Turchia contro Kurdistan: storia di una rivalità antica

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Turchia contro Kurdistan
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Il Governo turco ha iniziato la sua offensiva contro l’ISIS con una serie di bombardamenti al confine con la Siria. L’iniziativa turca però non sta colpendo in maniera significativa lo Stato Islamico ma, al contrario, si sta concentrando su obiettivi controllati dai ribelli curdi che da mesi contrastano l’avanzata del Califfato. Cosa spinge uno stato che fa parte della Nato e un governo “amico” dell’Occidente ad operare contro gli interessi degli alleati curdi?

Il Kurdistan: una nazione divisa

I contrasti tra Turchia e minoranze hanno le proprie radici nella caduta dell’Impero Ottomano, avvenuta dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e l’occupazione dell’Impero secolare. Nel 1920 il trattato di Sèvres, firmato con gli Alleati occupanti, garantisce ai curdi la possibilità di creare uno Stato indipendente nei territori stabiliti da una commissione dell’allora Società delle Nazioni. Gli emissari dell’Impero Ottomano, presenti alle trattative per conto del governo, firmano l’accordo, ma questo non viene recepito dal Parlamento. In quel periodo, il morente Impero Ottomano vive le fasi più concitate della guerra d’indipendenza turca e questo destabilizza l’intero assetto istituzionale. Alla fine del conflitto, i turchi nazionalisti riescono a scacciare le truppe degli Alleati che avevano occupato il territorio.

Il leader dei nazionalisti Mustafa Kemal Pasha, conosciuto ai più come Ataturk, costringe le potenze occidentali a rivedere i termini del trattato di Sèvres e nel 1923, col Trattato di Losanna, vengono cancellate tutte le concessioni date dal precedente trattato alle varie minoranze etniche, curdi compresi. La nazione del Kurdistan viene quindi divisa e i suoi territori inclusi negli Stati limitrofi: Siria, Iran, Iraq e nella nascente Turchia (per quest’ultima i territori del Kurdistan rappresenteranno ben il 30% del territorio nazionale). Si formano così quattro diverse regioni curde con ciascuna una diversa bandiera. Nel corso degli anni le popolazioni curde hanno continuato a rivendicare la propria indipendenza dallo Stato sovrano da cui sono state assimilate: il Kurdistan occidentale dalla Siria, il Kurdistan Orientale dall’Iran, il Kurdistan meridionale dall’Iraq e il Kurdistan settentrionale dalla Turchia. In ognuno di questi Paesi, i curdi hanno subito forti persecuzioni e spesso la loro lotta per l’indipendenza è stata repressa in maniera violenta.

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La Turchia e i curdi

Con la nascita del nuovo Stato della Turchia, Ataturk si concentra nell’affermare all’interno dell’apparato istituzionale e politico il principio di unitarietà di Stato turco e laicizzato. Il “Padre dei Turchi” vuole in questo modo scongiurare qualunque iniziativa indipendentista da parte delle minoranze che la nascente nazione ha inglobato, chiudendo di fatto la possibilità di aprire un dialogo con i curdi. Dopo una prima distensione dei rapporti con le minoranze con l’avvento della democratizzazione del Paese iniziata nel 1946, col colpo di Stato da parte dei militari nel 1960 le cose precipitano: inizia una vera e propria diaspora curda dove molti vengono esiliati o chiusi in campi di concentramento, mentre le città curde sono “turchizzate” e vedono i loro nomi cambiati. La Costituzione del 1961, entrata in vigore dopo il ritiro dei militari, riconosce ai cittadini le libertà fondamentali ma considera come un valore assoluto e prioritario l’integrità dello Stato.

Negli anni ’60 e inizio ’70 nascono le prime formazioni armate per l’indipendenza e l’auto-determinazione curda, ma nel 1971 vi è un secondo golpe militare che porta conseguenze tragiche simili al precedente: viene istituita la legge marziale in alcune province curde che porta ad arresti sistematici con incarcerazioni in condizioni disumane e torture per uomini, donne e bambini. Nel 1978 nasce il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) il cui scopo diventa il riconoscimento della lingua e dei diritti curdi. In contrasto con la crescente popolarità del PKK, nella nuova Costituzione turca del 1982 viene vietato l’uso della lingua curda e criminalizzata ogni espressione che affermi l’identità curda. Il PKK inizia così la sua lotta armata contro il potere centrale, creando un malessere crescente anche all’interno della stessa popolazione curda e dando l’occasione al governo turco di trattare gli indipendentisti come terroristi. Il PKK non viene quindi riconosciuto come un movimento popolare dalle autorità, ma semplicemente come un’organizzazione terroristica. Nei decenni successivi si sono susseguiti attentati, rappresaglie dell’esercito turco ed iniziative legislative volte a scoraggiare l’appoggio al PKK. Dopo ripetuti tentativi nel corso degli anni di trovare un’intesa per il “cessate il fuoco”, solo nel 2013 vi è una svolta unilaterale da parte degli indipendentisti: il leader Ocalan annuncia il ritiro delle truppe curde dal territorio turco dando il via alle trattative di pace con la Turchia. I guerriglieri del PKK si uniscono così ai fratelli curdi nella lotta sul fronte meridionale della Turchia contro l’avanzata dell’IS e per la liberazione di Rojava, Kobane e il resto del Kurdistan controllato dallo Stato Islamico.

