Tutto quello che avreste voluto sapere sull’Unione Europea ma non avete mai osato chiedere

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L’Europa ha bisogno di essere spiegata, ma non è difficile da capire. Sicuramente meno complessa dell’Italia. Ma deve essere spiegata. Perché la costruzione europea è un’opera talmente originale e nuova nella storia dell’umanità che ha bisogno di essere compresa.
L’Unione europea è una realtà concreta per i 500 milioni di cittadini che la compongono, rappresenta il mercato più grande del mondo e l’area di benessere ed equilibrio sociale più importante della storia.
Il voto di fine maggio per le elezioni del Parlamento europeo conta come e anzi molto più delle elezioni politiche nazionali dei 28 Stati membri che compongono la UE: si eleggono i propri rappresentanti per contribuire direttamente al governo dell’entità politica che conta di più.
Per questo è bene avere le idee chiare, soprattutto in questi tempi in cui l’Unione è messa in discussione da più parti.

Indice

1. L’Unione Europea ci conviene? Ha senso farsi questa domanda?
2. L’Unione Europea è un successo?
3. Un esempio del successo dell’Europa: la questione irlandese?
4. Ma cos’è esattamente l’Unione Europea?
5. L’UE è complicata, non si capisce niente!O no?
6. Quanti e quali Stati membri compongono l’UE?
7. Quanti e quali Stati membri compongono la zona Euro?
8. Quali sono le istituzioni dell’UE?
9. Come funziona il processo di formazione e decisione delle leggi europee?
10. Cos’è la Commissione europea?
11. Cosa fa la Commissione europea?
12. Juncker è il premier d’Europa?
13. Che fa il Parlamento europeo?
14. Quali sono i gruppi parlamentari del Parlamento europeo?
15. Quante sedi ha il Parlamento? Sono uno spreco?
16. Cos’è il Consiglio dell’UE?
17. Ha senso prevedere un’istituzione che rappresenta i cittadini europei (il Parlamento) e una che rappresenta i Governi europei (il Consiglio)?
18. Cosa sono le leggi europee?
19. L’UE è governata da burocrati non eletti?
20.Stavamo meglio fuori dall’Europa?
21. Quanto conta l’Italia nell’Unione Europea?
22. L’Italia non è più sovrana?
23. L’UE è complice dei mercati?
24. Il bail-in è un attacco all’Italia e ai risparmiatori?
25. Cos’è davvero il bail-in?
26. L’Europa ha causato la crisi finanziaria?
27. L’Euro è una cosa buona?
28. Perché il sovranista Orban è nel gruppo dei popolari europei (dove c’e’anche la Merkel) e cosa vuol dire per il futuro?
29. L’Europa c’è oppure no? Come funziona la sovranità condivisa?
30. Quali sono gli ambiti di competenza esclusiva dell’Unione europea?
31. Quali sono gli ambiti di competenza concorrente fra Unione europea e Stati membri?
32. In quali ambiti l’Unione può sostenere e completare l’azione degli Stati membri?
33. In quali ambiti l’Unione può fornire orientamenti per il coordinamento delle politiche degli Stati membri?
34. La sovranità condivisa e la Costituzione italiana
35. Cosa sono i Trattati europei?
36. Cosa significa cittadinanza europea?
37. Quali diritti hanno i cittadini europei?
38. I cittadini UE possono proporre direttamente delle leggi europee?
39. I cittadini europei hanno diritto di interpellare le istituzioni europee o denunciare abusi?
40. Quali sono i principi fondanti dell’Unione europea? Si tratta solo di chiacchiere?
41. I diritti fondamentali sono riconosciuti e tutelati nell’UE?
42. Cosa sono le 4 libertà fondamentali dei cittadini UE?
43. La UE è difettosa?
44. Abbiamo perso la sovranità?
45. Chi sono i sovranisti? Cosa succederebbe in tema di immigrazione, se governassero loro?
46. Qual è il vero problema dell’Unione europea?
47. L’Europa è un’inutile macchina mangia soldi? Quanto ci costa il Parlamento europeo? Quanto ci costano i burocrati? Quanto costa questo apparato?
48. Cosa succederà con i sovranisti al governo? Tre esempi
49. Lo spread è colpa dell’Europa dei banchieri e dei poteri forti? Ma cos’è lo spread?
50. Il debito pubblico dell’Italia è colpa dell’Europa?
51. L’Italia può fallire? L’Europa ci aiuta o ci affossa?
52. Perché uno Stato può fallire? E l’Europa che fa?
53. L’Europa tutela l’ambiente?
54. L’Europa tutela la nostra sicurezza alimentare?
55. L’Europa controlla la tossicità dei prodotti?
56. L’Italia versa all’UE più di quanto riceve?
57. Dove vanno a finire i soldi del bilancio UE?
58. Perché l’UE si preoccupa delle dimensioni delle zucchine? Perché vieta la pesca di alcune specie?
59. L’UE autorizza gli OGM negli alimenti e gli Stati sono obbligati ad adeguarsi?
60. L’UE è al soldo delle multinazionali chimiche e farmaceutiche?

L’Unione Europea ci conviene? Ha senso farsi questa domanda?

Perché si vuole ragionare in termini di costi benefici? Qualcuno si pone domande utilitaristiche, di costi/benefici, sull’esistenza dell’Italia? Mettiamo forse in dubbio l’esistenza dell’Italia quando pensiamo alle mafie, alla corruzione, ai ponti che crollano? Ragioniamo sull’utilità dell’Italia quando una banca va in crisi, quando un politico ruba, quando abbiamo a che fare con una burocrazia che rende folli?

No. Al limite pensiamo di migliorarla, ma non mettiamo in dubbio che debba esistere. Cosa che invece accade a ogni piè sospinto con l’Europa, per qualunque cosa, nonostante l’Europa unita presenti molti successi e poche storture, raddrizzabili quanto quelle italiane.Si potrebbe dire che è una questione di feeling, che essere italiani ce lo sentiamo, senza tante spiegazioni. Ottima notizia, ma certo si tratterebbe di una conquista recente. Così non era in principio, se “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, come diceva Massimo D’Azeglio nel 1861 dopo l’unità. Così non era nella prima guerra mondiale, in cui i soldati italiani parlavano lingue diverse e prendevano ordini in piemontese. Così non era durante la rimpianta età dell’oro, il boom economico, quando ai meridionali non si affittava casa. Così non era fino a ieri – letteralmente – quando gli stessi che oggi si professano nazionalisti ferventi sostenevano che l’Italia andava nuovamente divisa, cantando della puzza dei napoletani e facendo scempio del tricolore.

Siamo diventati tanto italiani negli ultimi due anni? Chiediamo a un valdostano e a un molisano cosa hanno in comune, cosa mangiano, cosa studiano, come parlano, che accesso hanno al welfare. Ci saranno differenze e cose in comune, ma non molte più che fra un lombardo e un olandese, per dirne una. Non sarà, dunque, che per alcuni indicare nell’Europa un insuccesso significa nascondere il proprio fallimento, negare responsabilità, creare un nemico e guadagnare consenso? La forza dall’Europa, così come dell’Italia nella sua lunga corsa all’unità, non sta nella convenienza, nel saldo fra costi e benefici (che pure è largamente positivo), ma nel tenere tutti insieme nelle differenze. Le divisioni portano guerra, di ogni tipo.
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L’Unione Europea è un successo?

Sì: metà secolo con due guerre mondiali e milioni di morti, altra metà secolo con un’Europa in pace. Inoltre lo è per almeno altri due aspetti. Primo, perché metà della spesa sociale mondiale è nell’Unione europea, che ha il 7 per cento della popolazione. Secondo, perché le spese per l’agricoltura e per la coesione, quelle di riequilibrio, costituiscono il 70 per cento del bilancio dell’Unione. Quindi, in Europa, c’è benessere e attenzione all’equilibrio delle condizioni economiche e sociali.

L’Unione è il maggior successo dell’ultimo mezzo secolo. Vi siamo immersi e non ci rendiamo conto di quanto siano europee le istituzioni che consideriamo per abitudine meramente nazionali e tutte le nostre leggi. Ne è prova la Brexit: se si cerca di uscire dall’Europa si incontrano difficoltà insormontabili perché bisogna scucire legami profondissimi e rinunciare a una gran quantità di benefici. E pensare che il Regno Unito è il paese dell’UE con meno legami in assoluto, figuriamoci i Paesi che stanno da sempre nel cuore dell’Europa.
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Un esempio del successo dell’Europa: la questione irlandese?

Brexit fornisce un esempio lampante. La ragione principale per cui non è stato ancora trovato un accordo su Brexit è una: la questione irlandese. L’Unione europea non vuole che fra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, in Irlanda del Nord, si ricrei un confine fisico, il cosiddetto hard border. In quei territori, infatti, con il culmine fra anni 70 e 2000, si è consumato un conflitto sanguinoso fra cattolici irlandesi e protestanti unionisti (che vogliono rimanere nel Regno Unito). Le bombe dell’IRA e le persecuzioni criminali dell’esercito inglese hanno creato fratture insanabili nella società. Questo fino agli accordi chiamati del venerdì Santo (Good Friday agreement, 1998), in cui fu siglata una difficile pacificazione.

Quale era il cardine di questa pacificazione? L’inutilità di un confine fra i due Paesi, in quanto entrambi facenti parte di un insieme più grande, l’Unione europea. A quel punto non serviva più sentirsi necessariamente irlandesi o necessariamente britannici. Come mai prima nella storia si attraversava il confine a piacimento, in piena libertà di movimento, stabilimento, scambi commerciali. Niente più simboli del conflitto, niente più militari inglesi a pattugliare le strade. Il conflitto, pur profondo nella società, era superato dalla realtà, e la realtà era l’Unione europea.

Se quel confine torna, con la Brexit, torna il conflitto, torna la plastica dimensione della differenza, delle divisioni, dei torti subiti e di quelli arrecati. Tornano l’esercito che pattuglia il confine, i militari occupanti per strada, i simboli dell’oppressione, la rabbia, gli atti di terrore. In un parola, la guerra. In Europa. Nella parte ricca dell’Europa. Oggi. Se questo non bastasse, è sufficiente ascoltare i media britannici, in cui certi politici e giornalisti sono stizziti dalla presenza dell’UE sul tema. Perché, dicono, non possiamo noi Regno Unito negoziare questa questione direttamente con l’Irlanda? Sono affari nostri, sostengono. No, non sono affari loro. Questa è la retorica coloniale dell’ex grande impero che pretende di “trattare” con un piccolo Paese di 4 milioni di abitanti, sull’uscio di casa, dominato per occupazione per 800 anni.

Che peso negoziale avrebbe l’Irlanda a trattare da sola con il Regno Unito, il suo quasi unico partner commerciale? Nessuno, sarebbe schiacciata. E invece, questa volta, dall’altro lato del tavolo negoziale c’è un’Unione di 27 Stati, e la musica cambia. Andate in Irlanda a chiedere cosa pensano dell’appartenenza all’UE. Provate a immaginare: se sulla porta di casa aveste un vicino minaccioso e potente, preferiste brandire slogan sulla sovranità ed essere soli, o preferireste avere un continente intero che parla con voi, per voi?
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Ma cos’è esattamente l’Unione Europea?

L’Unione Europea è un’organizzazione di carattere sovranazionale e intergovernativo che comprende 28 Paesi membri indipendenti e democratici del continente europeo (l’ultimo in ordine cronologico è la Croazia, 1 luglio 2013). Si tratta del più grande esperimento di unione di popoli, culture ed economie differenti in una casa comune, con metodi pacifici. Si tratta, in poche parole, di un’unione di Stati sovrani che, su materie determinate dagli Stati stessi, hanno deciso di condividere la propria sovranità al fine di amministrare insieme temi di rilevanza comune. È il progetto di pacificazione e condivisione degli Stati europei nato dalle ceneri della prima, della seconda guerra mondiale e del colonialismo.

L’Unione Europea non arriva a potersi definire federale (o confederale), ma ne ha moltissime caratteristiche. È infatti dotata di istituzioni e norme che rendono gli Stati membri molto più uniti di quanto non siano, per esempio, i 50 Stati che compongono gli Stati Uniti d’America. Per altri versi, tuttavia, l’Unione è completamente assente o inesistente su una serie di materie – per scelta esplicita degli Stati che la compongono – e questo crea confusione nei cittadini.
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L’UE è complicata, non si capisce niente! O no?

