I numeri del gioco d’azzardo in Italia

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101,8 miliardi di euro. È l’importo che nel 2017 gli italiani hanno speso nel gioco d’azzardo. Una cifra impressionante, in crescita anche rispetto al 2016. In un paese con cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà si tratta di più di un campanello di allarme.

Eppure gli interventi per contrastare la diffusione del gioco e della ludopatia sono ancora frammentati e lasciati all’iniziativa dei singoli enti locali. Perché i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni non hanno preso posizioni più dure contro il fenomeno? Cerchiamo di analizzare il problema del gioco d’azzardo in Italia nel suo complesso e capire quali interessi ci sono dietro a uno dei settori più remunerativi della nostra economia.

Breve storia recente del gioco d’azzardo in Italia

Fino al 1992 il gioco d’azzardo in Italia era sempre stato considerato una pratica ad alto rischio sociale, quindi le concessioni rilasciate erano riservate a poche lotterie e al totocalcio. Le cose cambiano con i governi Amato e Ciampi: gli esecutivi in cerca di fondi per finanziare la spesa pubblica cominciano a varare una serie di provvedimenti per aprire un nuovo mercato dell’azzardo allo scopo di usarlo come leva fiscale.

Con i governi Berlusconi dei primi anni duemila si crea una vera e propria nuova economia del gioco d’azzardo con la conseguente nascita e diffusione di grandi società concessionarie. I sistemi di gioco si diffondono in maniera capillare in tutto il paese e inizia il boom delle slot machine e dei Gratta e Vinci.

Nel 2009 il governo di centro destra, col decreto d’emergenza per il terremoto de L’Aquila, introduce anche la possibilità di installare nelle sale i Vlt (videolottery), macchine da gioco collegate in rete che accettano anche banconote e offrono un payout maggiore, calcolato su tutte le giocate globali collegate al server centrale. Viene inoltre dato il via libera per l’apertura dei casinò online.

Negli ultimi anni una parte della società civile ha manifestato sensibilmente contro la proliferazione dei Vlt e delle slot machine, con la richiesta di una regolamentazione più rigida e controlli più severi verso i grandi concessionari. Questa lotta è portata avanti non soltanto dalle associazioni di settore, ma anche da molti enti locali. Nel 2018 è nato il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per il contrasto al gioco d’azzardo patologico per cercare di coordinare l’azione dei comuni.

In conseguenza, si assiste al proliferare di iniziative di contrasto al gioco d’azzardo in Italia, come il divieto di installazione di videolottery e slot machine, gli incentivi ai commercianti che le tolgono, o i progetti di sensibilizzazione, che vengono però attuate a macchia di leopardo con un impatto limitato e frammentato.

Alla spinta dal basso non sono infatti seguite iniziative concrete dalle istituzioni statali. Il contrasto al gioco d’azzardo in Italia è fra i punti del contratto di governo tra Lega e 5 Stelle, ma al momento l’unica misura, contenuta del Decreto Dignità approvato a luglio 2018, riguarda la limitazione della pubblicità del gioco d’azzardo.

Quanto e a cosa giocano gli italiani

Più di quanto si possa pensare. Il Visual Lab del Gruppo Gedi, in collaborazione con Dataninja e Effecinque, ha recentemente realizzato un portale dove è possibile consultare i dati relativi alla diffusione e l’utilizzo di tutti i giochi gestiti dai Monopoli, comune per comune. Il quadro che esce dall’inchiesta non è molto edificante: come già evidenziato, nel 2017 gli italiani hanno speso 101,8 miliardi di euro in gioco d’azzardo, con un totale di 17 milioni di giocatori.

Quello che più preoccupa è che si tratta di un dato in netta crescita: nel 2016 i miliardi spesi erano 96, cinque in meno. Ma a cosa giocano gli italiani?

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Nel 2017 la maggiore voce di spesa riguarda le slot machine (25,4 miliardi) e le Vlt (23,5 miliardi), con un totale di 48,9 miliardi di euro buttati nelle macchinette. Da ricordare che, secondo la Relazione Gestionale redatta dall’Agenzia Dogane e Monopoli, a fine 2017 sul territorio nazionale erano distribuite ben 366.399 slot machine.

16,3 sono poi i miliardi spesi nei giochi di carte, seguiti dalle scommesse sportive con 10 miliardi, le lotterie con 9 miliardi e il lotto con 7,5 miliardi. Più sotto il bingo e le scommesse online.

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A livello geografico la provincia che domina la classifica della spesa pro-capite è Prato con quasi tremila euro di spesa, seguita da Ravenna, Rovigo, Como e Teramo. In generale, sono molto alti i dati di molte province del centro-nord, come ad esempio: Sondrio, Brescia, Bergamo, Milano, Pavia, Piacenza, Gorizia, Forlì.

