Rifugiati e migranti economici: facciamo chiarezza

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rifugiati e migranti economici

La distinzione tra rifugiati e migranti economici è stata introdotta da tale Egon Kunz, uno studioso di migrazioni che aveva elaborato la cosiddetta push/pull theory (1). Il nostro intendeva differenziare chi parte per necessità (i pushed, destinati a diventare rifugiati) da chi lo fa per scelta (i pulled, attratti da migliori prospettive economiche).

Nel tempo tale distinzione è apparsa sempre più forzata e assomiglia più a un’etichetta rassicurante di cui i sistemi giuridici occidentali hanno bisogno piuttosto che un modo di cogliere quello che succede. Le pratiche dei migranti sono infatti assai più complesse e sfaccettate e la distinzione tra rifugiati e migranti economici è una semplificazione che ci aiuta a separare i buoni dai meno buoni ma non certo a fare chiarezza sui fenomeni.

È ormai assodato che, a parte pesanti situazioni di guerra come quelle attuali in Siria e Iraq, non c’è mai un solo fattore che porta ad emigrare, ma un complesso mix che comprende: instabilità politica e militare, persecuzione politica, difficile situazione economica, reti sociali per lo più familiari già presenti nel paese di arrivo, strategie di diversificazione delle risorse familiari.

Le famiglie infatti prendono decisioni collettive rispetto al proprio futuro, diversificando le strategie per la sopravvivenza economica: ad esempio i più anziani potrebbero rimanere al villaggio (o città) ad amministrare la casa e eventuali coltivazioni e animali, due figli potrebbero rimanere con loro, altri due andare in una grande città del proprio paese e, ad esempio, il primogenito partire per l’Europa, sperando possa dare una mano con le proprie rimesse e che in futuro altri componenti possano raggiungerlo.

In questo groviglio di motivazioni è difficile scindere quella politica, quella economica e quella sociale ed etichettare le persone come rifugiati o migranti economici. Quale prevarrà è il risultato di una serie di strategie (anche fortuite) messe in campo sia dalle persone (singole o in gruppo) sia dagli Stati di destinazione, sia da più ampie configurazioni geopolitiche.

Rifugiati e migranti economici: strategie degli Stati

“L’asilo è un privilegio concesso dallo Stato. Non è una condizione inerente all’individuo” (2). Tradotto: è vero che si parla di diritto di asilo ma alla fine è lo Stato che decide se dartelo o no. C’è un dato, impressionante, che testimonia quanto questo sia vero: nel 2007 dei 18.559 iracheni che hanno fatto domanda di asilo in Svezia l’82% è stato riconosciuto come rifugiato, dei 5.474 che lo hanno chiesto in Grecia, lo ha ottenuto lo 0% (3).

Gli Stati occidentali (limitiamoci per comodità a quelli Europei) utilizzano l’asilo politico come strumento di protezione umanitaria e tutela dei diritti, ma anche come modalità di gestione dei flussi migratori. I paesi nordici, Svezia in particolare, utilizzano storicamente questo strumento per selezionare i migranti in ingresso: sono molti larghi di manica nel concedere l’asilo, ma limitano molto l’accesso di quelli che vengono definiti migranti economici. Ecco perché in Svezia sono presenti soprattutto comunità somale, irachene e ora siriane. Al contrario i paesi del Sud Europa sono più restrittivi in termini di asilo ma più lassisti rispetto all’ingresso di migranti economici. Questo significa che la stessa persona potrebbe essere considerata un rifugiato in Svezia e un migrante economico in Italia.

Non vale la pena quindi fare distinzioni tra rifugiati e migranti economici, semplicemente perché il più delle volte sono vicende che non c’entrano nulla con la loro storia a determinare in quale categoria finiranno.

Rifugiati e migranti economici: strategie individuali

I migranti tutto questo lo sanno, perché i maggiori esperti mondiali di migrazioni sono loro. E mettono in atto strategie altamente razionali per raggiungere il loro scopo. Quando ad esempio negli anni novanta la Germania ha chiuso i rubinetti in entrata moltissimi migranti, che tradizionalmente entravano per lavoro (i cosiddetti Gastarbeiter) hanno cercato di utilizzare la porta sul retro dell’asilo, costruendosi come rifugiati.