L’Unione europea è piuttosto semplice. Basta prendersi il disturbo di spiegarla, e di capirla. Proviamo confrontando all’Italia:
– L’UE è composta da 28 Stati.
– L’Italia è composta da 20 Regioni.

– L’UE ha delle istituzioni centrali, elette democraticamente, che governano su temi comuni. Altri temi sono invece lasciati alla piena autonomia degli Stati.
– L’Italia ha delle istituzioni centrali elette democraticamente, che governano su temi comuni. Altri temi sono invece lasciati alla piena autonomia delle Regioni.

– L’UE ha un bilancio centrale, in cui gli Stati versano proporzionalmente la loro parte. Il resto delle risorse è pienamente di competenza statale.
– L’Italia ha un bilancio centrale, in cui le Regioni versano proporzionalmente la loro parte. Il resto delle risorse è pienamente di competenza regionale/comunale.

– L’UE adotta le sue norme secondo uno schema che vede un esecutivo che le propone e un legislativo, formato da due organi, che le modifica, rigetta o adotta. Il legislativo ha anch’esso potere di iniziativa legislativa.
– L’Italia adotta le sue norme secondo uno schema che vede un esecutivo che le propone e un legislativo, formato da due organi, che le modifica, rigetta o adotta. Il legislativo ha anch’esso potere di iniziativa legislativa.

Difficile? E allora cosa diremmo di questo sistema in cui c’è una Costituzione, delle leggi nazionali, poi delle leggi regionali, per alcune regioni a valenza particolare poiché a statuto speciale, e per una di esse con due province autonome dentro la regione a statuto speciale con anche una minoranza linguistica? È l’Italia, con il Trentino Alto Adige regione a statuto speciale contenente le due province autonome di Trento e Bolzano, di cui quest’ultima a maggioranza di lingua tedesca.
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Quanti e quali Stati membri compongono l’UE?

Gli Stati membri dell’UE sono oggi 28: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria.
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Quanti e quali Stati membri compongono la zona Euro?

Gli Stati membri UE che adottano l’Euro, e costituiscono quindi l’Eurozona, o area Euro, sono oggi 19: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna.

Gli stessi Stati membri compongono l’Unione Bancaria. Sono cioè soggetti a regole e controlli comuni sulle banche, esercitati dalla Banca Centrale Europea e dal Comitato Unico di Risoluzione, in coordinamento con le banche centrali nazionali e le autorità nazionali di risoluzione.
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Quali sono le istituzioni dell’UE?

Le principali istituzioni dell’UE sono poche, se si considera che servono e rappresentano 500 milioni di cittadini. E sono anche facili. Quelle fondamentali sono tre: Commissione, Parlamento, Consiglio.La Commissione è il governo, l’organo esecutivo. In quanto tale, propone le leggi all’organo legislativo, composto da Parlamento e Consiglio, che le approva e adotta, o rifiuta.

Parlamento e Consiglio formano le due “camere” dell’organo legislativo, proprio come Camera e Senato in Italia. Entrambe sono piena espressione democratica dei cittadini: il Parlamento è eletto direttamente a livello europeo, il Consiglio è composto dai governi degli Stati membri, che a loro volta rappresentano il volere elettorale dei cittadini a livello nazionale.
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Come funziona il processo di formazione e decisione delle leggi europee?

La Commissione confeziona proposte di legge (direttive e regolamenti). Il testo perviene alle due “camere”, Parlamento e Consiglio, che esercitano il vaglio democratico proponendo emendamenti. Solo se le due camere trovano un accordo il testo di legge viene adottato. Esattamente come nella maggioranza dei sistemi costituzionali nazionali. Però in modo molto più efficace e veloce, e per 500 milioni di cittadini. Nessuna norma europea è dunque imposta agli Stati. Tutte sono dapprima proposte da un organo che è emanazione della volontà democratica dei cittadini e degli Stati stessi (la Commissione) e sono poi ulteriormente vagliate da altri due organi che rappresentano l’interesse dei cittadini (il Parlamento) e degli Stati (il Consiglio).
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Cos’è la Commissione europea?

La Commissione Europea rappresenta l’Unione Europea ed ha il compito di promuovere l’interesse generale europeo. Ha la funzione di proposta sulle normative europee, di rappresentanza internazionale dell’UE, di controllo sul rispetto dei Trattati da parte degli Stati membri.La Commissione è l’organo esecutivo, il governo dell’Unione. I suoi componenti, i commissari, uno per Stato membro, rappresentano i ministri alle varie politiche dell’UE: trasporti, energia, industria, affari economici, giustizia, etc.

Così come accade per i governi nazionali, la Commissione è espressione della maggioranza politica uscente dalle elezioni del Parlamento. Sulla base del risultato elettorale, in questo caso delle elezioni europee, ogni Stato membro indica un commissario. Né il Presidente della Commissione, né i Commissari sono eletti direttamente, così come non lo sono i ministri in un governo nazionale. Proprio come quando in Italia un possibile premier (che non è mai votato direttamente) riceve incarico di formare un governo in base ai risultati delle elezioni, propone una lista di ministri (anch’essi non votati direttamente) e attende il via libera del Presidente della Repubblica. Una volta formata la Commissione, questa riceve la fiducia del Parlamento europeo. Esattamente come un governo riceve la fiducia del proprio parlamento nazionale.I commissari, una volta insediati, non rappresentano gli interessi del proprio Stato di provenienza, non sono degli ambasciatori, ma rappresentano invece l’interesse dell’intera Unione.
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Cosa fa la Commissione europea?

La Commissione ha tre funzioni fondamentali: proposta legislativa, rappresentanza, controllo sul rispetto delle norme. Proposta legislativa: propone testi di legge (direttive o regolamenti) all’organo legislativo, che è formato da Parlamento e Consiglio, il quale li modifica, approva o rifiuta. Rappresentanza: come ogni esecutivo rappresenta lo Stato all’esterno, la Commissione rappresenta la UE sulla scena internazionale e, per esempio, negozia i trattati fra la UE e i Paesi terzi (che poi il Parlamento europeo deve approvare o meno).

Controllo: come ogni esecutivo, la Commissione ha il compito di assicurarsi che le norme siano rispettate, sia quelle dei Trattati istitutivi, sia quelle emanate dall’organo legislativo (Parlamento e Consiglio). Ecco perché, per esempio, controlla che gli Stati rispettino gli impegni presi a livello di stabilità dei conti pubblici, oppure ecco perché può comminare ingenti multe a imprese private (vedi Microsoft o più di recente Apple) se non sono rispettate le norme sulla concorrenza.
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Juncker è il premier d’Europa?

Juncker è il Presidente della Commissione europea, il braccio esecutivo dell’Unione. In quanto tale, si può definire il premier d’Europa, esattamente come il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano è il premier d’Italia. Nessuno dei due, allo stesso modo, è eletto direttamente. Il Presidente della Commissione europea è scelto fra le fila del partito che vince le elezioni europee. Tuttavia, il Presidente della Commissione, dopo il Trattato di Lisbona in vigore dal 2009, ricopre sempre più la funzione di premier dell’Europa. Pertanto i grandi partiti europei candidano a questo ufficio il loro più prestigioso esponente. Questi andrà – se il partito vince – alla Commissione (anche qui, quindi, ruolo politico e tutt’altro che da tecnocrate), i suoi colleghi eletti andranno invece al Parlamento europeo.

Come sempre accade, la realtà precede l’adeguamento delle regole, e delle procedure. Anche in Italia la legge non prevede candidati premier, eppure i partiti così chiamano i propri uomini o donne di punta. Lo stesso in Europa. Pertanto, seppur non esista ancora sulla carta un’Unione politica in Europa, i partiti europei ormai esistono ed esprimono da subito i candidati alla conduzione dell’esecutivo (la Commissione europea), anche se si vota per il Parlamento.Potrebbe non essere lontano il giorno in cui i cittadini europei potranno direttamente votare i partiti europei e candidati anche di altri stati membri, senza dover necessariamente eleggere al Parlamento europeo candidati del proprio paese. Ma già oggi, votando i propri candidati nazionali al Parlamento europeo, si contribuisce a esprimere il Presidente della Commissione, cioè il primo ministro d’Europa.
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Che fa il Parlamento europeo?

Il Parlamento europeo è l’organo democratico i cui membri sono eletti dai cittadini di tutti gli Stati membri dell’UE a suffragio universale diretto. Condivide pienamente le funzioni legislative e di bilancio con il Consiglio e ha poteri in materia di approvazione degli accordi internazionali (quelli che la Commissione negozia). Viene eletto ogni 5 anni. I seggi sono in totale 766 (attualmente). Ogni Paese ha diritto a un numero di seggi prefissato secondo un calcolo di proporzionalità con gli abitanti del relativo Paese. Lo Stato membro più popoloso dell’Unione, la Germania, esprime 99 deputati, la Francia 74, Italia e Regno Unito rispettivamente 73, e da qui fino a Estonia, Cipro, Lussemburgo e Malta che contano sei deputati ciascuno. I parlamentari si organizzano secondo gruppi, proprio come nelle assemblee legislative nazionali.

Per il suo funzionamento, il Parlamento è suddiviso in 20 Commissioni parlamentari, competenti a discutere le proposte di Direttiva o Regolamento provenienti dalla Commissione in ragione della materia. C’è una commissione per affari di giustizia, una per quelli agricoli, una per quelli energetici, una per quelli economici e monetari, e via dicendo. Le commissioni parlamentari operano presso il Parlamento di Bruxelles e conducono il lavoro tecnico sul singolo testo normativo, portando avanti il negoziato con il Consiglio per trovare una posizione comune. Terminato il lavoro in commissione parlamentare, il testo di Direttiva o Regolamento viene votato dall’intero Parlamento europeo in sessione Plenaria, che si tiene una volta al mese nella sede di Strasburgo.
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Quali sono i gruppi parlamentari del Parlamento europeo?

Ogni partito nazionale concorre a formare, con i propri candidati, un gruppo europeo. I partiti nazionali ormai sono profondamente connessi a livello europeo e già prima delle elezioni stanno dentro il proprio raggruppamento europeo. I nuovi arrivati e gli outsider che non fanno parte di grandi famiglie politiche europee possono decidere a che gruppo appartenere, se accettati, una volta eletti, o costituire nuovi gruppi.

Nell’attuale Parlamento, i gruppi politici sono i seguenti:
• PPE (partito popolare europeo)
• S&D (alleanza dei progressisti e democratici)
• ALDE (alleanza dei democratici e liberali)
• Verdi/ALE (Verdi/Alleanza libera Europa)
• CRE (conservatori riformisti europei)
• ELD (Europa della democrazia e libertà)
• GUE/NGL (gruppo confederale della sinistra unitaria europea/sinistra verde nordica)
• Europa della Libertà e della Democrazia Diretta EFDD (con l’UKIP di Farage e Movimento 5 Stelle)
• Europa delle Nazioni e della Libertà ENF (estrema destra, con Lega e Marine Le Pen)
• N-I (non iscritti)

Nell’attuale composizione, il PPE (centro e centro destra, per capirci) ha la maggioranza dei seggi, seguito da S&D (sinistra e centro sinistra). S&D comprende nella sua componente principale il PSE (partito socialista europeo) di Schulz, Zingaretti e Pedro Sanchez (neo eletto in Spagna). Il Parlamento ha un mandato di 5 anni, durante il quale – per prassi – si alternano due presidenti, uno per le due fazioni politiche maggioritarie. Oggi il Presidente è Antonio Tajani, PPE.
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Quante sedi ha il Parlamento? Sono uno spreco?

Il Parlamento ha due sedi: quella principale a Bruxelles, quella secondaria a Strasburgo. Nonostante oggi la sede di Bruxelles sia la più rilevante, la prima in senso cronologico è quella di Strasburgo. Fu scelta per il carattere simbolico della città, essendo la stessa nella regione dell’Alsazia, per secoli contesa militarmente fra Francia e Germania. Quella sede simboleggia unità.
Oggi, tuttavia, i parlamentari si recano a Strasburgo di regola solo una settimana al mese, per adottare i provvedimenti che per tutto il resto del tempo sono trattati, lavorati, studiati nella sede di Bruxelles.