Con le eccezioni delle province di Abruzzo, Lazio e Campania è molto più contenuta la spesa al centro-sud. Tra le province con la spesa pro-capite più bassa registriamo tutte quelle di Sardegna, Sicilia e Calabria oltre a qualche caso al centro-nord come Trento, Arezzo e Siena.

Ma con un volume d’affari di tale entità, chi guadagna davvero dal gioco d’azzardo in Italia?

Il guadagno dello Stato

A fronte di una spesa totale di 101,8 miliardi, le vincite redistribuite sono state pari a 82 miliardi nel 2017. I giocatori italiani hanno quindi perso circa 20 miliardi di euro. L’Italia si conferma così come quarta nazione per perdite complessive al gioco d’azzardo (dietro a colossi come Stati Uniti, Cina e Giappone) e ormai da anni è la prima nazione europea per gli incassi fiscali derivanti dal gioco.

Infatti, le perdite del 2017 hanno portato nelle casse dello Stato circa otto miliardi di euro. La tassazione varia a seconda delle tipologie di gioco: per le slot machine si applica un’aliquota del 19% e per le Vlt è ridotta al 6%. Alle vincite al Lotto viene applicata l’aliquota dell’8% per gli importi superiori ai 500 euro, mentre per le lotterie e il Superenalotto si mantiene un’aliquota del 12% coi medesimi paletti. Per le scommesse sportive varia dal 18% al 22% in base alla rete di raccolta. Le imposte più alte rimangono quelle per le vincite derivanti ai giochi di carte e da casinò, pari al 20%, e quelle derivanti dalle scommesse ippiche che arrivano fino al 47%.

Malgrado il costante aumento della spesa per il gioco, secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli gli incassi erariali del 2017 sarebbero diminuiti di circa 200 milioni di euro rispetto a quelli del 2016. Si è giocato di più, ma lo Stato ha incassato meno. Questo fatto è spiegabile andando a confrontare le variazioni delle modalità di gioco d’azzardo in Italia fra i due anni: i giocatori si sono spostati su modalità di gioco che hanno una tassazione minore rispetto ad altre. C’è stato infatti un consistente spostamento verso forme di gioco online, sempre più popolare e fino ad ora trattato in maniera generica dalle leggi fiscali.

Con la manovra di bilancio 2019 si è cominciato a muovere qualcosa per scoraggiare il gioco attraverso l’aumento della tassazione. Sono infatti aumentate le aliquote già esistenti per diverse tipologie di gioco d’azzardo in Italia: per le vincite derivanti dalle slot machine, l’aumento è dell’1,35%, mentre per le Vlt dell’1,25%; per le scommesse, la tassazione di base passa al 20%, che diventa 22% in caso di scommesse virtuali e 24% in caso di scommesse online; per tutti gli altri giochi online sarà invece applicata un’aliquota del 25%.

Il guadagno dei privati

Tolte le tasse, i restanti 12 miliardi circa di raccolta residua dopo la redistribuzione delle vincite si suddividono in fatturato fra i fornitori del settore. Un giro d’affari con cifre da capogiro che riunisce i propri interessi sotto la federazione Sistema Gioco Italia (SGI), l’insieme delle imprese e associazioni che operano nel settore del gioco d’azzardo affiliate a Confindustria. Fra gli associati troviamo: ACMI (Associazione Nazionale Costruttori Macchine Intrattenimento), Assotrattenimento, Federbingo, Federippodromi, Codere Network, Netwin Italia e Sisal Entertainment, questi ultimi tre tutti concessionari di Stato della rete telematica per il gioco.

Quella del gioco d’azzardo in Italia è una lobby ormai in aperto conflitto con molti enti locali, che hanno avviato una serie di provvedimenti per combattere fenomeni ad alto rischio sociale come la ludopatia. Dopo l’apparente fallimento dell’attuazione di strategie coordinate con gli organi statali più alti, molti comuni hanno iniziato a varare in autonomia una serie di regolamenti per limitare la proliferazione dei centri scommessa e la diffusione delle macchinette.

Bologna ad esempio si è mossa in questo senso con un’ordinanza apposita e la chiusura di due sale slot a fine 2018, così come Firenze e Udine. Ma sono solo alcuni esempi di una fitta rete di iniziative sparse per tutta Italia contro le sale gioco, spesso promosse dal Coordinamento Nazionale degli stessi Enti. Laddove lo Stato non riesce ad agire per interessi contrastanti, gli enti locali cercano di intervenire per il bene della comunità che amministrano.

