare il destino dell’Europa in una direzione o nell’altra: o un rilancio del progetto europeo o un suo tracollo.

D’altra parte lo stesso progetto europeo è nato da una grande crisi: l’Europa è nata dalle macerie della seconda guerra mondiale. È vero che non dobbiamo paragonare il virus alla guerra, ma le macerie sono analoghe. Sapremo reagire come allora?

Nonostante l’impressione diffusa nell’opinione pubblica sia di un sostanziale immobilismo, ci sono anche ragioni per essere ottimisti. Dopo una prima fase di incertezza, l’Unione Europea ha dato i primi segnali di reazione, anche molto concreti: acquisti comuni di dispositivi di sicurezza, linee guida per coordinare le app di tracciamento, finanziamento comune alla ricerca sui vaccini. Oltre naturalmente alla discussione ancora aperta sulle strategie comuni per fronteggiare la crisi economica.

Ora siamo al momento chiave. Sono in ballo proposte molto ambiziose e dal loro successo dipenderà anche il futuro dell’Europa come progetto unitario.

I limiti dell’Europa

C’è stato anche in questa circostanza un grosso equivoco su quello che fa l’Europa, e su quello che può e non può fare. Su molte materie l’Unione Europea ha competenze molto limitate: ad esempio sull’immigrazione, le politiche fiscali, le politiche di welfare. Anche la sanità è di competenza nazionale, non dell’Unione Europea.

Ed ecco il cortocircuito: c’è una grande domanda di protezione sanitaria, ma a questa domanda l’Europa non può rispondere. Certo, può farsi la domanda, e forse uno degli esiti di questa crisi sarà una maggiore condivisione delle politiche sanitarie a livello europeo. La risposta istituzionale però ce l’hanno in mano Stati e Regioni.

Questo è un problema strutturale del rapporto cittadini – UE: spesso si dice l’Europa fa o non fa senza sapere bene quali sono i poteri dell’Europa nei vari campi. In molti casi insomma ci si lamenta dell’Unione Europea ma le responsabilità sono dei singoli Stati.

È anche un limite comunicativo. L’Europa è complessa – ma quale apparato istituzionale non lo è? – e poco è stato fatto per promuovere un’alfabetizzazione europea (noi ci abbiamo provato, qui) e per comunicare gli importanti risultati che l’Unione Europea ha negli anni raggiunto in diversi campi (ad es. la ricerca, gli scambi culturali, la politica energetica).

Il bisogno di Europa

Eppure, nonostante questi limiti e le onnipresenti critiche, l’Europa è invocata da tutti, o almeno da molti. Dall’Europa ci si aspettano risposte, risorse, grandi piani di rilancio. Ci accorgiamo che c’è un bisogno di Europa.

Certo, questo bisogno emerge spesso a partire da rivendicazioni nazionali, a volte da veri e propri egoismi. La bontà del progetto europeo si misura però proprio su questo: sulla sua capacità di fare sintesi degli interessi nazionali evitando che gli egoismi si traducano in vincitori e sconfitti.

La crisi ha quindi, per i più diversi motivi, messo in evidenza il bisogno di Europa, si è preso consapevolezza che l’Europa può essere un livello istituzionale di azione più adeguato per certe questioni. Già, ma di quale Europa c’è bisogno?

Certamente di un’Europa comunitaria, non intergovernativa. Un’Europa quindi che non sia la somma di singoli Stati ma molto di più, un’unità politica più alta. In questo senso la crisi ha messo anche in evidenza come questo progetto comunitario, che era poi quello originario dei fondatori, è ancora incompiuto.

Cosa fare quindi?

Fatti, intanto

Per effetto delle dinamiche del capitalismo globale, l’Europa non produce mascherine e ha dovuto importarle, con grande fatica, dalla Cina. Quando le mascherine cinesi sono arrivate avevano una bandierina cinese sulla confezione, e le autorità cinesi hanno chiamato gli operatori dei media all’aeroporto per raccontare la storia delle mascherine made in China che sbarcavano in Europa.
Questi sono fatti, e sono anche straordinari mezzi di comunicazione per aumentare la fiducia tra i cittadini e le istituzioni europee.

Occorre quindi nelle prossime settimane e mesi far arrivare segni concreti del ruolo dell’Europa nelle vite dei cittadini europei. Ad esempio, sul tema del digitale, abbiamo scoperto che funziona benissimo ma c’è un problema: l’accesso è diseguale. L’Europa può fare qualcosa per questo, di molto concreto e rapido? Si può ad esempio pensare di dare a tutti gli studenti che devono fare didattica a distanza un computer con fondi europei? Sarebbe un fatto concreto con grande rilevanza comunicativa.