Certo la doppia sede è scomoda e oggi priva di senso. È solo un lascito storico. Da più lati si levano ormai voci in favore di uno spostamento della sede a Bruxelles, e prima o poi giustamente accadrà (ne sappiamo qualcosa, il Regno d’Italia ha cambiato tre capitali: Torino, Firenze, Roma). Tuttavia in termini di sprechi, si può dormire tranquilli. L’intero Parlamento europeo con le sue sedi, i suoi parlamentari, i funzionari, le segreterie e gli staff costa molto meno del parlamento italiano, e in piena trasparenza. Però il primo, quello UE, rappresenta 500 milioni di cittadini; il secondo, quello italiano, 60.
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Cos’è il Consiglio dell’UE

Il Consiglio dell’Unione Europea anche detto “Consiglio” o “Consiglio dei Ministri”, rappresenta i Governi degli Stati membri. Vi si incontrano i Ministri degli Stati in varia composizione (Ministri Finanze, Interni, Agricoltura, etc.). Questa istituzione condivide il potere legislativo, cioè il potere di emanare (o bocciare) le proposte di Direttive o Regolamenti presentate dalla Commissione, con il Parlamento europeo. Per questa ragione, Consiglio dell’Unione Europea e Parlamento europeo sono chiamati Co-Legislatori.

Questa dizione non deve spaventare. Così come in uno Stato nazionale esiste un esecutivo (il Governo) e un organo legislativo (il Parlamento, spesso composto da due camere: Camera bassa e Senato), allo stesso modo funziona nell’Unione Europea: la Commissione è l’esecutivo, Consiglio e Parlamento, proprio come due camere dello stesso organo, rappresentano il potere legislativo. Nessuna norma può diventare legge se queste due istituzioni non la approvano con identica formulazione. La presidenza del Consiglio è a rotazione semestrale fra tutti gli Stati membri UE.
A differenza della Commissione, che rappresenta gli interessi dell’Unione, e del Parlamento, che rappresenta gli interessi dei cittadini europei, il Consiglio rappresenta gli interessi degli Stati dell’Unione.
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Ha senso prevedere un’istituzione che rappresenta i cittadini europei (il Parlamento) e una che rappresenta i Governi europei (il Consiglio)?

Le due cose non sono sovrapposte? I cittadini, in fondo, sono sempre gli stessi. E, inoltre, se i Trattati sono stati sottoscritti dagli Stati, e la Commissione agisce per farli rispettare e darne attuazione, perché deve esistere un organo che assicura gli interessi degli Stati? Effettivamente, il punto è delicato. Il Consiglio, cioè la rappresentanza degli interessi degli Stati all’interno dell’UE, è frutto come tutte le altre istituzioni europee di un processo di sviluppo dell’Unione che è stato incoerente, a volte incerto, a volte a strappi. È come se, nel cedere parte della propria sovranità all’Europa, gli Stati non ne fossero del tutto convinti, e quindi volessero comunque costruire un’architettura nella quale, alla fine, sono loro ad avere l’ultima parola.

Non a caso, fino al Trattato di Lisbona del 2009, il concetto era semplice: la Commissione (cioè l’Europa) propone, il Consiglio (cioè gli Stati membri) dispone. Il Parlamento non contava nulla o quasi. In sintesi: la Commissione tesseva la tela, avanzava proposte dell’interesse dell’Europa unita, gli Stati le potevano smontare grazie ai poteri nel Consiglio. In un certo senso, però, la presenza dei governi nazionali nel processo decisionale europeo garantiva la presenza di organismi democraticamente eletti, almeno in patria, altrimenti assenti. Tuttavia, molto è cambiato quando, con il Trattato di Lisbona, il Parlamento europeo ha ricevuto pieno potere legislativo, al pari del Consiglio (infatti, dicevamo, sono Co-Legislatori).

A questo punto, dunque, in presenza di un organo democratico europeo eletto direttamente dai cittadini (il Parlamento), il ruolo di un altro organismo che è sempre espressione degli stessi cittadini però eletto su base nazionale diventa di più difficile comprensione. Se da un lato rimane vero che in un’Unione variegata la presenza di un’istituzione in cui i singoli Stati possano dire la loro mantiene una logica, è altrettanto e più importante che quest’organo non diventi il luogo in cui gli Stati membri, tirando ognuno la coperta dalla propria parte, sfilaccino le proposte unitarie ed europee che arrivano dalla Commissione e che il Parlamento garantisce come vaglio democratico. Soprattutto tramite il distruttivo strumento del diritto di veto quando in Consiglio si vota all’unanimità. In questo modo un solo Stato membro può bloccare l’Unione. È fondamentale arrivare a una riforma costituzionale dell’Unione europea che assicuri un bilanciamento dei poteri che sottragga alle pressioni politiche di alcuni Stati il destino delle decisioni per l’intera Europa. Il problema dell’Europa non è l’Unione europea, sono gli Stati che la compongono.
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Cosa sono le leggi europee?

Per esercitare le competenze dell’Unione, le istituzioni adottano principalmente due tipi di “leggi”: Direttive e Regolamenti. Le Direttive vincolano gli Stati membri nel risultato, ma lasciano discrezionalità nei mezzi per raggiungerlo. Gli Stati membri devono recepirle nel diritto nazionale mediante un atto normativo interno, una propria legge. Questo è il motivo per cui non ci rendiamo conto che la stragrande maggioranza delle leggi che pensiamo essere italiane son in realtà europee, solo sono state “copiate”. Immaginate Brexit, quando pensi che basta staccare la spina e poi ti accorgi che tutte le tue norme sono in realtà europee …

I Regolamenti, invece, sono obbligatori in tutti gli elementi e sono direttamente applicabili. Non c’è spazio di manovra per gli Stati. Dal momento in cui è adottato a Bruxelles, il Regolamento è in tutto e per tutto una legge, vigente in modo identico in tutti gli Stati UE. Non è necessario, anzi è vietato ogni intervento di recepimento da parte dei legislatori nazionali.
Le Direttive e i Regolamenti, le leggi europee, hanno sempre prevalenza su leggi nazionali che fossero con esse in contrasto. Ma nessuna norma europea è imposta agli Stati. Tutte sono dapprima proposte da un organo che è emanazione della volontà democratica dei cittadini e degli Stati stessi (la Commissione) e sono poi ulteriormente vagliate da altri due organi che rappresentano l’interesse dei cittadini (il Parlamento) e degli Stati (il Consiglio).
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L’UE è governata da burocrati non eletti?

No, è una balla clamorosa. L’UE è governata da istituzioni democratiche che sono espressione diretta o indiretta del voto dei cittadini europei. Proprio come ogni Stato nazionale, poi, l’Unione ha un apparato amministrativo composta dagli staff delle istituzioni e dei dicasteri di cui sono composte. Naturalamente essere a capo di questi staff da un discreto potere nel gestire i vari dossier, ed è per questo che gli Stati membri cercano di occupare con i propri uomini le posizioni più rilevanti. Ma questo è normale. Accade in ogni ministero e in ogni amministrazione pubblica. Pensiamo forse che le migliaia di dipendenti dei ministeri italiani a Roma, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, dovrebbero essere eletti dai cittadini?
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Stavamo meglio fuori dall’Europa?

Quando eravamo fuori dall’Europa? A meno di essere nati prima degli anni ’50, e quindi appena dopo la seconda guerra mondiale, e avere quindi più di 70 anni, nessuno in Italia può dire di essere mai stato fuori dall’Europa. L’Italia che conosciamo è sempre stata nel progetto europeo, come Paese fondatore, nelle tre comunità europee prima, nella Comunità Europea poi, nell’Unione europea oggi.

L’Italia che è uscita dalla guerra e si è arricchita, l’Italia del boom economico, delle conquiste sociali e civili, dei favolosi anni 80, della crescita degli anni 2000, è sempre stata in Europa (certo, anche l’Italia della mafia, degli anni di piombo e di tangentopoli, ma se vogliamo attribuire questo all’Europa siamo fuori strada). Di cosa si ha nostalgia esattamente, degli anni ’40?
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Quanto conta l’Italia nell’Unione Europea?

Moltissimo. Al pari di ogni altro Stato membro partecipa alla formazione di tutte le norme che regolano la vita del condominio, della casa comune europea. In più, rispetto a molti altri inquilini, è un Paese grande, per popolazione. E secondo le regole vigenti questo le assegna in assoluto il terzo più alto numero di parlamentari nel Parlamento dell’Unione. Inoltre, ed è ancora più importante, in seno al Consiglio l’Italia ha un peso specifico più alto della stragrande maggioranza degli Stati membri, sempre in virtù della ponderazione dei suoi voti in base alla numerosità della popolazione.

Insomma, si può tranquillamente dire che in Europa non si muove foglia che l’Italia non voglia. Certo, a patto di andarci alle riunioni di condominio, o di andarci e di non dormire. Troppo facile rimanere a casa e poi lamentarsi delle decisioni prese in propria assenza o distrazione. È necessario essere presenti, costruttivi, spendersi su temi anche non di proprio primario interesse per costruire alleanze, assi, correnti. È la politica, è la democrazia. E tutti gli altri lo fanno.

Quanto a posizioni rilevanti, l’Italia è più che mai sulla cresta dell’onda. Mario Draghi a capo della BCE, Antonio Tajani a capo del Parlamento Europeo, Federica Mogherini ministro degli Esteri dell’UE, Andrea Enria a capo dell’Autorità Bancaria Europea, Sebastiano Laviola membro del Board nel Comitato Unico di Risoluzione.
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L’Italia non è più sovrana?

Nemmeno per idea. Anzi. Lo è di più, proprio grazie alla partecipazione all’Unione europea, perché si tratta di sovranità condivisa. Significa che ognuno partecipa con la propria sovranità a favore di una casa comune in cui anche egli vive, di cui anche egli concorre a determinare le regole. Non c’è nessuno che ruba la sovranità a nessuno.

Invece di pensare che l’Italia ha ceduto la sovranità a Francia, Germania, o Lituania, come vi sentite a pensare che addirittura Parigi, Berlino, Londra hanno ceduto pezzi di sovranità a noi? Che ex grandi imperi e potenze coloniali hanno concordato che anche noi decidiamo le regole che si applicano in casa loro? Qualcuno si è per caso accorto che negli ultimi 7 anni a capo dell’istituzione europea che determina la politica monetaria di un continente c’è stato un italiano? Il quale ha deciso i tassi di interesse, cioè il costo dei mutui per dirne una, dei francesi, dei tedeschi, degli spagnoli, degli olandesi, etc?

Pensiamo all’Irlanda che oggi su Brexit negozia alla pari, anzi con più peso, con il Regno Unito, grazie al fatto che altri 26 Stati membri stanno dalla sua parte. Non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile prima. L’Irlanda ha subito 800 anni di occupazione inglese e sarebbe nuovamente subalterna, se non militarmente (ma in Ulster anche militarmente), di certo economicamente e politicamente.
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L’UE è complice dei mercati?

Dire che l’Unione europea sia complice dei mercati ha lo stesso significato di dire che lo sia l’Italia. Oppure la Giamaica. O il Molise. O il panettiere sotto casa. Non significa nulla. Nessuno è complice dei mercati. Tutto rientra nel “sono i mercati”. I mercati sono fatti di cittadini, imprese, banche, fondi, Stati, regioni, municipalità. Tutto è “i mercati”. E nei mercati si muove l’intera economia mondiale. Quella dei privati, degli Stati, delle imprese, delle regioni, delle municipalità, delle organizzazioni internazionali.

Una cosa però è certa. Solo l’Unione Europea, dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2009, ha posto in essere in breve tempo regole per limitare la pericolosità di determinate transazioni finanziarie, i rischi dell’attività bancaria e la relazione pericolosa fra crisi bancarie e crisi del debito sovrano, a tutela dei cittadini, risparmi e delle finanze pubbliche. Con una poderosa opera di riforma che ha fatto venire i capelli bianchi ai banchieri e ai grandi speculatori finanziari. Uno dei prodotti di questa riforma è l’Unione Bancaria. Quali leggi ha invece posto in essere l’Italia di propria iniziativa in questo senso? Nessuna. Qualcuno si chiede se l’Italia sia complice dei mercati?
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Il bail-in è un attacco all’Italia e ai risparmiatori?

No. Il bail-in è un concetto di buon senso: chi inquina, guadagnandoci, poi paga, se le cose si mettono male. La parola risparmiatori è usata a sproposito in Italia. Se uno ha dei risparmi e con questi compra azioni, obbligazioni, titoli in generale, li sta investendo. È un investitore. Non mette i soldi sotto il materasso. Li investe, cioè compra prodotti o beni che gli diano un guadagno sulla somma iniziale. E prende i rischi che corrispondono al suo guadagno.

