Gli effetti del lockdown sul clima

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È indubbiamente un periodo straordinario. Per affrontarlo, e provare a raccontarlo, ci vuole una redazione straordinaria. L’abbiamo attivata coinvolgendo un gruppo di collaboratori e collaboratrici, con cui abbiamo tirato fuori un po’ di domande che ci frullano in testa questi giorni. Le trovate qui, insieme ad altre che ci arrivano dai nostri lettori e lettrici. Ora, proviamo a dare qualche risposta.

effetti del lockdown sul clima

Davvero la drastica riduzione delle attività umane sta migliorando la qualità dell’aria, rivelando quanto sia insostenibile il nostro modello di sviluppo?

Questa è la domanda di partenza di questo articolo. Ci si chiede quindi quali sono gli effetti del lockdown sul clima, sia nel breve sia nel lungo periodo. È nell’esperienza di tutti: la pandemia di Covid-19 e relativo isolamento sta avendo un profondo impatto sulla vita di tutti i giorni: scuole annullate, ristoranti chiusi, palestre chiuse, lavoro da casa, nessun raduno permesso. È come se stessimo premendo il pulsante di pausa sull’economia e sul sistema sociale che ci siamo costruiti nel tempo. La portata dell’impatto sociale ed economico è ancora imprevedibile, ma ci sono ottime ragioni per credere che sarà enorme.

E sull’ambiente cosa possiamo dire? Quali saranno gli effetti del lockdown sul clima? È vero che si stanno riducendo le emissioni inquinanti? Che impatto avrà la pandemia su clima e ambiente nel lungo periodo?

Il lockdown ha ridotto le emissioni, ma è ancora presto per dire quanto

A partire dal mese di febbraio, le misure di contenimento contro il Covid-19 hanno comportato dei significativi cambiamenti nella mobilità delle diverse comunità. Grazie al Covid-19 Community Mobility Report prodotto da Google, che traccia l’andamento dei movimenti delle persone nel tempo verso diverse categorie di luoghi, siamo in grado di determinare qual è la variazione nel movimento delle persone verso aree specifiche di interesse.

Ad esempio, in Italia dal 16 febbraio al 29 marzo la mobilità verso luoghi ricreativi, come ristoranti, bar, centri commerciali e cinema, è diminuita del 94%; quella verso mercati, negozi alimentari e farmacie è diminuita dell’85%; quella verso i luoghi di lavoro del 64% (rispetto al valore medio per il corrispondente giorno della settimana nelle cinque settimane precedenti).

Così come in diverse aree del pianeta, questo cambiamento nello stile di vita ha contribuito ad una riduzione sostanziale delle emissioni di biossido di azoto (NO2), un gas nocivo principalmente riconducibile a veicoli a motore, centrali elettriche e impianti industriali.

Secondo un rapporto del Ministero dell’Ecologia cinese, il numero medio di giorni con una “buona” qualità dell’aria nella provincia di Hubei è aumentato del 21,5% nel mese di febbraio, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Allo stesso modo, i dati dell’Agenzia Spaziale Europea hanno evidenziato come in Italia – nello specifico per la Pianura Padana – sia avvenuta una riduzione della densità superficiale di biossido di azoto, che ogni anno causa la morte precoce di 21 mila persone sulle 76.200 complessive per l’inquinamento da polveri sottili.

effetti del lockdown sul clima
Immagine del satellite Sentinel-5P del programma Copernicus

La riduzione delle emissioni inquinanti in Pianura Padana è evidente, oltre che dall’immagine qui sopra, anche in questo video satellitare realizzato da Copernicus, il programma di osservazione della terra dell’Unione Europea.

Tuttavia, come ha spiegato Stefano Caserini, che svolge da anni attività di ricerca nel settore dell’inquinamento dell’aria, “i livelli di inquinamento non dipendono solo dalle emissioni, ma anche, e soprattutto, dalla meteorologia”, come la velocità del vento, “che in alcune zone come la pianura Padana gioca un ruolo chiave”. È quindi utile che i dati delle emissioni vadano interpretati con accuratezza e nel tempo, non nell’immediato.