È partita poi la gara al vaccino, su cui i cinesi vogliono arrivare prima degli americani. Sarebbe bello se fosse l’Unione Europea ad arrivare per prima al vaccino, grazie ai grandi investimenti sulla ricerca che ha fatto negli anni precedenti. Questo sarebbe un fatto straordinario, con una grande forza anche comunicativa rispetto alla validità del progetto europeo.

Non che già non ne faccia, di fatti, l’Unione Europea. Spesso però non passano a livello comunicativo. Dopo i primi giorni di incertezza, l’UE ha iniziato a muoversi anche operativamente: acquisti comuni di dispositivi, linee guida per coordinare le app di tracciamento, finanziamento comune della ricerca sui vaccini.

Già prima di fatti ne faceva: l’UE ad esempio ha investito tantissimo sulla ricerca, dando la possibilità a molti ricercatori e ricercatrici di portare avanti le loro carriere e raggiungere risultati di grande qualità; pochi però lo sanno al di fuori degli addetti al settore.

Anche sui territori, l’UE fa cose molto concrete. Ci sono interventi di riqualificazione nelle città e nelle regioni che sono fatti grazie a finanziamenti europei. C’è il Fondo Sociale Europeo, gestito dalle regioni ma erogato e coordinato dall’Unione Europea, che consente a molte persone di rientrare nel mondo del lavoro e di fare interventi sociali per tutti: asili nido, servizi di welfare, formazione. Passa poco che tutto questo è reso possibile da politiche e finanziamenti europei.

Riforme istituzionali, poi

La storia insegna che le grandi crisi sono acceleratori di cambiamento. Lo stesso progetto europeo, d’altra parte, è sempre avanzato non in modo lineare per strappi, e nei momenti di crisi ha spesso accelerato. Questo sembra il momento per uno di questi strappi, anche perché se non ci fosse il rischio è l’implosione del progetto europeo stesso. Certo, quindi, fatti concreti nell’immediato ma anche riforme istituzionali coraggiose nel medio periodo.

L’Unione Europea, si diceva, ha competenza su poche materie. Se vogliamo un’Europa più capace di rispondere ai bisogni dei cittadini bisogna che abbia più poteri su più materie. Uno degli effetti di questa crisi è che l’UE potrebbe avere più voce in capitolo in materia sanitaria e, più in generale, potrebbe acquisire più poteri, fosse anche solo per istinto di sopravvivenza.

Dobbiamo poi dare la possibilità alle istituzioni europee di funzionare in maniera più efficiente e in tempi più rapidi. Occorre quindi togliere il criterio di unanimità almeno su alcune materie; ci sono infatti misure bloccate dal veto di alcuni Stati. Ad esempio la riforma del regolamento di Dublino non è stata portata a termine perché alcuni stati si sono opposti bloccandone il processo, mentre con un criterio di maggioranza sarebbe stata approvata.

Non per niente l’Unione Europea è stata paragonata all’arca di Noè: a volte per la sua voglia di tenere tutti assieme aspetta tutti e si muove solo quando sono saliti tutti. Nel frattempo però c’è il diluvio, e le persone rimangono senza protezione.

Infine, occorre una maggiore personalizzazione della politica europea. Non nel senso di un leaderismo fine a stesso, ma nel senso di poter più chiaramente identificare il/la leader dell’Unione Europea. La possibilità di associare un volto a dei fatti e a delle politiche è fondamentale infatti per accrescere il senso di appartenenza dei cittadini.

Il/la presidente della Commissione Europea – oggi Ursula von der Leyen – svolge questo ruolo ma solo in parte e con poca forza. Se fosse un ruolo eletto dai cittadini avrebbe certamente più forza nell’immaginario dei cittadini europei e a livello comunicativo.

Aiuterebbe forse a superare anche un altro ostacolo che si trova davanti l’UE. A livello nazionale, se una misura del governo non ci piace non mettiamo in discussione l’esistenza dell’Italia ma critichiamo il governo, il partito, il presidente del consiglio, e puntiamo casomai a cambiare le forze di governo. Questo non succede con l’UE, come fosse un’entità unica senza dinamiche politiche: se qualcosa non ci piace è l’esistenza stessa dell’Europa che mettiamo in discussione.

In conclusione, è difficile prevedere che fine farà l’Europa. Certamente il momento è epocale, e il rischio di un tracollo del progetto europeo esiste, così come esiste l’opportunità di un rilancio entusiasta. A volte, una realtà molto difficile tira fuori nelle persone e nelle istituzioni quel coraggio che prima non hanno avuto. È questo l’augurio che si può fare per il futuro dell’Europa.

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