Potere di una parola: “risparmiatori” fa pensare a povere vecchine indifese; “investitori” fa pensare a ricchi banchieri di Wall Street che speculano sulla povera gente. E invece non è così.
Come ci si sente se si pensa che denaro pubblico è stato usato, anche in tempi recenti, per salvare degli investitori, cioè per rimborsarli se il loro investimento è andato male? È giusto? No, non lo e, salvo casi eccezionali e a meno che non siano stati truffati, e in quel caso esistono le normali vie legali. Ed è per questo che andrebbe invece utilizzato il bail-in.
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Cosa è davvero il bail-in?

Nell’aprile 2010, a causa di un incidente la petroliera della Britsh Petroleum (BP) ha sversato nelle acque antistanti la Florida centinaia di milioni di tonnellate di greggio, causando il più grande disastro ecologico della storia degli Stati Uniti. Chi ha pagato per questo? Chi ha pagato per ripulire e bonificare le coste della Florida, il mare, per indennizzare i pescatori, le imprese turistiche? Sono stati i cittadini americani? Naturalmente no. La BP è stata costretta a pagare i danni, secondo il principio di “chi inquina, paga”.

Il bail-in è la stessa cosa, applicata alle banche. Bail-in significa salvataggio interno. Cioè, “chi inquina, paga”. Cioè, che la collettività non deve spendere (centinaia di miliardi) per salvare il collo a imprese private, nello specifico banche, che vanno gambe all’aria. Questo ha deciso l’Unione europea, dopo la grande crisi finanziaria in cui gli Stati UE avevano speso fino a 5.000 miliardi di euro di soldi pubblici, cioè dei propri cittadini, per salvare le proprie banche in crisi. Si può sostenere che sia un principio sbagliato?

Chiariamo il concetto: se un’impresa – in questo caso una banca – rischia di fallire, è perché vi sono delle perdite. Le perdite possono essere così grandi da erodere il capitale dell’impresa. Se nessuno assorbe queste perdite, se nessuno mette altri soldi per ricostituire il capitale, l’impresa fallisce e tutti perdono tutto, o quasi. Il fallimento, trattandosi di una banca, può provocare profonde scosse di fiducia e distruggere la stabilità generale (vedi Lehman Brothers).

Di fronte alla crisi profonda di una impresa, di una banca, le alternative sono sostanzialmente tre:
1. L’impresa fallisce e, se si tratta di una impresa grande, succede un disastro, con il rischio che i creditori perdano tutto e l’effetto della crisi contagi il sistema nell’intero.
2. Bail-out (salvataggio esterno). Per evitare il fallimento, lo Stato (tutti i cittadini, anche quelli che con quell’impresa non c’entrano nulla) paga fior di quattrini per assorbire le perdite, con buona pace del debito pubblico e della dubbia moralità di questo approccio. In questo modo, però, se la spesa è alta, può succedere che il buco che era nel bilancio dell’impresa si trasferisca al bilancio dello Stato, e che ora sia quest’ultimo a rischiare di fallire (vedi Irlanda nel 2009).
3. Bail-in (salvataggio interno). Per evitare il fallimento, le perdite vengono assorbite da chi in quell’impresa ha investito, gli investitori: azionisti, obbligazionisti e, come extrema ratio, i depositanti. Questi signori, sia chiaro, fino al momento della crisi hanno guadagnato per avere investito in quell’impresa i propri soldi. Perché in caso di crisi la collettività dovrebbe intervenire per tutelarli? Se invece la banca li ha truffati, la legge già prevede i risarcimenti.

Quale delle tre opzioni ha più senso? Non è poi così difficile.
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L’Europa ha causato la crisi finanziaria?

No, è stata l’unica entità che ha cercato di porvi rimedio. Quando scoppiò la crisi del 2009, dopo il fallimento di Lehman Brothers negli Stati Uniti e il contagio in Europa, milioni di persone si riversarono nelle strade. Si trattava, per esempio in Spagna, del movimento degli indignados, gli indignati contro un sistema che vedeva banche e finanza prosperare godendo di enormi guadagni fra circoli ristretti di grandi azionisti (il famoso 1%). Se il giocattolo si era rotto, perché dovevano essere gli Stati e i cittadini tutti (il restante 99%) a dover salvare il sistema finanziario da un collasso che questi ultimi non avevano causato?

Il salvataggio pubblico delle banche e delle imprese finanziarie si chiama bail-out, salvataggio esterno. Nella sola UE, fra il 2008 e il 2012, si sono verificati più di 400 casi di aiuti di Stato ai sistemi finanziari dei vari Stati membri (si noti bene che fino al 2007 praticamente la casistica non esisteva), per un totale autorizzato di 5.000 miliardi di euro (e un totale effettivamente utilizzato di 2.000 miliardi di euro). Si tratta di denaro pubblico.

Di fronte a questo, l’Unione europea ha messo in piedi in meno di 3 anni un sistema di norme volto a impedire che i grandi conglomerati finanziari si sentano al sicuro nell’attuare politiche rischiose, convinti che poi lo Stato, i cittadini, li salveranno, in quanto il loro fallimento provocherebbe danni troppo grandi all’inter-economia (il concetto del too big too fail e dell’azzardo morale: sono così grande che faccio ciò che mi pare, qualcuno verrà a salvarmi).

Queste nuove norme, riassumibili in senso lato nell’Unione Bancaria, vedono in particolare il Meccanismo Unico di Risoluzione come perno. In base a questo nuovo sistema, una banca, anche grande, deve fallire se non è in grado con le proprie forze di stare sul mercato. Gli aiuti di Stato sono banditi (salvo alcune peculiari eccezioni). Niente più bail-out. L’uscita dal mercato deve però avvenire in modo che non si provochino danni all’economia e alla stabilità finanziaria (onde evitare nuovi casi Lehman Brothers).

Uno dei perni concettuali di questa rivoluzione è il passaggio dal bail-out (salvataggio esterno con soldi pubblici), al bail-in: con il bail-in sono gli azionisti e i creditori della banca in crisi che per primi devono assorbire le perdite, e cioè perdere il proprio investimento, come per ogni altra impresa al mondo. Non lo Stato, non tutti i cittadini che non c’entrano nulla. Il solido principio del chi inquina paga. Chi sono i creditori della banca? Gli azionisti, gli obbligazionisti e anche i depositanti: questi ultimi, però, fino a 100.000 euro non perdono mai nulla, anche in caso di bail-in.

Come sappiamo, da anni in Italia politica e stampa si scagliano contro il bail-in imputando all’Europa la creazione di questo strumento diabolico che, se una banca è in crisi, fa perdere soldi ai “risparmiatori” (Banca Etruria, Marche, CariChieti, Carife, e poi in maniera differente MPS, Veneto Banca, Popolare di Vicenza). Naturalmente omettono di dire che l’alternativa è quella di pagare i vizi privati di alcuni con i soldi pubblici di tutti. Come quest’ultima alternativa sia preferibile al principio del “chi inquina paga”, rimane un mistero. L’Europa – con il voto favorevole dell’Italia, ovviamente – ha quindi posto in essere un sistema che vuole proteggere le finanze pubbliche degli Stati, proteggere i risparmi dei cittadini e imporre alle banche condotte responsabili perché nessuno le deve salvare con i soldi dei contribuenti. Perché a casa nostra si racconta il contrario?
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L’Euro è una cosa buona?

Sì. La moneta unica è cosa buona, ma pone interrogativi interrogativi legati all’applicabilità del suo modello e della sua governance a Paesi con economie e stato di salute finanziaria diversi fra loro. La questione non è dunque sulla moneta unica, ma sul resto dell’architettura unitaria che la sorregge, che va completata. Tuttavia, una cosa è certa, l’Italia è il responsabile principale (se non unico) dei propri mali. E la moneta unica non c’entra. Anzi. L’Italia ha un debito pubblico galoppante da ben prima dell’Euro, due/tre decenni. Nel 1992 lo Stato, Governo Amato, dovette ricorrere alla patrimoniale, cioè a mettere le mani nei conti correnti dei cittadini, per salvare lo Stato sull’orlo del fallimento a causa di speculazioni sulla Lira, moneta troppo debole.

Peraltro, si dice che l’Euro forte non sia una buona moneta per uno Stato manifatturiero ed esportatore come l’Italia. Già, peccato però che sia ottima per uno Stato manifatturiero ed esportatore ancor più dell’Italia: la Germania. Come mai? E pensare che in Germania hanno perfino riunificato un intero Paese. La risposta sta nella gestione delle finanze pubbliche. L’unico baluardo a tutela dei risparmi delle famiglie italiane durante la crisi iniziata nel 2009 è stato proprio l’Euro, che ha conservato il suo valore. È meglio non immaginare nemmeno cosa sarebbe successo al valore dei conti correnti e delle case se l’Italia avesse avuto la Lira durante l’ultima tempesta finanziaria. La drammatica situazione dei 5 milioni di abitanti che vivono in povertà, e della moltitudine di giovani che non trova lavora, non ha soluzioni da bacchetta magica o imputati da talk show televisivo facili, e sbagliati, come la moneta unica. Anzi. Quel 40% di giovani disoccupati, grazie all’insostenibilità dei conti di un Paese che ben prima dell’Euro concedeva di andare in pensione a 40 anni, facendo debito, non solo non troverà lavoro, ma se lo troverà difficilmente andrà in pensione. E questo grazie alla condotta politica del Paese della Lira, per 30 anni e più.

Un’ultima considerazione. Negli ultimi due anni le banche e le assicurazioni italiane hanno ridotto la loro esposizione al debito italiano, cioè ne hanno comprato meno, del 3,6% (dal 30,2% al 26,6% di un debito pubblico totale da 2.312 miliardi di euro). I fondi di investimento nazionali hanno ridotto la propria esposizione del 2,6%. Le famiglie hanno tagliato di un ulteriore 0,8%, dopo aver già dimezzato la loro esposizione sul debito pubblico rispetto al 2012. Gli investitori esteri sono scesi dello 0,4%. Esiste un unico finanziatore del debito pubblico italiano, le centinaia di miliardi che ogni anno l’Italia deve prendere in prestito per mandare avanti scuole, pensioni, sanità etc., che non si sia tirato indietro ma anzi che è salito in carica prepotentemente: la Banca Centrale Europea. Per suo tramite, la Banca d’Italia ha infatti aumentato la propria esposizione del 7,7%. L’unico vero compratore di titoli pubblici italiani è un’autorità europea. E il problema sarebbe l’Euro? Vedremo dall’anno prossimo, quando la BCE cesserà il programma di acquisti (la fine del quantitative easing).
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Perché il “sovranista” Orban è nel gruppo dei popolari europei (dove c’e’anche la Merkel) e cosa vuol dire per il futuro?

Fidesz, il partito di Orban, è dentro la famiglia dei popolari europei. Tuttavia, dopo i continui attacchi all’UE e le misure antidemocratiche, xenofobe e illiberali attuate da Orban, l’assemblea del Partito Popolare Europeo in data 20 marzo 2019 ha votato la sospensione di Orban e del suo partito dalla famiglia del PPE. In pratica, si tratta di un monito e di un compromesso. La condotta di Orban negli anni è più vicina a Visegrad e ai sovranisti che non ai valori del Ppe e sarà monitorata da un collegio composto da tre probiviri che al termine dell’indagine riferiranno alla Presidenza Ppe con un report dettagliato.

Tradotto, Orban potrà parteciperà alle Elezioni Europee assieme al Ppe come qualsiasi altro partito europeo federato alla famiglia dei Popolari. Si può valutare questo in due modi. Primo, il tentativo di tenere un estremista dentro un alveo più moderato che lo possa rendere più innocuo. Secondo, l’incapacità del PPE di mettere fuori radicalmente un partito antidemocratico di estrema destra che sputa di continuo nel piatto in cui mangia (l’Europa).Da notare che alla vigilia dell’assemblea del PPE del 20 marzo, Juncker aveva spinto per votare l’espulsione di Fideisz e di Orban, non per la sospensione.
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L’Europa c’è oppure no? Come funziona la sovranità condivisa?

Una delle regole fondamentali sul funzionamento dell’Unione è contenuta nel principio di proporzionalità. Nello stabilire le regole comuni, gli Stati membri hanno deciso che l’Unione debba avere certe competenze esclusive, che ne debba condividere altre con gli Stati membri stessi, e che questi ultimi ne debbano mantenere alcune a loro volta in via esclusiva. A seconda dell’ambito e proporzionalmente allo scopo. Esattamente come avviene, per esempio in Italia, nella ripartizione di competenze fra Stato e Regioni, o negli USA nella relazione fra governo federale e Stati.