Intendiamoci, nessuna truffa, si tratta di persone con degli argomenti credibili per chiedere asilo politico, come è il caso dei curdi. Fino a quando l’ingresso in Germania come lavoratori era relativamente facile, migliaia di curdi ogni anno emigravano in Germania senza preoccuparsi del proprio status politico, ingrossando le fila dei migranti economici. Dagli anni novanta la porta di ingresso è diventato l’asilo: ecco allora persone con una storia davvero simile cercare ora di diventare rifugiati.

Le diverse comunità hanno poi con il tempo compreso quale tipo di storia era meglio raccontare per ottenere lo status di rifugiato, ed è cominciato così una sorta di commercio di informazioni per far sì che i nuovi partenti fossero consapevoli di come funzionava la richiesta di asilo. Ecco allora che l’essere rifugiato o migrante economico fa parte del processo di costruzione del sé che i migranti mettono in atto.

Rifugiati e migranti economici: situazione internazionale

Lo status di rifugiato è previsto da una Convenzione ONU del 1951 (la Convenzione di Ginevra) e, pur trovando applicazione a livello statale, ha sempre mantenuto una dimensione sovranazionale. Riconoscere lo status di rifugiato a persone provenienti da determinate zone del mondo significa anche riconoscere implicitamente l’esistenza di gruppi etnici o sociali (pensiamo ai tibetani) e di entità statali (la Cina in questo caso) che li perseguita. Faccende delicate in termini di relazioni internazionali.

Lo stesso caso dei curdi, sopra citato, è piuttosto controverso: un accurato studio ha dimostrato come, almeno negli anni novanta, i richiedenti asilo provenienti dal Kurdistan iracheno o iraniano avessero più possibilità di ricevere lo status di rifugiato rispetto ai curdi provenienti dalla Turchia, essendo quest’ultima un paese con rapporti molto stretti con l’Unione Europea e la Nato (4).

Ci sono poi i tempi storici e le loro emergenze: quella attuale è quella siriana ma nel recente passato abbiamo avuto quella kosovara o quella somala, per cui tutte le persone provenienti da quei contesti, a prescindere dalle condizioni individuali che dovrebbero essere il parametro per assegnare o meno lo status di rifugiato, tendevano a riceverlo, in una sorta di “tutela di gruppo”.

Rifugiati e migranti economici: che storie

Come sempre succede le storie delle persone travalicano i confini, geografici o giuridici che siano, e anzi a volte li sbeffeggiano. Perché le storie delle persone sono sempre più potenti delle etichette. E così capita che una persona parte e gli eventi, purtroppo spesso tragici, la conducono ad utilizzare un canale piuttosto che un altro.

Forse si fermerà anni in Libia, forse proverà decine di volte a salpare per l’Europa, forse alla fine ce la farà e nel frattempo qualche compagno di viaggio gli avrà consigliato di fare domanda di asilo, forse ancora gli verrà suggerito di presentarsi come minorenne, e come tale verrà (doverosamente) accolto come minore non accompagnato.

Le strade sono molte, e le storie delle persone trovano il modo migliore per percorrerle. Noi, convinti che il mondo funzioni davvero in base alle categorie che ci siamo creati, non ce ne accorgiamo. È anche più facile così: ci sono i buoni (i rifugiati) che vanno protetti e accolti, e ci sono i meno buoni (i migranti economici) che possiamo anche respingere e lasciare al loro destino.

Intendiamoci, accogliere e proteggere richiedenti asilo e rifugiati è un dovere e, anzi prima di tutto, un loro diritto. Giuridicamente non fa una piega. Socialmente però cerchiamo di fare uno sforzo, e travalicare le etichette per andare incontro alle persone. Chissà se la storia di quella persona l’ha portata a costruirsi come rifugiato o come migrante economico. Quel che conta è solo che ora è qui, davanti a me.

Ma quanti sono i rifugiati in Italia e in Europa?

E invece gli immigrati?

Le parole delle migrazioni: cosa intendiamo con migranti, rifugiati, richiedenti asilo, immigrati, profughi?

Rifugiati e migranti economici: note

(1) Kunz, E.F. (1973), The Refugee in Flight: Kinetic Models and Forms of Displacement, in “International Migration Review”, 7(2).
(2) Simpson J.H. (1939), The Refugee Problem, Oxford: Oxford University Press, p. 230.
(3) ECRE (2008), Five Years on Europe is still ignoring its responsibilities towards Iraqi refugees, Bruxelles: Ecre.
(4) Wahlbeck O. (1999), Kurdish Diaspora: A Comparative Study of Kurdish Refugee Communities, Macmillan, London.