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Turchia contro Kurdistan: l’ideologia turca e la strategia di Erdogan

Nel corso degli anni di difficile convivenza, i diversi Governi turchi hanno ereditato la volontà di Ataturk di mantenere lo Stato unito e questo principio è stato ormai assimilato come una necessità anche dalla popolazione per mantenere l’ordine nel Paese. Persino il sistema legislativo non riconosce alcuna minoranza in Turchia e comunque i né i curdi né gli armeni vengono riconosciuti tali da buona parte del popolo turco. In molte circostanze negli anni più intensi della lotta ai movimenti indipendentisti, le forze di sicurezza hanno goduto della totale impunità per i loro comportamenti nella regione curda sottoposta allo stato di emergenza, poiché in quelle zone le autorità venivano gestite dal Consiglio Nazionale di Sicurezza senza alcun tipo di ingerenza parlamentare. L’intransigenza odierna verso i curdi e gli armeni è dunque il risultato di una tradizione ideologica assimilata dal popolo turco durante quasi un secolo. Tornando ai giorni nostri, il governo di Erdogan ha deciso di intervenire militarmente al di fuori del confine meridionale del Paese dopo la strage di Suruc, costata la vita a 32 persone, iniziando così i bombardamenti sugli obiettivi strategici. Dopo mesi di rapporti ambigui con lo Stato Islamico, il governo turco assume una posizione netta nelle parole dello stesso Erdogan:

A questo punto la questione è diventata prioritaria. La situazione nel nord della Siria e le contro mosse che sono richieste impongono alla Turchia di prendere altri provvedimenti.

L’iniziativa ha però mosso la preoccupazione di molti osservatori sia nazionali che internazionali in quanto, al momento, gli obiettivi colpiti dai bombardamenti sono principalmente le basi del PKK che fin’ora ha combattuto in prima linea contro l’IS. L’obiettivo non dichiarato di Erdogan sembra infatti quello di colpire i ribelli curdi con la scusa dell’ISIS per indebolire i vecchi avversari e consolidare la sua posizione politica fra i conservatori e i nazionalisti. Le principali forze politiche curde (HDP, DBP, HDK e DTK ) e l’İmralı Negotiation Delegation hanno tenuto una riunione di emergenza al fine di mobilitarsi per aiutare il leader PKK Ocalan nelle trattative per il “cessate il fuoco” con Ankara. Ma il PKK ha tempestivamente avvertito con comunicato sul proprio sito internet che i raid contro le sue postazioni hanno fatto saltare la tregua con il Governo. Il disarmo delle milizie curde in Turchia era già stato avviato ed era stata inoltre presentata una prima proposta di pace che prevedeva una sorta di federalismo libertario per la regione curda che non compromettesse l’unità dello Stato. Ma questa ipotesi non piaceva per niente ad Erdogan. Secondo i rappresentanti curdi, il Presidente turco cerca di uscire da uno stallo nel quale lo hanno imprigionato le elezioni del 5 giugno provando ad instaurare un regime di terrore negli avversari politici vicini alla causa curda. La Nato continua al momento ad appoggiare l’iniziativa turca che, nei piani originali, prevede la creazione di una zona “cuscinetto” attraverso bombardamenti strategici che separi il confine meridionale turco dallo Stato Islamico. L’ONU sottolinea come l’intervento Turco stia contribuendo deteriorare la situazione al confine Siriano e a fare la voce grossa ci pensa anche il vicario apostolico di Aleppo monsignor Georges Abou Khazen che, intervistato da Marco Guerra, ha dichiarato :

Abbiamo paura che, con la scusa dell’Isis, la Turchia nasconda tutta un’altra intenzione. Noi sappiamo bene che i miliziani dell’IS arrivano in Siria e in Iraq attraverso la Turchia. Sarebbe quindi molto più facile per la Turchia impedirgli di entrare, piuttosto che combattere: non addestrarli più e non far arrivare più le armi.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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