Anche negli ambiti di competenza esclusiva dell’UE, però, non si tratta di un potere piovuto dal cielo, ma determinato dagli Stati membri stessi che liberamente hanno deciso di condividere la propria sovranità in certi campi, affidandone la gestione a organismi comuni, alle cui scelte gli Stati compartecipano attivamente. Negli ambiti di condivisione totale di sovranità (ad esempio la politica monetaria), l’Unione Europea ha competenza esclusiva: questo significa che nel Trattato sull’Unione Europea (TUE) e nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) esistono regole, concordate da tutti gli Stati membri, atte a determinare il processo di formazione e la valenza giuridica delle norme dell’Unione. In questi campi, l’Unione europea ha competenza esclusiva, e si dice che l’Unione adotta le proprie regole secondo il “metodo comunitario”: significa che non c’è bisogno di accordi internazionali fra Stati, si usano procedure e istituzioni proprie dell’Unione (ex Comunità), create nei Trattati.

Attenzione, questo non significa che le regole vengono imposte agli Stati membri e ai cittadini, perché nel processo democratico di formazione di queste regole i cittadini si esprimono tramite il Parlamento europeo e i Governi degli Stati membri, sempre eletti dai cittadini, tramite il Consiglio. Nei campi in cui gli Stati membri invece non hanno completamente ceduto la propria sovranità, invece, si usa il metodo governativo: gli Stati stipulano veri e propri tratti internazionali (vedi Accordi di Schengen).

Esistono poi campi in cui la sovranità nazionale è rimasta pienamente in capo agli Stati. In questi campi, l’Unione europea non esiste del tutto, e ogni Stato fa per sé. È questo il caso, ad esempio, della politica estera, in cui l’Europa non ha una voce comune ma ogni capitale parla per sé. E’ colpa dell’Europa? No, nella maniera più assoluta. Le aree in cui l’Europa è competente e quelle in cui sono competenti gli Stati membri sono state decise dagli Stati stessi. È quindi ridicolo quando alcuni Governi additano all’Europa delle responsabilità o un certo assenteismo, se loro stessi hanno deciso che l’Europa in quel determinato ambito non debba o possa fare nulla.
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Quali sono gli ambiti di competenza esclusiva dell’Unione europea?

Con l’articolo 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, gli Stati membri hanno deciso che nei seguenti ambiti sia l’Unione europea ad avere competenza esclusiva:
• unione doganale
• definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno
• politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro
• conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca
• politica commerciale comune
• conclusione di accordi internazionali

Attenzione, non significa che in questi ambiti le regole vengono imposte agli Stati membri e ai cittadini, perché nel processo democratico di formazione di queste regole i cittadini si esprimono tramite il Parlamento europeo e i Governi degli Stati membri, sempre eletti dai cittadini, tramite il Consiglio. Il processo è democratico. Anche negli ambiti di competenza esclusiva dell’UE, infatti, non si tratta di un potere piovuto dal cielo, ma determinato dagli Stati membri stessi che hanno deciso di condividere la propria sovranità in certi campi, affidandone la gestione a organismi comuni, alle cui scelte gli Stati compartecipano attivamente.
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Quali sono gli ambiti di competenza concorrente fra Unione europea e Stati membri?

Con l’articolo 4 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, gli Stati membri hanno deciso che nei seguenti ambiti la competenza e’ condivisa fra Stati membri stessi ed l’Unione europea:

• mercato interno
• politica sociale, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel trattato
• coesione economica, sociale e territoriale
• agricoltura e pesca, tranne la conservazione delle risorse biologiche del mare
• ambiente
• protezione dei consumatori
• trasporti
• reti transeuropee
• energia
• spazio di libertà, sicurezza e giustizia
• problemi comuni di sicurezza in materia di salute pubblica, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel trattato
• ricerca, sviluppo tecnologico e spazio
• cooperazione allo sviluppo e aiuti umanitari
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In quali ambiti l’Unione può sostenere e completare l’azione degli Stati membri?

Con l’articolo 6 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, gli Stati membri hanno deciso che nei seguenti ambiti l’Unione può supportare la competenza degli Stati:
• tutela e miglioramento della salute umana
• industria
• cultura
• turismo
• istruzione, formazione professionale, gioventù e sport
• protezione civile
• cooperazione amministrativa
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In quali ambiti l’Unione può fornire orientamenti per il coordinamento delle politiche degli Stati membri?

Con l’articolo 5 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, gli Stati membri hanno deciso che nei seguenti l’Unione europea può fornire orientamenti:
• politica economica
• occupazione
• politica sociale
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La sovranità condivisa e la Costituzione italiana. Art. 11, l’Italia ripudia la guerra

È utile ricordare che, a differenza di Francia e Germania ad esempio, l’Italia non ha nemmeno dovuto modificare la propria per riconoscere l’adesione all’Unione (e alle Comunità, in precedenza). Infatti l’art. 11 della Costituzione italiana, lo stesso in cui si “ripudia la guerra” rappresenta la base giuridica della nostra adesione all’Europa. Questo ha un grande significato, perché le due cose sono collegate: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Quindi, la cessione di sovranità, in condizioni di parità, a organizzazioni che promuovono la pace e la giustizia, è l’antidoto alla guerra. Una norma davvero felice nella sua formulazione e nel suo significato.
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Cosa sono i Trattati europei?

L’Unione europea si fonda sul principio dello Stato di diritto. Ciò significa che tutte le azioni intraprese dall’UE si basano su trattati approvati liberamente e democraticamente da tutti gli Stati membri. Se, ad esempio, un settore non è menzionato in un trattato, la Commissione non può avanzare proposte legislative in quel settore.

Un trattato è un accordo vincolante tra i paesi membri dell’UE. Esso definisce gli obiettivi dell’Unione, le regole di funzionamento delle istituzioni europee, le procedure per l’adozione delle decisioni e le relazioni tra l’UE e i suoi paesi membri. I trattati vengono modificati per ragioni diverse: rendere l’UE più efficiente e trasparente, preparare l’adesione di nuovi paesi ed estendere la cooperazione a nuovi settori.

Conformemente ai trattati, le istituzioni europee possono adottare atti legislativi ai quali i paesi membri devono quindi dare attuazione.
I Trattati oggi in vigore e che rappresentano e danno vita all’intera architettura dell’UE, in termini di Istituzioni, regole, diritti e doveri, sono i seguenti:
– Trattato sull’Unione europea (TUE)
– Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE)
– Trattato che istituisce la Comunità europea dell’energia atomica
– Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
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Cosa significa cittadinanza europea?

Ai sensi dell’articolo 9 Trattato sull’Unione europea (TUE) e dell’articolo 20 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza è definita in conformità della legislazione nazionale dello Stato membro in questione. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale, ma non la sostituisce, e consta di un insieme di diritti e doveri che si aggiungono a quelli connessi allo status di cittadino di uno Stato membro.

La Corte di Giustizia dell’UE, il supremo tribunale dell’Unione, si è così pronunciato in merito (nella causa C-135/08, Janko Rottmann contro Freistaat Bayern, avvocato generale Poiares Maduro): “Si tratta di due nozioni allo stesso tempo inestricabilmente connesse e autonome. La cittadinanza dell’Unione presuppone la cittadinanza di uno Stato membro, ma è anche una nozione giuridica e politica autonoma rispetto a quella di cittadinanza nazionale. La cittadinanza di uno Stato membro non consente solo l’accesso al godimento dei diritti conferiti dal diritto comunitario, essa ci rende cittadini dell’Unione. La cittadinanza europea costituisce inoltre qualcosa in più di un insieme di diritti che, di per sé, potrebbero essere concessi anche a coloro che non la possiedono. Essa presuppone l’esistenza di un collegamento di natura politica tra i cittadini europei, anche se non si tratta di un rapporto di appartenenza ad un popolo. […] Esso si fonda sul loro impegno reciproco ad aprire le rispettive comunità politiche agli altri cittadini europei e a costruire una nuova forma di solidarietà civica e politica su scala europea. Il nesso in questione non presuppone l’esistenza di un unico popolo, ma di uno spazio politico europeo, dal quale scaturiscono diritti e doveri.”

È questo il miracolo della cittadinanza dell’Unione: essa rafforza i legami che ci uniscono ai nostri Stati (dato che siamo cittadini europei proprio in quanto siamo cittadini dei nostri Stati) e, al contempo, ci emancipa (dato che ora siamo cittadini al di là dei nostri Stati). L’accesso alla cittadinanza europea passa attraverso la cittadinanza di uno Stato membro, che è disciplinata dal diritto nazionale, ma, come qualsiasi forma di cittadinanza, costituisce il fondamento di un nuovo spazio politico, dal quale scaturiscono diritti e doveri che non possono essere limitati ingiustificatamente dalla cittadinanza nazionale.
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Quali diritti hanno i cittadini europei?

In aggiunta ai diritti scaturenti dalla propria cittadinanza nazionale, il diritto dell’UE crea una serie di diritti individuali che possono essere fatti valere direttamente dinanzi agli organi giurisdizionali, sia orizzontalmente (tra singoli) sia verticalmente (tra il singolo e lo Stato). Per esempio, il cittadino italiano può agire in giudizio contro lo Stato italiano se i suoi diritti di cittadino europeo sono violati, e lo Stato italiano è tenuto a risarcire.

I diritti dei singoli cittadini e la cittadinanza europea sono sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e dall’articolo 9 del trattato sull’Unione europea (TUE). Essi rappresentano fattori essenziali per la formazione dell’identità europea. In caso di violazione grave dei valori fondamentali dell’Unione, uno Stato membro può essere oggetto di sanzioni.

La cittadinanza dell’Unione implica per tutti i cittadini europei:
• il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri (articolo 21 TFUE);
• il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo e alle elezioni comunali (articolo 22, paragrafo 1, TFUE) nello Stato membro in cui risiedono, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato;
• il diritto di godere, nel territorio di un paese non appartenente all’UE, nel quale lo Stato membro di cui hanno la cittadinanza non è rappresentato, della tutela delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato (se avete dei problemi in uno Stato del mondo in cui l’Italia non è rappresentata, potete rivolgervi all’ambasciata di un qualunque altro Stato membro UE lì presente);
• il diritto di petizione dinanzi al Parlamento europeo (articolo 24, secondo comma, TFUE) e il diritto di rivolgersi al Mediatore (articolo 24, terzo comma, TFUE), nominato dal Parlamento europeo, per denunciare casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni o degli organi dell’Unione.;
• il diritto di scrivere alle istituzioni o agli organi dell’Unione in una delle lingue degli Stati membri e di ricevere una risposta nella stessa lingua (articolo 24, quarto comma, TFUE);
• il diritto di accesso a documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione a determinate condizioni (articolo 15, paragrafo 3, TFUE).
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I cittadini UE possono proporre direttamente delle leggi europee?

Sì, l’iniziativa dei cittadini europei (ICE) è un importante strumento di democrazia partecipativa all’interno dell’Unione europea, grazie alla quale un milione di cittadini europei residenti in almeno un quarto degli Stati membri possono invitare la Commissione a presentare una proposta di legge. La Commissione è tenuta a trattare l’argomento (articolo 11, paragrafo 4, TUE).
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I cittadini europei hanno diritto di interpellare le istituzioni europee o denunciare abusi?

Affermativo. Oltre al diritto di iniziativa e di accesso ai documenti, che assicura piena trasparenza, i cittadini hanno diritto di petizione nei confronti delle Istituzioni dell’Unione. Il diritto di petizione mira a offrire ai cittadini dell’Unione europea e a coloro che vi risiedono un mezzo semplice per rivolgersi alle istituzioni dell’Unione al fine di formulare denunce o richieste di intervento. Dall’entrata in vigore del trattato di Maastricht, qualsiasi cittadino dell’Unione europea ha il diritto di presentare una petizione al Parlamento europeo sotto forma di denuncia o richiesta su una materia che rientra nel campo di attività dell’Unione. Le petizioni sono esaminate dalla commissione per le petizioni del Parlamento europeo, che ne stabilisce la ricevibilità ed è incaricata del loro trattamento (Articoli 20, 24 e 227 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e articolo 44 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE).
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Quali sono i principi fondanti dell’Unione europea? Si tratta solo di chiacchiere?

L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea (TUE) indica che «l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze».