La pressione dei lobbisti su Governo e Parlamento è sempre stata tale da impedire un’azione decisa contro il mercato del gioco d’azzardo in Italia, spingendo anzi verso una sua completa liberalizzazione. Inoltre, i conflitti di interesse sono sempre dietro l’angolo: per esempio, l’ex ministro degli Esteri e dell’Interno Vincenzo Scotti è stato Presidente di Formula Bingo, società che ha rapidamente aperto diverse sale Bingo nei primi anni duemila; o ancora Augusto Fantozzi, ex ministro delle Finanze e Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, dal 2010 è presidente della SISAL, una delle più grandi concessionarie italiane.

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Le conseguenze del gioco d’azzardo: la ludopatia in Italia

Come ormai noto, il gioco d’azzardo può causare dipendenza, con effetti nefasti per la vita delle persone che soffrono di questa dipendenza nota come ludopatia. Prima di tutto è però necessario fare una distinzione fra i vari tipi di giocatori d’azzardo.

I giocatori sociali sono coloro che hanno il pieno controllo sulle attività di gioco e le utilizzano per svago, senza che queste vadano a intaccare altri aspetti della propria vita come il lavoro o la famiglia.

I giocatori d’azione con sindrome da dipendenza sono invece coloro che non riescono più a controllare le proprie abitudini di gioco e giocano in maniera compulsiva per rimanere costantemente in azione. Non riescono a smettere di giocare e questo ha ricadute negative anche negli altri ambiti della loro vita.

I giocatori per fuga con sindrome da dipendenza giocano per alleviare sensazioni negative come ansia, rabbia, noia, solitudine o per combattere la depressione. Il gioco d’azzardo diventa una sorta di terapia palliativa per una situazione di difficoltà, le cui conseguenze però si vanno ad aggravare.

I giocatori antisociali, infine, utilizzano il gioco d’azzardo in modo illegale per ottenerne un guadagno.

Secondo l’indagine sul gioco d’azzardo realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità, almeno 18 milioni di italiani hanno giocato d’azzardo nel 2017 e i giocatori problematici sarebbero più di un milione e mezzo. Quasi un altro milione e mezzo presenterebbero rischi moderati di gioco patologico.

Dati ancor più preoccupanti riguardano i giovani: almeno 700 mila studenti fra i 14 e i 17 anni hanno giocato d’azzardo. Ma anche gli anziani fanno la loro parte: sono tre milioni gli over 65 che giocano abitualmente, soprattutto con le lotterie istantanee, 60 mila dei quali manifestano problemi col gioco d’azzardo. Il costo sociale di questa dipendenza è incalcolabile e a pagare il prezzo più grande sono le famiglie.

Iniziative in supporto dei malati e per la diffusione di pratiche di gioco responsabile sono state portate avanti da associazioni e amministrazioni locali. Molte aziende sanitarie hanno aperto sportelli appositi per la ludopatia e campagne di informazione e prevenzione sono attive su tutto il territorio nazionale. Gli stessi concessionari sono obbligati per legge a scoraggiare il gioco compulsivo con affissioni e pratiche da seguire per i centri scommesse, ma l’interesse economico prevale il più delle volte sul benessere sociale e i distributori spesso non prestano adeguata attenzione a questi aspetti.

Il profilo del giocatore problematico

Attraverso i dati raccolti dallo studio e la letteratura, è possibile definire il profilo di un giocatore problematico: generalmente si tratta di un individuo di sesso maschile, con uno stile di vita poco salutare che include l’abuso di alcol, fumo e/o sostanze stupefacenti, che gioca soprattutto con le slot e con le Vlt.

Caratteristiche peculiari del giocatore problematico sono un’elevata sensibilità alla noia e la ricerca di sensazioni appaganti, anche con un’alta propensione al rischio personale. Nei casi più problematici è possibile riscontrare anche estraneità al mondo che lo circonda, impulsività, incapacità di esprimere e percepire emozioni. Il giocatore patologico tende anche ad attribuire la propria sconfitta al gioco alla mera cattiva sorte, mentre la vittoria viene attribuita in maniera assoluta alle proprie capacità di giocatore anche in caso di giochi dove non è necessaria alcuna abilità.

Chi ha problemi col gioco tende anche a indebitarsi per soddisfare la propria mania. Secondo la già citata indagine dell’Istituto Superiore della Sanità, il 27,7% dei giocatori intervistati ha ottenuto prestiti da società finanziare rispetto al 4% dei non giocatori e il 14,2% ha chiesto anche prestiti a privati rispetto allo 0,9% dei non giocatori.

Altro fattore importante è il luogo in cui si gioca: si preferiscono luoghi lontani dalla propria abitazione o dal luogo di lavoro e con la sicurezza di avare garantita la privacy delle proprie giocate. Un elemento che dimostra la percezione di vergogna sociale relativa al fenomeno del gioco compulsivo, che rende ancora più difficile la sua individuazione.

