Chi finanzia Isis? Amici e nemici del Califfato

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Isis fa ogni giorno tra 1 e 2 milioni di dollari vendendo il petrolio delle raffinerie presenti all’interno del territorio conquistato tra il nord dell’Iraq e il nord della Siria (fonti CNN).

Parte del petrolio passa il confine con la Turchia e lì avviene una prima vendita. Sarebbe interessante capire chi acquista l’oro nero del Califfato del terrore, infatti i dati economici dicono che ci sono tanti compratori che arricchiscono le casse di Al Baghdadi. Milioni di dollari che significano sempre più uomini e sempre più armi.

Il coinvolgimento della Turchia è abbastanza evidente, se pensiamo allo scarsissimo controllo dei confini da quando il Califfato esiste: lungo il confine turco passano le migliaia di volontari che vanno ad ingrassare le fila dell’esercito di Isis. Non si tratta di sbadataggine, visto che quando si è trattato di fermare i curdi, per impedire loro di dare supporto alla resistenza di Kobane, i confini turchi sono stati sigillati.

Erdogan e il governo turco non vogliono il Kurdistan e per evitare la nascita dello stato curdo sta dimostrando una tutt’altro che prevedibile disposizione benevola nei confronti dello Stato Islamico. Le parole di condanna di Erdogan non convincono più nessuno: la Turchia fa il gioco sporco e nessuno fino ad oggi a livello internazionale ha chiesto conto di questo atteggiamento.

Nonostante i bombardamenti americani puntino quotidianamente alle raffinerie del Califfato, si stima che Isis produca intorno ai 44.000 barili di petrolio al giorno in Siria e 4.000 barili al giorno in Iraq (fonte: Foreign Policy). Un giornale curdo ha pubblicato una lista di nomi di affaristi che si stanno arricchendo comprando petrolio a basso costo dall’esercito islamico, tra questi molti faccendieri che facevano lo stesso tipo di affari con Saddam Hussein.

Ovviamente parte del petrolio viene utilizzato per le attività del territorio controllato da Isis, 6 milioni di persone. A questi soldi vanno aggiunti i riscatti pagati dagli stati occidentali, attività in cui è specializzata Al Qaeda: solo nel 2013 i fondamentalisti avrebbero fatto 66 milioni di dollari in riscatti.

Come sappiamo il dibattito sui riscatti divide profondamente il cosiddetto mondo libero: Stati Uniti, Inghilterra e Giappone non trattano, Francia, Italia, Svezia e altri europei sono disposti a pagare pur di salvare le vite dei proprio cittadini. L’ultimo anno ha confermato questa spaccatura, con i giornalisti americani e giapponesi sgozzati e le vittime di sequestri italiane, per esempio, salve.

Un altro campo dove lo Stato Islamico fa affari sono la vendita di pezzi pregiati di musei storici: al di là dei video dove vengono distrutte e devastate opere importantissime, il Califfato riempie le casse grazie all’ingordigia di chi compra illegalmente opere al mercato nero. Un fatto è chiaro: Baghdadi si può permettere di comprare armi e uomini grazie a chi dall’esterno acquista il suo petrolio e i pezzi di antiquariato razziati dai suoi uomini.

Controllando un territorio vasto, il Califfato ha “regolarizzato” tutte quelle entrate che chiamiamo tasse: chi vive nel territorio di Isis, deve pagare un tributo così come le strade sono soggette a un pedaggio.

I territori conquistati da Isis sono stati razziati e le banche svuotate, come ci ricorda il noto caso di Mosul dove l’esercito del Califfo si portò via 500 milioni di dollari.

Qui sotto vediamo quali stati nell’ombra danno supporto a Isis e quali contraddizioni stanno permettendo allo Stato Islamico di prosperare e crescere.

16 agosto

Isis, lo Stato Islamico di Iraq e Siria (Islamic State of Iraq and Al-Sham), è il movimento guidato da Abu Bakr Al-Baghdadi che sta spadroneggiando negli ultimi mesi in quella parte di Medioriente tra Siria e Iraq, con lo scopo di costruire un califfato islamico.

Il gruppo jihadista già nel 2006 rivendicava in un video la volontà di costruire uno stato islamico ma è conosciuto dai media soltanto oggi, soprattutto per il terrore che sta spargendo e le esecuzioni sommarie di cittadini che si rifiutano di convertirsi all’Islam. Almeno così sembra, perché in realtà il gruppo distrugge ed uccide non solo ciò che è cristiano o di altre confessioni ma anche civili appartenenti alla religione islamica.

È difficile capire dalle notizie che circolano quali siano le vere dinamiche politiche dietro a questo movimento di fanatici che sta terrorizzando il Medioriente. Da gruppo terrorista l’Isis in poco tempo si è trasformato in esercito, avendo la meglio su altri movimenti islamici e sui ribelli dell’Esercito Siriano Libero nel nord del paese siriano e travolgendo con una facilità disarmante le difese irachene.

Addirittura Al Qaeda si sarebbe smarcata dall’Isis, dichiarando il proprio appoggio ad un altro movimento estremista combattente in Siria, Al Nusra, in aperto conflitto con le armate di Al Baghdadi. Quello che è certo è che per capire qualcosa di più è necessario entrare ancora una volta nella guerra aperta tra sunniti e sciiti che sta devastando il Nord Africa e il Medioriente.