Ogni singolo può agire in giudizio per la tutela di questi diritti e se uno Stato membro è ritenuto colpevole di violazione è condannato. Forse ricorderete il caso italiano in cui un cittadino ha ritenuto il proprio fondamentale diritto alla giustizia violato, in quanto la giustizia italiana era troppo lenta e non addiveniva in tempi ragionevoli alla fine di un processo che lo vedeva coinvolto.

Ricorrendo all’applicazione dei principi europei, il cittadino in questione si è visto risarcire dallo Stato, condannato a pagare. Da allora l’art. 111 della Costituzione italiana, che assicura la ragionevole durata del processo, deve essere interpretato in maniera restrittiva e nel senso di assicurare un pieno diritto soggettivo. Non può esserci giustizia se il processo è troppo lungo.
Meglio la sovranità sulla carta o quella vera, dei diritti?
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I diritti fondamentali sono riconosciuti e tutelati nell’UE?

Sì. L’Unione europea si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze, come previsto all’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. Il rispetto di questi diritti informa tutta l’azione legislative dell’Unione. Al fine di garantire il rispetto di tali valori, esiste un meccanismo dell’UE per stabilire se vi sia una violazione grave o un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro, meccanismo che è stato recentemente attivato per la prima volta. L’UE è inoltre vincolata dalla propria Carta dei diritti fondamentali, la quale stabilisce che tali diritti devono essere rispettati dall’Unione europea e dagli Stati membri nell’attuazione del diritto dell’UE. L’UE si è inoltre impegnata ad aderire alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
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Cosa sono Le 4 libertà fondamentali dei cittadini UE?

1. Libera circolazione delle persone: forse il muro di Berlino e la cortina di ferro ci sembrano lontani, ma erano qui, in Europa, 25/30 anni fa. Oggi, chi viaggia fuori dall’Europa sa bene quali siano le difficoltà che si incontrano e dà per scontato che fare il pendolare quotidianamente fra Paesi UE sia così agevole. Questa libertà non è però libertà turistica: ad essa è collegata alla libertà di ogni cittadino di stabilirsi in ogni Stato membro con pari diritti dei residenti.

2. Libera circolazione delle merci: i dazi doganali persistono solo per l’ingresso di merci nel territorio dell’Unione. All’interno, non esistono barriere di nessun tipo, espandendo di gran lunga la portata che offre il mercato interno e aumentando le possibilità di crescita per gli imprenditori. Certo, aprire i mercati significa saper vincere la competizione che il protezionismo invece tiene lontana. Ma lo sviluppo è lì, il resto è nostalgia di privilegi. Con la libera circolazione delle merci è arrivato l’imponente corpus normativo di tutela dei consumatori, frutto diretto della legislazione UE e prima inesistente.

3. Libera circolazione dei capitali: questo principio assoluto è stata la molla che ha consentito di realizzare buona parte del mercato unico, compresa l’Unione monetaria. L’assenza di restrizioni alla circolazione dei capitali ha permesso la realizzazione della libertà di circolazione dei lavoratori e della libertà di stabilimento in ogni Paese dell’Unione, senza incorrere in ostacoli o in leggi del proprio paese che per mantenere i capitali all’interno del suo territorio disincentivano i cittadini da questa possibilità. È oggi in vigore il SEPA, Single European Payment Area, che usiamo ogni giorno senza saperlo e che consente pagamenti in tutta la zona Euro come se fossero pagamenti nazionali, con enorme beneficio di tutti, tranne che delle banche che hanno dovuto sostenere grandi costi per implementare la normativa.

4. Libera circolazione dei servizi: la libertà di spostarsi in un altro Stato dell’Unione e di prestare lì i propri servizi è uno dei più importanti diritti del cittadino europeo. Al lavoratore che si sposta in un altro Stato deve essere garantita la parità di trattamento rispetto ai lavoratori che di quel paese hanno la nazionalità, né è possibile imporre alcun parametro di residenza né qualsiasi altra discriminazione. Immensa l’importanza di tutta la legislazione derivante da questo principio, per imprese e lavoratori, in termini di tutela dell’uguaglianza e lotta alla discriminazione sul lavoro.
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La UE è difettosa?

È imperfetta come lo sono l’Italia, l’Indonesia o la Finlandia per fare esempi. L’UE si può definire “difettosa”, nella misura in cui ogni Stato nei suoi apparati lo è. L’Italia è piuttosto difettosa, per usare un’eufemismo, ma non ci sogniamo di buttarla alle ortiche per questo. L’UE necessita migliorie, ma è un progetto grande, funziona molto meglio, più efficientemente, con meno costi e per ideali più grandi di qualunque Stato nazionale, nella storia.
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Abbiamo perso la sovranità?

Il problema della sovranità non esiste. Gli Stati europei, e i popoli, non l’hanno persa, in favore di un mostro cattivo. Perché mai dovrebbe essere successo? Chi mai li ha costretti? Ma per quale ragione al mondo Parigi o Berlino avrebbero dovuto acconsentire a che gli italiani o i rumeni potessero concorrere a determinare le regole che poi si applicano in Francia e in Germania? Sono pazzi? Ci hanno voluto fare un regalo?

La sovranità in Europa, in certi ambiti, è condivisa. Ma l’Unione europea mica è piovuta da Marte. Significa che gli Stati membri, nella piena rappresentanza democratica dei popoli che incarnano, liberamente hanno individuato un valore superiore nell’amministrare insieme tematiche di livello sovranazionale. E nessuno a imposto nè impone loro nulla. A tal fine, non hanno ceduto la propria sovranità, svendendola. Hanno deciso di condividerla. Ad esempio, non è che l’Italia e la Spagna l’hanno ceduta alla Lettonia, dicendo “cara Lettonia di queste cose ti occupi tu”, salvo poi oggi gridare al furto di sovranità nei confronti dei poveri lettoni. Per realizzare la sovranità condivisa dei popoli europei, gli Stati membri hanno creato istituzioni comuni in cui nessuno è più sovrano degli altri, e tutti lo sono per tutti.

Il fatto che “non si è più sovrani a casa propria” è una bugia. Lo siamo più di prima. Facciamo un esempio. Se oggi l’Italia non avesse l’Euro, una moneta unica condivisa con uno Stato come la Germania, la nostra eventuale moneta nazionale sarebbe, come lo era, solo una moneta satellite di quella di Stati più forti. Le decisioni di politica monetaria sarebbero a traino di quelle altrui. Allora sì che dovremmo fare quello che dice Berlino. Invece con l’Euro, anche Berlino deve sottostare a quello che dice l’Italia, e viceversa, insieme agli altri Stati membri della zona Euro. Ci è sfuggito per caso che la Banca Centrale Europea negli ultimi anni ha adottato politiche che a Berlino fanno alzare più di qualche sopracciglio?
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Chi sono i sovranisti? Cosa succederebbe in tema di immigrazione, se governassero loro?

I sovranisti sono nazionalisti e falsari. Spesso e volentieri la cosa si accompagna ad altre gradevoli caratteristiche quali la xenofobia. Di sicuro si accompagna alla bugia, usata per soffiare odio, al solo fine di avere un consenso, che porti ad avere una poltrona, un posto di potere, uno stipendio. Cose altrimenti irraggiungibili.

I sovranisti non sono qualcosa che nasce oggi, non si tratta di un movimento nuovo guidato da giovani. Sono vecchi vecchi arnesi falliti della classe politica, che dopo più di 20 anni di sconfitte, cercano di affermarsi con qualcosa di nuovo, anzi vecchissimo. Quanti anni hanno Salvini, Farage, Lepen? Da quanti anni sono in politica?

Avendo sempre perso tutte le battaglie di cui si sono occupati, non hanno avuto altra scelta se non quella di rigurgitare nuove bugie sugli ignari elettori, che catturati da slogan ringalluzzenti e su colpe sempre attribuite ad altri (Europa, immigrati, marziani), si sentono più leggeri e sbagliano il bersaglio della propria rabbia. Spiace essere così tranchant, ma è giusto chiamare le cose con il loro nome.

I sovranisti si sono inventati questa frottola che i poveri popoli europei sono stati privati della loro sovranità, rubata dalla terribile Europa. A questo aggiungono il tema dell’invasione dei migranti. Una veloce riflessione in merito a questi due temi, connessi.

Per l’Italia, il problema sembra essere che l’Europa non ci aiuta in tema di migranti. In parte può essere vero, ma bisogna vedere come funziona l’Europa in questo ambito. L’Unione europea non ha poteri esclusivi in tema di immigrazione e questa decisione è degli Stati membri, Italia compresa. Si èfatto un regolamento (quello di Dublino), in base al quale ad occuparsi dei migranti devono essere gli Stati di prima accoglienza. Questo regolamento lo ha votato anche l’Italia. Oggi, nella svariate iniziative di revisione di quel sistema, l’Italia non si è mai fatta sentire nelle sedi opportune. Quando poi la Commissione europea ha proposto un sistema di ridistribuzione, proprio perché la UE nella materia non ha competenza esclusiva gli Stati hanno avuto il diritto di rifiutare, e lo hanno fatto. Il problema è l’Unione europea o sono gli Stati?

Se un domani ogni Stato europeo fosse a guida sovranista, e visto che il mantra sovranista é quello di non volere migranti, pensiamo forse che Lepen e Orban prenderebbero i migranti che arrivano in Italia? Il sovranismo è dunque la peggiore risposta possibile alla soluzione di crisi e problemi. Tutti gridano prima l’Italia, prima la Francia, prima l’Ungheria. Il piccolo problema dei sovranisti è che il primo posto per definizione, è uno: quello del più forte. La risposta, quindi, non può essere meno Europa e più Stati nazionali, che si fanno la guerra tra loro, ma il contrario: più Europa, più regole comuni, più condivisione e meno egoismi, meno potere di veto agli Stati nazionali.
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Qual è il vero problema dell’Unione europea?

L’Unione europea ha un problema fondamentale, e uno che ne deriva. Il primo, sono i comportamenti degli Stati membri. Il secondo, la percezione/comunicazione.
Gli Stati membri dell’Unione europea hanno il potere, direttamente nelle materie di propria competenza esclusiva o concorrente, e indirettamente nella materie di competenza esclusiva UE, di smontare qualunque iniziativa pan-europea della Commissione. O comunque di influenzarla in modo decisivo. Come dire che il Molise può decidere che una legge del Parlamento italiano che regola l’edilizia antisismica non si debba adottare e che preferisce farsi la propria. Salvo poi scagliarsi contro l’Italia lontana dalla gente quando un terremoto distrugge il capoluogo di Regione perché il Molise non ha fatto nulla. Questo paradosso può essere superato solo se anche il Molise è d’accordo. E al Molise fa più comodo mantenere la bugia.

Questo tema diventa tangibile nel Consiglio, istituzione che riunisce i governi degli Stati UE. Il Consiglio, insieme al Parlamento europeo, è co-legislatore. Significa che nessuna norma UE può vedere la luce senza che gli Stati membri UE non siano d’accordo. Nella pratica questo significa che gli Stati possono perseguire i loro egoismi nazionali perfino dentro i meccanismi decisionali della sovranità condivisa. Tutto ciò si traduce in malfunzionamenti, in storture di disegni pienamente europei. Per esempio, quando di recente il Parlamento europeo ha trovato accordo su un nuovo sistema per la gestione dei migranti a livello europeo, che supera il Regolamento di Dublino, il Consiglio si è opposto.

Il peso degli Stati membri nel processo decisionale europeo è la fonte dei più grandi problemi di funzionamento di questa architettura, ed è il primo elemento a dover essere rivisto, perché la casa comune sia davvero comune. Il problema è’ che a promuovere un cambio delle regole in questo senso dovrebbero essere gli Stati membri stessi, in quanto firmatari dei Trattati.È difficile immaginare che vogliano privarsi dei poteri nazionali e del diritto di veto. È anche difficile immaginare che vogliano privarsi della possibilità di scaricare le colpe sull’Europa, che guarda caso funziona bene quando loro non si immischiano, e non funziona per niente dove gli Stati intervengono. Questo non ve lo dicono e non ve lo diranno, ma deve necessariamente cambiare. Il Consiglio nella sua forma e poteri attuali non ha senso di esistere. Ci vuole più Europa, meno Stati membri che le mettono i bastoni fra le ruote e poi la accusano di non funzionare.