Il rischio di ludopatia fra i giovani

Malgrado il profilo fin qui analizzato corrisponda a un uomo adulto, non è da sottovalutare anche il fenomeno del gioco d’azzardo patologico fra i ragazzi più giovani. La ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità ci dice che buona parte dei 700 mila giovani giocatori sono maschi, del sud o delle isole e frequentano istituti tecnici e professionali.

Secondo le stime, 68.850 di loro risulta essere un giocatore problematico. Parliamo di minorenni che abitualmente giocano d’azzardo e hanno seri problemi a smettere. Praticano soprattutto scommesse sportive (il 79,6%) e lotterie istantanee (il 70,1%), metodi di gioco a loro più facilmente accessibili e con meno controlli da parte dei fornitori. Secondo lo studio, è molto probabile che una volta maggiorenni si spostino anche verso altre tipologie e modalità di gioco.

Anche studi effettuati sul territorio evidenziano forti criticità riguardo ai giovani. Secondo una ricerca della Caritas di Roma (pdf) su un campione di 1.600 ragazzi di età compresa fra i 13 e i 17 anni, il 36,3% gioca d’azzardo almeno una volta al mese. I giochi più popolari sono le scommesse sportive, diffuse fra l’88,3% degli intervistati, i Gratta e Vinci, utilizzati abitualmente dal 48% del campione, e le scommesse online, fatte dal 30%.

Lo studio della Caritas evidenzia anche come i veicoli maggiori che portano i giovani a conoscere il gioco d’azzardo sono gli spot in Tv e la pubblicità online. È verosimile pensare che chi segue abitualmente sport in televisione sia più sensibile alle pubblicità sul gioco d’azzardo che normalmente possiamo trovare fra gli intermezzi di una partita di calcio o di un qualunque altro evento sportivo.

A contrasto del fenomeno della pubblicità eccessiva del gioco d’azzardo, nel luglio del 2018 il già citato Decreto Dignità ha introdotto il divieto di sottoscrivere nuovi contratti per la promozione del gioco d’azzardo. Come prevedibile, l’iniziativa ha trovato il parere sfavorevole della Lega Italiana Seria A (molte squadre professionistiche sono sponsorizzate da importanti società di gioco) e del Sistema Gioco Italia.

Il mercato illegale del gioco d’azzardo

Malgrado i dati dei diversi studi evidenzino come i giocatori siano maggiormente concentrati nel centro-nord, bisogna anche valutare la consistente mole di gioco d’azzardo illegale presente soprattutto al sud e non registrabile dagli studi.

Non è facile fare una stima di quanto sia estesa l’economia sommersa in mano a mafie e criminalità organizzata. Secondo alcune stime del Servizio centrale della Polizia Postale e delle Telecomunicazioni, nel 2015 sarebbe stato di 23 miliardi il fatturato delle organizzazioni criminali del settore.

In alcune zone è abitudine che le slot e le Vlt sotto il controllo dei Monopoli vengano sostituite con altre macchinette modificate e controllate dalle mafie locali. Tenere traccia delle giocate effettuate su questi apparecchi è impossibile, se non dopo il loro sequestro. Ad esempio nel 2018 l’antimafia di Palermo ha scoperto che tutte le giocate avvenute nelle agenzie dell’imprenditore Carlo Cattaneo andavano a finanziarie la latitanza del boss Matteo Messina Denaro.

Oltre a essere protagonisti di punta nell’imprenditoria legata al gioco d’azzardo in Italia, i mafiosi spesso sfruttano le meccaniche di gioco anche per riciclare denaro sporco. Ad esempio, grazie alle macchinette Vlt, che permettono di inserire direttamente le banconote, i trafficanti possono ripulire facilmente migliaia di euro. Il gioco d’azzardo si è quindi consolidato come un business solido anche per la criminalità organizzata e di conseguenza la mafia è uno dei principali portatori d’interesse nell’industria.

Il gioco d’azzardo si conferma quindi come la piaga sociale più remunerativa del nostro paese, per la gioia di concessionari, criminali e, ahinoi, delle casse dello Stato. L’impegno delle amministrazioni locali, seppur coordinato, non è sufficiente a contrastare il fenomeno, per cui è necessario un intervento strutturale da parte del governo centrale.

Come anticipato, l’attuale esecutivo ha inserito la lotta al gioco d’azzardo fra i punti del contatto di governo anche se le poche iniziative realizzate finora sono state giudicate insufficienti o addirittura controproducenti anche da coloro che contrastano la lobby delle slot.

Non resta quindi che attendere il prossimo futuro per capire se ci saranno interventi più decisi, e se lo Stato troverà il coraggio di rinunciare a cospicue entrate economiche pur di limitare la diffusione di un fenomeno sociale che mette a rischio la vita di persone, famiglie e società.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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