Immagine | European Commission DG ECHO

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale (più info qui). Si gingilla a decifrare le trame della società, scartabellando dati e raggranellando storie. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. [email protected]

12 Comments

  1. Molto interessante e chiaro F, complimenti! Al solito, mostri – facendolo direttamente – quanto sia utile decostruire un po’ la realtà e aprire altri punti di vista.

  2. Concordo sul fatto che migrante economico è un termine dal significato ambiguo. In un certo senso il laureato italiano che si trasferisce in Inghilterra in cerca di migliori prospettive di lavoro è un migrante economico, così come l’imprenditore italiano che, oppresso dalle tasse e dalla burocrazia, decide di spostarsi in Austria o in Polonia. Ma è un migrante economico anche il pensionato che lascia l’Italia in cerca di un paese con minore tassazione e con un costo della vita più basso (ne ha parlato il presidente dell’INPS Boeri).

    • Quelli che cita sono ,però.migranti che si presentano con documenti ,permessi e che si mantengono da soli,senza nessunissima organizzazione che li accolga,a loro spese e con loro rischio e pericolo. Nessuna differenza? Provi ad andare in Etiopia senza documenti

  3. La leggo dal Brasile. Complimenti per la scritta, difficile trovare informazioni così complete in altri siti o giornali italiani.

  4. “Noi, convinti che il mondo funzioni davvero in base alle categorie che ci siamo creati, non ce ne accorgiamo”

    Penso che raramente mi sono trovato di fronte a una sciocchezza simile, e la cosa preoccupante è che viene detta e pensata da una persona stimabile e che ha studiato. Testimonia di come le persone la possano pensare diversamente. A me non piace la piega che sta tirando il discorso sull’immigrazione oggi, consiglio Rebus immigrazione di Giuseppe Sciortino, però davvero, che rifugiato o migrante siano categorie del sé è una sciocchezza.

    “Le diverse comunità hanno poi con il tempo compreso quale tipo di storia era meglio raccontare per ottenere lo status di rifugiato, ed è cominciato così una sorta di commercio di informazioni per far sì che i nuovi partenti fossero consapevoli di come funzionava la richiesta di asilo. Ecco allora che l’essere rifugiato o migrante economico fa parte del processo di costruzione del sé che i migranti mettono in atto.”

    Se questo si viene a sapere diffusamente sono guai peggiori. E mi spiace, significa dichiarare il falso, cosa oscena tra l’altro, dato che c’è chi è realmente in pericolo per la sua vita. In parte già lo si sa poiché le richieste d’asilo accolte sono la minoranza, poi ci sono le protezioni alternative. Ma ormai che la gran parte dei richiedenti non ha diritto lo sanno tutti. Il punto non è come faziosamente scrivi che i rifugiati sono buoni e gli altri meno buoni; il punto è che i primi hanno diritto ad essere un costo per la società e gli altri no. E questo diritto è oggettivo, non una costruzione del sé. Che poi differenti paesi applichino differenti misure è un altro discorso.

    • Buongiorno Stefano, grazie del commento e di avermi messo così alto nella sua personale classifica di sciocchezze sentite, non lo meritavo.
      L’articolo propone un’analisi sociologica, quella di rifugiato è una categoria giuridica. La sociologia è piena di ricerche che analizzano la costruzione del sé delle persone per rispondere alle aspettative di ruolo connesse a categorie o etichette (l’uomo, la donna, il gangster, il musicista…). Certamente è un processo che riguarda anche le persone che migrano.