Il secondo problema è collegato, ed è rappresentato dalla comunicazione e dalla percezione dell’Europa. Gli Stati non hanno alcun interesse che davvero si sappia quanto bene funziona l’Europa, e quanto male invece funzioni quando sono loro ad avere voce in capitolo. Per questo è necessaria un’informazione europea, che spieghi la realtà ai cittadini. Partiti davvero europei. Campagne europee. Istruzione europea. Chi ci racconta che l’Europa non funziona e non serve a nulla mente e lo fa per opportunismo politico. I sovranisti hanno interesse ad attaccare costantemente l’Unione Europea, nascondendo tutto quello che di buono sta facendo: il loro progetto politico sta in piedi solo sull’assunto “Europa Cattiva”.
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L’Europa è un’inutile macchina mangia soldi? Quanto ci costa il Parlamento europeo? Quanto ci costano i burocrati? Quanto costa questo apparato?

Tra le falsità della retorica sovranista questa va per la maggiore. L’Europa costa meno, è più trasparente e funzionale di qualsiasi Stato nazionale. Di certo dell’Italia. Tutti gli apparati statali hanno delle spese necessarie al loro funzionamento.

Vediamo quanto costa il Parlamento europeo, e confrontiamolo a quello italiano. Il Parlamento europeo costa circa 2 miliardi di euro (1,9). Si tratta di un organo legislativo che rappresenta mezzo miliardo di cittadini in 28 Stati membri e conta al momento 751 deputati. Ha due sedi, Bruxelles a Strasburgo, più una sede amministrativa in Lussemburgo. La cifra di 1,9 miliardi di Euro, tra stipendi, affitti e servizi, rappresenta un quinto del bilancio delle istituzioni UE, che a sua volta pesa solo per il 6% sul bilancio complessivo dell’Unione. Significa che il restante 94% delle risorse viene impiegato in investimenti per le politiche del’Unione, negli Stati, per i cittadini e le imprese. Non per la burocrazia.

Il parlamento italiano, Senato e la Camera dei Deputati, costa 1,5 miliardi di euro, quasi quanto quello europeo. Il primo rappresenta 60 milioni di persone. Il secondo 500 milioni. Quanto agli stipendi dei parlamentari, un parlamentare europeo percepisce uno stipendio di 6.824,85 euro netti mensili più rimborso viaggi, previa presentazione di documenti giustificativi. A ciò si aggiunge un’indennità di 304 euro per giorno di presenza alle sedute, a condizione che abbiano davvero partecipato a discussioni e votazioni. A fine mandato, e dopo il 73esimo anno di età, un parlamentare ha diritto a una pensione di 1.484,70 euro al mese. I 315 senatori italiani percepiscono 11.555 euro lordi di indennità mensile, 3.500 di diaria, 1.650 di trasporti e 4.180 di rimborso spese.

Vediamo quanto ci costano i funzionari europei, i famigerati burocrati non eletti. E poi confrontiamo quelli italiani e degli alti Stati membri. Tra Parlamento, Commissione e Consiglio, gli impiegati sono circa 55.000. Tanti? La municipalità di Parigi ne conta 50.000, Helsinki 40.000. Sono strapagati? Il segretario generale della Camera dei Deputati in Italia percepisce 406.399,02 euro l’anno. Il suo omologo europeo, Klaus Welle, circa la metà (222.204) e il suo lavoro si svolge per circa 10 volte il numero di cittadini. Al fatto che politici e funzionari europei siano meno e ci costino molto meno di quelli italiani, si deve aggiungere il fatto che sono soggetti a ferree regole di controllo. Varate delle istituzioni UE stesse.
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Cosa succederà con i sovranisti al governo? Tre esempi

Se i sovranisti governassero i vari Stati membri dell’Unione, applicando le loro teorie, e quindi poco a poco distruggendo l’Europa, ecco cosa accadrebbe su alcuni temi caldi:

– Immigrazione: nessuno Stato accetterebbe di prendersi nemmeno un migrante dall’Italia. Prima gli ungheresi, prima gli olandesi, prima i francesi.

– Economia: avete presente i tanto vituperati vincoli di bilancio dell’UE? Se non ci fosse l’UE, nessuno ci presterebbe un euro, anzi, una lira. E l’Italia ha bisogno di 400 miliardi di euro all’anno, in prestito. Grazie al fatto che abbiamo l’Euro e che la Banca Centrale Europea funge da calmiere degli interessi sul debito, l’Italia riesce a vendere 400 miliardi di euro di debito pubblico all’anno (prende a prestito questi 400 miliardi), con cui fa andare avanti scuole, ospedali, trasporti, pensioni. Riusciremmo a pagarci tutto questo con le tasse, per caso? Intanto, il primo ministro austriaco Kurz, che Salvini ritiene alleato, e il cui governo di alleanza con l’estrema destra è appena franato, ha già dichiarato che ci vogliono regole più dure di bilancio e sul debito, nessuno deve pagare per l’Italia. L’Europa, invece, nonostante le frottole che racconta chi deve prendere voti con i selfie, è sempre stata di manica larga. Anzi, è proprio la Banca Centrale Europea che tiene in piedi il secondo Stato più indebitato al mondo, l’Italia. Facciamo a cambio?

-Industria: “l’Italia è un Paese manifatturiero, ci serve la nostra moneta!” Così dicono alcuni furbastri. Peccato che l’Italia produca semilavorati e prodotti finiti, e ha quindi bisogno di materie prime, di cui invece è priva. Come le comprerebbe, a partire dal petrolio, se dovesse pagarle in carta straccia, cioè con una lira svalutata? E chi comprerebbe prodotti fuori dagli standard di qualità e sicurezza dell’Unione europea? L’Euro è la nostra moneta, non è una moneta altrui.
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Lo spread è colpa dell’Europa dei banchieri e dei poteri forti? Ma cos’è lo spread?

Lo spread è solo una misura. La misura di quanto costa indebitarsi, accendere un mutuo, per l’Italia. Il problema è che l’Italia è già sovraindebitata, con il secondo debito pubblico più alto al mondo. In tutto ciò l’Europa non c’entra nulla. Anzi, è provvidenziale.

Cos’è lo spread? Lo spread é la misura della differenza – infatti chiamato differenziale – fra il rendimento dei titoli sovrani di un Paese, in questo caso l’Italia, e quelli di un Paese di riferimento, in questo caso la Germania. In altre parole, questo valore indica quanto in più costi all’Italia finanziarsi sui mercati, vendendo i propri titoli, rispetto alla Germania.

Il riferimento dello spread al tasso dei titoli tedeschi è dovuto al fatto che i titoli di Stato di Berlino sono percepiti come molto sicuri, o poco rischiosi, e pertanto il loro rendimento – la promessa di quanto ripagheranno l’investimento iniziale – è piuttosto basso e viene dunque utilizzato come valore di ancoraggio. Se lo spread sale, e soprattutto se sale vertiginosamente e in un lasso di tempo molto limitato, significa che i titoli di Stato italiani, rispetto a quelli tedeschi, avranno un tasso di interesse molto più alto. Chi compra i titoli, quindi il creditore, chiede che gli sia riconosciuto un ritorno maggiore. Pessima notizia per il debitore, lo Stato. Dovrà infatti pagare di più alla scadenza di quei titoli, o anche nelle varie fasi intermedie previste (cedole), e perfino sul debito già emesso.

Mediante il suo programma di acquisto dei titoli di Stato, il cosiddetto quantitative easing, la Banca Centrale Europea compra a tassi sostenibili – per il debitore – quello che altri non comprerebbero mai. Così, mediante alcuni accorgimenti tecnici, compra il debito italiano, finanziando la spesa di un Paese che da solo non potrebbe altrimenti pagare pensioni, ospedali, trasporti, e via dicendo.
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Il debito pubblico dell’Italia è colpa dell’Europa?

Il debito pubblico dell’Italia è “colpa” dell’Italia e delle politiche che mirano al breve termine al ritorno elettorale. Esattamente quello che l’Europa ci contesta, mentre per altri versi ci aiuta. Non significa che anche alcune norme europee non debbano essere cambiate, ma “la proporzione delle colpe” fra Italia ed Europa è quella della trave nel proprio occhio mentre si critica la pagliuzza nell’occhio altrui.

Ogni Stato al mondo ha due principali fonti di entrata. La prima, il gettito fiscale. La seconda, fare debito. Poiché è impensabile che le sole tasse possano bastare a pagare la spesa corrente dello Stato (pensioni, scuola, sanità, etc.), per non parlare di determinati investimenti o servizi specifici, lo Stato deve trovare un’altra strada, aggiuntiva. Come un privato cittadino che con il solo stipendio non può comprare una casa e accende un mutuo, o come un’impresa che necessita dalla banca una linea di credito o un anticipo sulle fatture per poter pagare i dipendenti in attesa dell’introito, lo Stato ha bisogno di prestiti e di liquidità pronta per far fronte alle proprie spese.

La seconda fonte di entrata (termine improprio in questo caso), è quindi il credito ottenuto da terzi. Il credito che lo Stato ottiene, visto dall’altra parte, è naturalmente un debito, un obbligo di pagamento di una somma principale, quella ottenuta in prestito, più un interesse. Proprio come un privato cittadino con una banca. Lo Stato agisce in maniera (solo apparentemente) differente. Per poter reperire le risorse finanziarie, il ministero del Tesoro emette titoli di Stato, i bond, sul mercato. Questi titoli sono anche definiti debito sovrano. Lo Stato, ogni Stato, emette periodicamente titoli di debito sovrano, mediante cosiddette aste. Il meccanismo è quello di una qualunque obbligazione: tu mi dai 100 oggi, e io ti do questo pezzo di carta che incorpora il mio impegno a ripagarti 100 più un determinate tasso di interesse alla scadenza del titolo, per ipotesi fra 5 anni. In aggiunta, come per ogni bond, è possibile che il debitore (lo Stato) non solo paghi un interesse alla scadenza, ma anche periodicamente (cedole).

Quanto lo Stato promette di pagare quando emette debito, ovvero i titoli di Stato, è il rendimento. In altre parole, il rendimento è l’interesse che l’acquirente del titolo si aspetta, il proprio guadagno per aver prestato, investito, il proprio denaro. Vista dall’ottica del debitore (lo Stato), il rendimento è il costo del finanziamento, quanto dovrà ripagare per poter in primo luogo ottenere del denaro dal proprio creditore. Non bisogna dimenticare poi che i titoli di Stato, una volta emessi, circolano anche sul mercato detto secondario: il titolo comprato all’emissione, in un’asta, è acquistato sul mercato primario. L’acquirente può poi venderlo a piacimento (mercato secondario). Le risorse che lo Stato reperisce servono a loro volta a due scopi fondamentali: finanziare la propria spesa corrente e far fronte alle proprie obbligazioni finanziarie, pagare gli interessi sul debito emesso in passato.
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L’Italia può fallire? L’Europa ci aiuta o ci affossa?

L’Italia può fallire, come ogni altro Stato. Più difficilmente se sta nell’Europa e nell’Euro. Il collocamento dei titoli sovrani sul mercato (investitori) non é un automatismo. Lo Stato, il soggetto che ha bisogno di denaro, deve convincere il mercato a investire nel proprio prodotto. E come per ogni situazione di questo genere, esiste un solo modo per convincere qualcuno a prestarti dei soldi: la prospettiva di un buon guadagno, o di un guadagno minore ma di un basso rischio.

Questa prospettiva “buona”, per un Paese indebitato come l’Italia, è attualmente – e da alcuni anni – garantita solo ed esclusivamente dall’appartenenza all’Europa. L’Europa impedisce che ci indebitiamo troppo e sprona a rilanciare l’economia, da un lato, mentre dall’altro compra il nostro debito che altrimenti ad interessi sostenibili, tramite la Banca Centrale europea. Cosa che nessuno altro farebbe. Altro che matrigna. Senza questa matrigna saremmo alla canna del gas. Impossibilitati a pagare stipendi pubblici, pensioni, ospedali, trasporti, scuole. Tutto.
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Perché uno Stato può fallire? E l’Europa che fa?

In situazioni normali, lo Stato colloca senza difficoltà i propri titoli nelle aste. Quanti più titoli riesce a collocare a un prezzo basso, tanto meglio per lo Stato. Ottiene molta liquidità e non deve pagare per questa un grande interesse. In questi casi, con piena fiducia che lo Stato ripagherà, il rendimento sarà basso e quindi anche quell’indice di misura del rendimento, chiamato spread.