Anche negli Stati Uniti, i ricercatori della Columbia University hanno visto diminuire le emissioni di monossido di carbonio (CO) su New York City di oltre il 50% rispetto ai livelli della settimana precedente.

Non abbiamo mai visto niente di simile.

Ha detto Roisin Commane, professoressa alla Columbia che conduce il lavoro di monitoraggio aereo. Però, “per quantificare gli effetti precisi dei blocchi sull’inquinamento sono necessari ulteriori studi”, dice Roisin, “in quanto i livelli di biossido di azoto possono anche fluttuare con le condizioni atmosferiche”.

Nonostante questo, però, è utile evidenziare come da decenni la letteratura scientifica internazionale ribadisca i danni causati dall’inquinamento atmosferico. È infatti necessario considerare tutto ciò che mette a repentaglio la nostra salute sia nel breve sia nel lungo termine.

Oggi, certo è che di coronavirus ci si ammala e si muore, ma questo avviene anche per l’inquinamento atmosferico, che possiamo definire un “killer silenzioso”. Secondo i dati dell’OMS, Circa 7 milioni di persone muoiono ogni anno per gli effetti della presenza di inquinanti, di cui 500 mila in Europa e 76 mila solo in Italia.

morti per inquinamento
Fonte: OMS

Nel lungo periodo, il clima rischia di rimetterci

La diminuzione delle emissioni derivante dal blocco delle attività e della mobilità ha dei benefici positivi nel breve termine, ma non è assolutamente detto che li abbia nel medio-lungo termine.

È cruciale pianificare fin da oggi un ritorno alle attività produttive che prenda in considerazione un approccio più sostenibile rispetto a quello attuale. Come ha evidenziato Glen Peters, direttore dell’International Climate and Environment Research:

le recenti crisi economiche sono state gli unici momenti nella nostra storia in cui la crescita costante delle emissioni si è interrotta.

Questo calo, però, è sempre stato di breve durata, ed è sempre stato seguito da una ripresa economica che ha comportato un netto aumento delle emissioni rispetto a periodi pre-crisi.

Ad esempio, con la recessione globale del 2008 ci fu un calo delle emissioni di anidride carbonica (CO2) dell’1%, ma la ripresa economica già nel 2010 comportò un aumento delle emissioni pari ad un +5,1% rispetto al periodo pre-crisi.

Purtroppo, il rischio è che in nome della necessità di una ripartenza economica si sacrifichi l’attenzione alle conseguenze sul clima. Già diversi paesi spingono per una deregolamentazione delle norme ambientali, a partire dagli Stati Uniti.

L’amministrazione Trump è stata la prima a chiedere uno stop alle regolamentazioni ambientali tramite la sospensione dell’applicazione delle leggi ambientali, favorendo così un non rispetto degli standard ambientali da parte della lobby petrolifera, aumentando i rischi di salute per gli americani. Facendo così, Trump ha di fatto approfittato di questa crisi per raggiungere l’obiettivo di sventrare le norme ambientali statunitensi, obiettivo già ben presente prima dell’emergenza Covid-19 (qui un nostro contributo sul ruolo dell’emergenza climatica nelle elezioni statunitensi).

Un altro timore è legato alla Cina. Se, come molti temono, la Cina volesse far ripartire l’economia tramite la costruzione di centrali a carbone e infrastrutture inquinanti, gli effetti della diminuzione di inquinamento di questi mesi potrebbero essere presto cancellati.

Il direttore esecutivo dell’agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha esplicitato le sue preoccupazioni a causa delle possibili conseguenze disastrose che potrebbero verificarsi in seguito alla crisi prodotta dalla pandemia. Più della metà degli investimenti in energia pulita è finanziato da risorse pubbliche, motivo per cui il ruolo dei governi nell’intraprendere misure di stimolo verso una economia verde sarà essenziale.

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Ricercatrice in Scienza e Gestione dei Cambiamenti Climatici presso l’Università di Venezia, collabora con il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) dal 2017. Per Le Nius si occupa di divulgare le sue conoscenze sul cambiamento climatico e sugli impatti che può avere a livello sociale, economico e ambientale.

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