Chi finanzia Isis?

Come è possibile che un movimento armato ma tutto sommato circoscritto diventi in pochi mesi un esercito irresistibile? E perché pur non avendo trovato resistenza gli eserciti del Califfato non sono arrivati a Damasco e Baghdad ma si sono fermati prima? E perché l’Occidente fino ad una settimana fa è stato a guardare?

Domande difficili, ma fondamentali.

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@sott

Intanto è importante dire che l’Isis è un movimento estremista che fa riferimento al mondo sunnita, e che quindi per capire chi finanzia il Califfato è necessario seguire tracce che portano ai sauditi e al Qatar. Ricordiamo che l’Arabia Saudita è l’alleato numero 1 degli Stati Uniti in quella parte di mondo.

Questo vuol dire che gli americani finanziano questo movimento del terrore? Ne dubito, dato che sono gli Stati Uniti ad essersi mossi per fermarlo anche se da poco. E proprio questo ritardo nell’azione di Obama è indicativo per comprendere la complessità della situazione: ci sono voluti mesi di stragi per smuovere gli Usa sotto il fuoco di una pressione fortissima dell’opinione pubblica. Perché non si sono mossi prima?

Probabilmente continuano ad esserci enormi contraddizioni tra le alleanze strategico economiche degli americani in zona e il cosiddetto amore per la democrazia del governo Usa. Da sempre infatti gli alleati sauditi tengono il piede in due scarpe, facendo affari con gli Usa e finanziando movimenti del terrore. Questo però non sembra aver smosso i propositi del governo di Washington.

In questa situazione caotica la Turchia sta giocando un’altra carta importante: altro paese sunnita, e paese certamente più aperto e democratico dei sauditi, lo Stato governato da Erdogan ne sta approfittando per cercare di regolare i conti con i curdi del Pkk, tra i pochi movimenti che stanno combattendo davvero le truppe dell’Isis. E, se ci pensiamo, il Pkk è quel movimento di liberazione del Kurdistan definito “terrorista” dagli americani.

Democrazie (o presunte tali) che appoggiano Isis o perlomeno non fanno nulla per fermarlo e movimenti bollati come terroristi che si espongono in prima fila per fermare l’armata del terrore. Grande confusione sotto il cielo.

Certamente si può dire una cosa: questa non è una guerra di religione (a patto che esistano davvero guerre di religione, e noi non crediamo). Dietro ai presunti pazzi fanatici di Isis che vogliono convertire il mondo all’Islam ci sono dietro interessi politici ed economici. Seguire l’odore dei soldi.

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Come se non bastasse però c’è un’altra domanda a cui è interessante cercare di rispondere: perché l’Isis si è fermato non attaccando Baghdad da una parte e Damasco dall’altra?

Infatti è abbastanza inspiegabile apparentemente la fissazione verso il Kurdistan del Califfato, davanti alla ghiotta occasione di prendersi due capitali importantissime: anche da qui nascono i dubbi sui rapporti tra Califfato e Bashar Al Assad, che potrebbero non essere così ostili. Di fatto al regime siriano potrebbe non dispiacere lasciare il nord del paese alle truppe di Al-Baghdadi, che nel frattempo, oltre a spaventare l’Occidente, stanno facendo fuori parte dei nemici interni di Assad.

Discorso simile potrebbe valere per la Turchia, che in tutti questi mesi ha lasciato transitare guerriglieri del califfato dai suoi confini verso la Siria: proprio la guerra di Isis verso il Kurdistan, nemico giurato di Erdogan, desta più di qualche sospetto.

Da una parte quindi l’esercito nero non entra in conflitto con le truppe di Assad da oltre un anno ma si scontra coi nemici del dittatore siriano, tra cui l’Esercito Siriano Libero, principale punto di riferimento di Europa e Stati Uniti, dall’altra attacca i curdi facendo un favore alla Turchia.

La strategia, che pare portare il Califfato verso il controllo di un’ampia area sunnita, stride con la continua ricerca di attenzione mediatica di Isis: cosa ci sarebbe stato di più risonante della conquista di una capitale? è evidente che in questa storia l’esercito nero che terrorizza e uccide ha più di un amico potente nell’area circostante.

Immagini| www.longwarjournal.org

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Si occupa della community di Le Nius, in pratica delle relazioni con le persone qui dentro e sui social media. Di mestiere editor e SEO. Da sempre ha un debole per i troiani e una forte antipatia per gli achei (semicit.). davide@lenius.it

2 Comments

  1. Se c’è il sospetto che il Qatar sia finanziatore dell’isis per quale motivo l’italia, fanno accordi con questi?
    Per quale motivo l’italia si permette di vende terreni e cliniche della Sardegna, al Qatar, se Sardigna NO ESTE italia ?

    • Domanda legittima. Come sarebbe interessante chiedere come mai uno dei paesi che più finanziano i fondamentalisti come l’Arabia Saudita sia l’amico per eccellenza degli Stati Uniti.

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