      • Grazie a te per la risposta. Se da una parte abbiamo ignoranti e razzisti non è il caso di peggiorare le cose. So cos’è l’analisi sociologica. Il fatto che si studino fenomeni complessi non toglie che chi la studia e ne usa gli strumenti abbia il dovere morale e intellettuale di dire la verità. Non è che l’appartenere a un campo diverso da quello giuridico consente di sostenere qualsiasi cosa. La parte buona dell’analisi proposta è quella fattuale, quella che informa il lettore della complessità della situazione. La costruzione del sé è un’operazione soggettiva. Dopodiché tu la confronti con la realtà, e qui c’è il punto centrale: la realtà è oggettiva. Io ancora non ho capìto se chi studia certe cose sia davvero convinto che tutto sia interpretabile. Uno può raccontarsela finché vuole di essere un musicista, però con la musica o ci campi o non ci campi. Oppure che la malattia mentale è un costrutto sociale, o l’obesità, l’identità di genere, quello che si vuole. Quando scrivi che distinguere tra rifugiati e migranti economici non vale la pena stai dando un giudizio soggettivo. Questo giudizio lo hai messo in discussione per caso? Ti sembra sensato sotto quale aspetto? Anche i falsi invalidi mettono in atto una costruzione del sé, rimane il fatto che non sono invalidi, e bene si fa a distinguerli dagli altri. Se riescono a ingannare lo Stato rimangono falsi invalidi. Non è un bisogno rassicurante che sta alla base delle etichette, è lo stesso principio razionale che sta alla base di tutto: quando vai al pronto soccorso ti dànno un’etichetta in base a quanto stai male, perché ci sono delle priorità. Le stesse priorità ci sono per i migranti. Non riconoscere queste priorità è folle. Quindi sarebbe il caso di spiegare alla gente già parecchio infastidita e sospettosa quando non avvelenata come stanno le cose, e questo lo hai fatto bene, senza cambiarle di senso.

        • Buongiorno Stefano, in effetti no, io non credo che esista una “realtà oggettiva”. Ma cosa vorrebbe dire poi? Che le categorie di “rifugiato” o “invalido” sono create da Dio? Sono create da uomini dentro rapporti sociali, ed è per questo che esiste l’analisi sociologica.

          Questo non equivale affatto a dire che le categorie non hanno valore. Io rispetto e difendo l’esistenza della categoria del rifugiato, faccio al tempo stesso un’analisi (soggettiva, certo, tutte le analisi sono soggettive anche se si sforzano di usare metodi condivisi dalla comunità scientifica) in cui discuto di come si arriva a dare l’etichetta di rifugiato a qualcuno e a qualcun altro no, che è il risultato di un processo sociale e politico.

          Ogni categoria crea i suoi esclusi. Compito della ricerca è, credo, vigilare su questi confini, chi li controlla, come, chi viene incluso e chi viene escluso e perché.

          • La realtà è quindi un’informazione che viene percepita ed elaborata dai nostri schemi mentali che possono elaborare diversi livelli di esistenza simultaneamente, e che siano tutti reali e sono reali di diritto? Se la realtà oggettiva, come lei sostiene, non esiste espandendo la nostra percezione possiamo affermare che tutto è vero e nulla di tutto ciò è vero: sono solo modelli e pertanto non potremmo mai uscire dal modo a noi proprio di percepire la totalità oppure la realtà è un modello democratico che punta ad intesa tra coloro che ci circondano per rendere qualcosa “reale”? Se ci sono dieci persone in una stanza e otto vedono una sedia mente due vedono un marziano chi è in preda all’illusione? Pertanto la realtà è ciò che si rifiuta di sparire anche quando smetti di crederci oppure lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole e quindi cambiare la percezione della realtà? Passi meno tempo in biblioteca e più in mezzo alla strada scoprirà la differenza nel percepire la sua realtà.

          • Guardi Ulisse, se lei vuole seppellire con un discorso sconclusionato secoli di filosofia faccia pure, ma non pretenda di sapere quanto tempo passo in strada.

          • Caro Fabio, al netto dell’iniziale intemperanza verbale, in questa diatriba sto con Stefano.

            Le categorie (giuridiche in questo caso) sono necessariamente approssimative: impossibile prevedere ogni fattispecie con una norma giuridica a sé, da qui nasce il diritto.
            Quindi, nel caso dovrebbe essere in primo luogo interpretata la norma con un’operazione di esegesi (se serve…non sarà mai troppo tardi quando le fonti giuridiche comprenderanno, magari in allegato, tutti gli elementi interpretativi e del processo costitutivo).
            Si vedrà che la norma usa queste distinzioni esattamente per definire gli status e i diritti dei vari candidati, oltre a aiutare a prevedere i costi finanziari e sociali.
            Quindi, a risorse date (e limitate) la necessità è di privilegiare alcune categorie, in base anche a criteri di efficienza.
            Usando queste categorie si arriva sì ad una “realtà oggettiva” sia pure circoscritta ad un fenomeno giuridico!

            Lo studio sulla “costituzione del sé” non dovrebbe prescindere da quel dato

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