Sunniti, sciiti e Isis: alcune distinzioni nel Medio Oriente in fiamme

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Dopo gli attentati di Parigi, l’attenzione globale si è spostata sulla guerra in corso in Medio Oriente e sulla situazione siriana. Isis (o Daesh o Isil o Stato Islamico) si trova adesso a dover fronteggiare i bombardamenti della Francia da un lato, l’avanzamento delle truppe di Assad (aiutato dalla Russia) dall’altro e a continuare a sostenere tutti gli altri fronti aperti nella Penisola Araba (come in Yemen). Inoltre, le truppe americane hanno intensificato la loro azione prendendo di mira le autobotti per il trasporto del petrolio, importante fonte di sostentamento per l’Is. Le perdite per il Califfato, tuttavia, non sono così ingenti, in quanto può ancora contare su potenti alleati e finanziatori. Anche provenienti dallo stesso schieramento Occidentale.

Sunniti Sciiti Isis: alle radici dei conflitti mediorientali

Abbiamo già visto chi finanzia lo Stato Islamico e quali sono amici e nemici. I governi dei Paesi arabi del Medio Oriente a parole hanno tutti preso le distanze dall’operato dell’Isis. Tuttavia è stato dimostrato che buona parte dei fondi stranieri che sono andati a finanziare lo Stato Islamico provenivano proprio dai vicini Qatar ed Arabia Saudita, quest’ultima scesa in prima linea contro Isis al fianco degli USA. Molti osservatori evidenziano come le ingenti donazioni provengano effettivamente da ricchi privati, ma rimangono forti dubbi sugli effettivi sforzi delle istituzioni per evitare l’uscita di capitali dai due Paesi in favore del Califfato. Ma cosa spinge due importanti partner economici dell’Occidente a favorire (anche indirettamente) Daesh? Come buona parte dei conflitti che hanno caratterizzato il Medio Oriente, la motivazione va ricercata prima di tutto nelle divisioni tra sunniti e sciiti delle diverse forze in gioco: l’Isis nasce come sotto-prodotto del Wahhabismo, una corrente sunnita, a cui i sovrani e molte ricche famiglie saudite sono fortemente legate. Anche il Qatar è governato da sovrani sunniti. Non è un segreto che entrambi i Paese auspichino la caduta dei regimi sciiti presenti nella regione, come quello di Assad in Siria o quello iraniano, e la creazione di una grande coalizione sunnita all’interno della penisola araba. Apparentemente per questo motivo, pare che i due Paesi abbiano finanziato attraverso i propri privati le iniziative del Califfato sia in Siria, contro il regime sciita di Assad e i ribelli laici, che in Yemen, contro i ribelli houthi sciiti e le forze governative yemenite. La vittoria di Isis non è comunque uno scenario a loro gradito: lo scopo del Califfato è quello di riunire tutto il mondo islamico sotto una sola bandiera e non riconosce alcuna legittimità nei confronti degli attuali sovrani sauditi e del Qatar. Per questo motivo se da una parte l’Isis tiene a bada e ridimensiona gli avversari sciiti, dall’altra è necessario per i governanti sunniti scongiurare una sua totale supremazia tenendosi buoni rapporti con i ricchi partner economici Occidentali.

Malgrado faccia parte della Nato e si sia apertamente schierata contro il Califfato, la Turchia di Erdogan non sta adeguatamente ostacolando l’ingresso di risorse, capitali e foreign fighters per le cellule dell’Isis sul confine siriano. Anche in questo caso, stiamo parlando di uno Stato sunnita che cerca di tenere a bada i propri avversari sfruttando il caos portato dal Daesh: l’obiettivo del Presidente turco Erdogan è quello di annientare la resistenza curda sul confine siriano per sedare i moti indipendentisti curdi nella stessa Turchia. I curdi sono un popolo diviso in diverse nazioni del Medio Oriente e in ciascuna di esse vengono portati aventi diversi movimenti per l’indipendenza nella speranza di riunificare il Kurdistan. Con l’inizio della guerra civile, i curdi siriani hanno imbracciato le armi e, con l’aiuto di curdi provenienti da tutta la penisola, si sono assicurati il controllo della regione del Kurdistan siriano. Questo successo ha dato nuovo slancio alle iniziative indipendentiste dei curdi turchi, cosa che non ha fatto certo piacere ad Erdogan.

Non mettendo i bastoni fra le ruote dell’Isis sul confine siriano, il governo turco spera che gli uomini del Califfato riescano a sconfiggere l’esercito curdo smorzando così le capacità militari del PKK (partito curdo para-militare) attivo in Turchia. Durante l’ultimo G20 tenutosi ad Antalya, il Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che durante il vertice:

Ho presentato esempi, relativi ai nostri dati, sul finanziamento da parte di persone fisiche a beneficio di ISIS. Come da noi stabilito, i fondi provengono da 40 Paesi, in particolare da alcuni membri del G20

È verosimile pensare che, se gli esempi di Putin fossero confermati, buona parte di questi aiuti occidentali siano passati anche dal confine turco con la Siria. Nell’ambito della stessa dichiarazione, il Presidente Russo ha tirato in ballo anche il Kuwait e gli Emirati Arabi, rimasti per ora ai margini dei conflitti, come possibili fonti e mete di transito per i capitali indirizzati al Califfato. La doppiezza di Erdogan si è resa comunque palese quando la Turchia ha iniziato i bombardamenti sul confine: i raid si sono concentrati sopratutto non su obiettivi sensibili dell’Is, ma su basi controllate dai miliziani curdi del PKK che controllavano il territorio siriano.

Sunniti sciiti Isis: alcune distinzione nel Medioriente in fiamme
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Islamici che combattono Isis: Yemen e Iran

A contrastare il Califfato rimangono, ovviamente, tutte le forze sciite rimaste attive nella regione: l’esercito lealista di Assad in Siria (nonostante anche in questo caso molti indizi dicono che Assad si sarebbe avvantaggiato di Daesh per annientare l’Esercito Siriano Libero appoggiato dall’Occidente), i ribelli houthi in Yemen, l’esercito iracheno sotto la guida del Presidente Haider al Abadi in Iraq, i miliziani curdi attivi in Iraq e Siria, l’ala militare di Hezbollah in Libano e, soprattutto, l’Iran di Hassan Rohani. Proprio Teheran ha deciso di aprire una lotta senza quartiere contro l’Isis: l’Iran è intervenuto sia in Siria che in Iraq con truppe di terra, o milizie controllate o anche raid aerei. Alle fazioni sciite si affianca anche l’Egitto che, con il consolidarsi del potere del Presidente Al-Sisi, vuole difendere la ritrovata laicità delle proprie istituzioni dopo le fallimentari esperienze del post-primavera araba. Al-Sisi ha coordinato bombardamenti su obiettivi sensibili di Isis e offerto supporto logistico alla coalizione occidentale per l’accesso alla Penisola Araba.

I Paesi sunniti hanno prestato a volte il loro impegno contro il Califfato ma, come abbiamo già detto, rimangono forti dubbi sulla loro effettiva posizione: l’Arabia Saudita ha condotto e coordinato bombardamenti sia in Siria che in Yemen, con risultati ambigui in entrambi gli interventi; il Qatar ha fornito risorse e missili ai ribelli che combattono in Siria, anche se lo scopo primario era armarli contro Assad; ed infine la Turchia, che bombarda sul confine siriano senza fare troppa distinzione fra curdi e miliziani dell’Isis. Nella regione rimangono asserragliati nei propri confini Israele e Giordania, offrendo talvolta sostegno logistico ai Paesi della coalizione anti-Isis.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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