Tutto questo funziona finché chi il denaro lo investe, ritiene che il debitore, lo Stato, sia affidabile. In altre parole, che ripagherà il debito. Se la percezione cambia, se il mercato ritiene che il debitore non sia più così affidabile, allora nasce un problema. Se il rischio dell’investimento, reale o percepito, sarà maggiore, lo Stato dovrà essere pronto a pagare un rendimento maggiore per convincere gli investitori a prestare denaro comunque. Così facendo il peso del proprio indebitamento salirà. E siccome sale il rendimento dei titoli sovrani, salirà anche lo spread (che ne è solo la misura).

Quando il rendimento sui titoli sovrani sale troppo, non sono buone notizie per lo Stato debitore, che dovrà pagare un interesse più alto per riuscire a finanziarsi sul mercato. A farsi prestare i quattrini che gli servono. In altre parole, più diminuisce la fiducia nel capacità dello Stato di ripagare il proprio debito, più sale il costo del debito stesso, l’interesse che lo Stato deve pagare se vuole trovare qualcuno disposto a prendersi il rischio.

Se le cose peggiorano troppo, non vi è scampo, sono i rendimenti insostenibili a determinare il fallimento dello Stato sul proprio debito pubblico. Lo Stato non può più ripagare il proprio debito, quindi nessuno gli fa credito, quindi lo Stato è in bancarotta. E dal giorno stesso non può pagare nemmeno la propria spesa corrente (pensioni, scuole, sanità).

Mediante il suo programma di acquisto dei titoli di Stato, il cosiddetto quantitative easing, la Banca Centrale Europea compra a tassi sostenibili – per il debitore – quello che altri non comprerebbero mai. E così, mediante alcuni accorgimenti tecnici, compra il debito italiano, finanziando la spesa di un Paese che da solo non potrebbe altrimenti pagare pensioni, ospedali, trasporti, e via dicendo. Ne facciamo a meno? Come vendiamo 400 miliari di euro di debito pubblico l’anno a tassi sostenibili, considerando il debito che già grava sull’Italia, l’economia claudicante e le sparate dei politici?
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L’Europa tutela l’ambiente?

L’Unione europea è l’ente al mondo che fa di più in tema di tutela ambientale. L’80% delle norme ambientali applicate a livello nazionale sono in realtà il copia-incolla di norme europee. L’Europa ha introdotto e affermato un principio che oggi ci sembra ovvio: chi inquina, paga (trasposto poi anche in materia bancaria con il bail-in). Come mai non è venuto in mente a nessuno Stato Nazionale, visto che è così semplice?

L’Italia, ad esempio, è osservato speciale: esistono diciassette le procedure di infrazione oggi aperte contro l’Italia in materia ambientale. Significa che l’Unione europea controlla e condanna gli Stati che violano le norme preposte a tutelare il nostro ambiente e la nostra salute, entrambi elementi protetti a livello costituzionale. Si tratta 204 milioni di euro pagati per le discariche abusive, 151 per la gestione dei rifiuti in Campania, 25 per il mancato trattamento delle acque reflue urbane, e così via. Dispiace che ci sia qualcuno che controlla come la nostra politica si occupa della nostra salute? In tema di aria, l’Ue ha fissato già nel 1999 gli standard minimi di qualità: limiti a biossido di zolfo, di azoto, polveri sottili e piombo. Cosa hanno fatto da soli gli Stati nazionali? Cosa ha fatto l’Italia?
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L’Europa tutela la nostra sicurezza alimentare?

La sicurezza alimentare è garantita in Europa più che in qualunque parte del mondo. Forse pensiamo sia scontato. E invece no. Sono norme europee. Ci dicono che il cibo italiano è il migliore ed è sicuro: vero, anche perché regolato da norme europee. Sono infatti europei gli standard minimi di sicurezza della catena alimentare, con l’obbligo di etichettatura: indicazione della composizione degli alimenti, origine, e contenuti allergeni. Su tutto vigila il “Sistema di allerta rapido per cibi e mangimi”.

Quando si attiva, in tutta Europa possono essere ritirati dal mercato determinati cibi. In ogni Stato membro UE è attivo un punto di raccolta che notifica a tutti gli altri, in tempo reale, su sospetti di eventuali contaminazioni. Se l’EFSA, l’Agenzia Ue per la sicurezza alimentare con sede a Parma, conferma la validità dell’allarme, tutti gli Stati ritirano il prodotto, in meno di 24 ore. Preferiamo tornare a ognuno controlla per sé? E poi come si fa a vendere i propri prodotti negli altri Stati se gli standard sono differenti? Andate a chiedere a un imprenditore agroalimentare come sarebbe immensamente complesso vendere il proprio olio, vino, mozzarella o carne nel resto d’Europa.

L’Europa controlla la tossicità dei prodotti?

Lo fa con gli standard più alti del mondo. Il “Safety Gate”, una rete di comunicazione-allerta fra gli Stati, vigila sui rischi dei prodotti in commercio non aderenti alle norme Ue (tessili, giocattoli, cosmetici, spesso venduti online), e fa scattare il sequestro in tutta Europa. Nel 2018 la rete ha diramato 2.257 notifiche e, in tutta la Ue, nel 64% dei casi, i prodotti a rischio provenivano dalla Cina. Grazie a questo sistema di controllo e reazione rapida, nel 2017 la Guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane hanno sequestrato 125 milioni di prodotti non considerati sicuri.
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L’Italia versa all’UE più di quanto riceve?

Sì, ma non siamo né gli unici né quelli più “sfavoriti”. L’Italia versa più di quanto riceve indietro sotto forma di finanziamenti e fondi strutturali perché – per fortuna nostra – ha un PIL pro capite superiore alla media dell’UE. Non è un caso, infatti, se altri Paesi hanno un saldo ancora più negativo (perché più ricchi della media UE): Germania, Francia e Regno Unito hanno uno scarto ancora maggiore tra versamenti ed entrate. Poi ci siamo noi e dopo di noi Olanda, Svezia, Austria, Danimarca e Finlandia. Gli altri sono più poveri.

Ora sorge spontaneo chiedersi se abbia senso versare più di quanto si riceve. A parte il fatto che è molto difficile valutare economicamente il “quanto” si riceve perché va molto al di là dell’aspetto numerico, se però guardiamo al passato troviamo la risposta. L’Italia non è sempre stata un contribuente netto: per molti decenni (fino all’inizio degli anni Novanta), l’Italia ha ricevuto più di quanto versato. Perché? Perché il nostro reddito pro capite era inferiore alla media. Così come il sostegno UE ha aiutato noi nel passato, perché ora non dovremmo mirare allo stesso obiettivo per gli altri? Sì, ma ora siamo più ricchi della media perché sono entrati i Paesi dell’Est. Vero, ma – continuando con l’arida matematica – ci conviene che i nostri vicini siano più ricchi. Se uno è povero, non può “far girare l’economia”, come si sarebbe detto qualche anno fa. Se ha qualche disponibilità economica, magari compra Parmigiano, beve Chianti e viene a fare un viaggio in Italia.
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Dove vanno a finire i soldi del bilancio UE?

Domanda giustissima, anche se… siamo altrettanto rigorosi con il bilancio italiano? Ma vediamo cosa fa Bruxelles. L’UE opera in molti campi, inclusa la cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari alle popolazioni più povere del mondo: non ci sono altri Stati o organizzazioni di Stati così sensibili alle crisi umanitarie e allo sviluppo dei Paesi più arretrati.

A chi già si sta agitando perché l’UE dovrebbe occuparsi degli europei, rispondiamo che – se proprio vogliamo monetizzare tutto – l’85% del bilancio UE viene speso negli Stati membri in fondi strutturali, sostegno diretto agli agricoltori, sviluppo delle comunità rurali, progetti di ricerca scientifica e tecnologica, finanziamenti anche a fondo perduto a start-up e imprese innovative, progetti di tutela ambientale. Solo il 6% esce dai confini dell’Unione per finalità comunque nobilissime.

Se ci guardiamo intorno, vediamo che molti edifici pubblici, parchi, sentieri, materiali informativi di iniziative e progetti hanno il logo dell’UE: vuol dire che Bruxelles ha contribuito (a volte per la maggior parte) alle spese sostenute dalle amministrazioni italiane per la realizzazione di quelle opere. Come dite? Non avete mai visto i loghi? Allora, andate su questo sito e cercate la vostra regione, provincia o addirittura comune e vedrete quanto è andato a chi e per cosa. Ah, l’assenza di trasparenza dei grigi burocrati…

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Perché l’UE si preoccupa delle dimensioni delle zucchine? Perché vieta la pesca di alcune specie?

Domanda mal posta e altra leggenda metropolitana.L’UE non si preoccupa affatto delle dimensioni delle zucchine, della curvatura delle banane o di altre cose del genere. Al massimo se ne occupa e – quando lo fa – lo fa perché le amministrazioni nazionali l’hanno delegata a fare ciò.

Si preoccupa, invece, del mantenimento degli stock ittici: per questo motivo, la Commissione tiene sotto controllo l’evoluzione delle specie più a rischio. Se viene imposta una limitazione alla pesca del tonno rosso nel Mediterraneo non è per un capriccio di un funzionario bruxellese che ama i gamberetti. Solo limitando la pesca si limita il sovrasfruttamento e la scomparsa della specie.

Come dite? Conoscete pescatori che hanno avuto ricadute negative? Certo, ma se ora possono ancora pescare tonno rosso non è forse proprio grazie alla perfida UE ne ha impedito la scomparsa Tornando all’ortofrutta e nonostante tutto quello che avete sentito e continuerete a sentire, mai nessun grigio funzionario ha mai pensato di andare in giro per le bancarelle a misurare frutta e ortaggi. L’unico requisito è la sicurezza del consumatore e quindi la merce deve essere sana e priva di residui di fitofarmaci.

Poi, a tutela del consumatore e per aiutarlo nella scelta, frutta e ortaggi vengono indicati come di categoria extra, categoria I, categoria II… Al massimo, sarebbe opportuno informare il consumatore dei criteri alla base della suddivisione in categorie. Non avete mai sentito il vostro negoziante di fiducia dire che la sua merce è di “prima scelta”. Ecco, quando dice così, non sapete cosa stia dicendo. Se utilizzasse quanto previsto dalla legislazione e noi fossimo in grado di capirlo, sarebbe più chiaro per tutti. In ogni caso, se poi volete coltivare e/o comprare zucchine curve e banane dritte, nessuno verrà mai a dirvi nulla!

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L’UE autorizza gli OGM negli alimenti e gli Stati sono obbligati ad adeguarsi?

Non è proprio così. Partiamo dal dire che, in materia di autorizzazioni alla coltivazione di piante geneticamente modificate, gli Stati membri (loro, noi…) hanno deciso di regolare la questione a livello europeo. Il problema sta nel fatto che – ormai da anni – non c’è né una maggioranza di Stati a favore né una maggioranza di Stati contro. Ora, senza entrare nei complessi e noiosi meccanismi decisionali, se gli Stati non dicono né sì né no, è la Commissione europea che deve decidere.

E perché la Commissione generalmente decide per consentire la coltivazione? Perché, basandosi su numerosi e continui studi scientifici a livello mondiale, non si sono ancora ravvisati problemi che dovrebbero impedire la coltivazione di OGM. Poi, giusto per allargare il nostro sguardo… I mangimi che importiamo dal resto del mondo per i nostri animali sono in gran parte geneticamente modificati. Inoltre, le modifiche ricercate e ottenute in laboratorio non sono solo mirate all’aumento della resa per ettaro, ma anche al contenimento dei trattamenti in campo con fitofarmaci e/o alla diminuzione delle lavorazioni con macchinari che emettono inquinamento nell’atmosfera.

Insomma, come spesso accade, la questione è complessa e bisogna prendere in considerazione diversi aspetti. E l’autorizzazione è concessa ogni volta per pochi anni proprio per sottoporre a revisione scientifica la bontà della decisione a protezione dei consumatori e non certo dei produttori.

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L’UE è al soldo delle multinazionali chimiche e farmaceutiche?

Chiedete a un agricoltore o a un’industria alimentare e avrete la risposta. In poche altre realtà nel mondo, i consumatori sono altrettanto protetti, soprattutto in materia di prodotti alimentari. L’UE, attraverso l’Agenzia per la sicurezza alimentare e l’Agenzia chimica e l’Agenzia per i medicinali, impone rigorosi standard che i vari operatori dell’agroalimentare devono rispettare. Agricoltori e industrie sono spesso messi in difficoltà dalla messa al bando di principi attivi, sostanze, additivi. Pensate che, spesso, sulla base del solo principio di precauzione, molti prodotti vengono ritirati dal commercio senza che sia mai successo nulla a nessun consumatore.

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