L’emergenza climatica avrà un ruolo nelle elezioni americane?

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Durante queste settimane di emergenza sanitaria, tutto il resto è passato in secondo piano. Ci sono però altri temi urgenti di cui gli elettori americani dovranno tenere conto in vista del voto di novembre per la Casa Bianca. Tra questi c’è certamente un’altra emergenza, quella climatica.

Di questo abbiamo parlato con James K. Boyce, membro anziano dell’Istituto di Ricerca in Economia Politica all’Università del Massachusetts Amherst ed esperto in politiche economiche per la transizione energetica. Con lui abbiamo discusso del ruolo dei cambiamenti climatici nel discorso mediatico e politico statunitense.

Che cosa pensano gli elettori americani della tutela ambientale? Come favorire una transizione energetica che non inasprisca le disuguaglianze? Che ruolo può giocare il Green New Deal promosso da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez? Questi alcuni dei temi che abbiamo toccato nell’intervista a James K. Boyce, autore di un Piccolo Manuale di Giustizia Climatica, recentemente pubblicato con Les Liens qui Libèrent.

Emergenza climatica ed elezioni statunitensi: intervista a James K. Boyce

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James K. Boyce | Photo by Matthew Cavanaugh

Professor Boyce, la questione climatica ha mai svolto un ruolo importante nelle elezioni americane?

È importante ricordare che negli Stati Uniti l’ambiente non ha sempre diviso l’opinione pubblica in base all’appartenenza ai partiti. Quando, cinquant’anni fa, fu celebrato il primo Giorno della Terra c’era un vasto supporto alla protezione dell’ambiente da parte di tutto lo spettro politico. L’agenzia statunitense per la protezione ambientale (US Environmental Protection Agency) fu fondata sotto il Presidente Richard Nixon, un repubblicano. Anche altre leggi storiche sull’ambiente, come il Clean Air Act, il Clean Water Act e l’Endangered Species Act, furono approvate negli anni di Nixon.

Fino al primo decennio di questo secolo, la politica climatica aveva un notevole supporto bipartisan. Alle primarie del 2008, per esempio, il senatore repubblicano John McCain sostenne una legislazione di controllo delle emissioni cap-and-trade (L’Emissions Trading Scheme, in vigore in Ue ne è un esempio, ndr), così come fecero i due maggiori candidati alle primarie democratiche, Hillary Clinton e Barack Obama.

Tuttavia, nell’ultimo decennio, il supporto repubblicano alle politiche ambientali in generale, e in particolare a quelle climatiche, sembra essere evaporato – almeno tra i legislatori repubblicani di oggi. La situazione è leggermente diversa per gli elettori repubblicani, una parte significativa dei quali è rimasta a favore della tutela ambientale. Un recente sondaggio ha rilevato, per esempio, che il 39% dei repubblicani pensa che l’ambiente debba essere una priorità a Washington. La percentuale si abbassa leggermente se si parla di cambiamenti climatici, considerati un tema urgente da un repubblicano su cinque.

In ogni caso, la differenza del posizionamento al riguardo tra i partiti è evidente nel sondaggio appena citato, dato che la tutela ambientale dovrebbe essere una priorità per l’85% dei democratici. In parte come conseguenza di questo scontro tra i due partiti, l’ambiente è diventato una questione importante alle elezioni politiche americane.

Secondo lo studio Climate Activism: Beliefs, Attitudes, and Behaviors dello Yale Program on Climate Change Communication circa la metà degli elettori statunitensi (51%) voterebbe per un candidato per la sua posizione sui cambiamenti climatici. Ma il divario tra democratici e repubblicani si è allargato molto.

Questi risultati riflettono l’importanza crescente del cambiamento climatico come questione politica. Alle ultime elezioni presidenziali, nel 2016, appena un americano su tre sosteneva si trattasse di un tema importante. Quattro anni dopo, la percentuale è salita a più del 50%. C’è ancora una significativa differenza tra i posizionamenti dei partiti al riguardo ed è importante comprendere perché.

È facile individuare una delle ragioni nell’enorme influenza della lobby dei combustibili fossili, che ha investito tantissimo denaro per alimentare lo scetticismo nei confronti delle scienze sul clima e per opporsi alle politiche climatiche. Questo ha avuto un forte impatto sui rappresentanti repubblicani e sull’opinione pubblica.

Ma non è tutto. Ci sono altri due motivi fondamentali che spiegano il gap tra i partiti su questo tema. Il primo è che la politica climatica è stata spesso descritta, non solo dai suoi oppositori ma anche dai sostenitori, come una politica che implica un doloroso compromesso tra il benessere delle generazioni presenti e quello delle generazioni future. Questa narrativa ha rappresentato un grande ostacolo alla costruzione di un largo consenso sulla politica climatica.

Questo non è un problema presente solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi. Prendiamo, ad esempio, il movimento dei gilet gialli in Francia, nato in opposizione alla proposta di Macron di porre una tassa sulla benzina. Per questo motivo, credo sia cruciale andare oltre un approccio punitivo che mira a proteggere l’ambiente a spese della classe lavoratrice. Al contrario, bisognerebbe creare delle politiche climatiche centrate sulla giustizia sociale, che forniscano nell’immediato vantaggi economici e benefici sulla salute delle persone. Questo cambiamento nella narrativa e nelle proposte politiche è necessario e fattibile.

Il secondo pezzo del puzzle riguarda un fenomeno tipico degli Stati Uniti. Molti americani sono diffidenti nei confronti dello stato e del governo federale in particolare. Questa sfiducia ha radici profonde. Non è solo il risultato della propaganda sul “mercato libero”. È anche la risposta alla percezione che l’élite al comando abbia spesso posto i suoi interessi al di sopra di quello pubblico, trattando i lavoratori con spregio, se non con esplicito disprezzo.

Il cinismo dell’opinione pubblica nei confronti del governo è stato alimentato dalle ipocrite e disastrose guerre americane in Vietnam e in Iraq. Il paradosso, certamente, è che il governo – “della gente, dalla gente e per la gente”, citando la famosa frase di Abraham Lincoln – dovrebbe contrastare il potere delle élite.

Questa caratteristica della politica americana fa sì che sia importante allontanare il più possibile la questione climatica dai dibattiti polemici e collocarla nella giusta dimensione di governo. Un modo per fare ciò – e allo stesso tempo proporre un obiettivo di giustizia climatica – è redistribuire i proventi del prezzo del carbonio equamente alla popolazione sotto forma di dividendi, al posto di tenere queste risorse nelle casse dello stato.

elezioni usa e clima
Climate strike a Washington | Ted Eytan

Come interpreta la recente proposta di Donald Trump di piantare un trilione di alberi, seppure evitando di nominare i cambiamenti climatici?

Evidentemente Donald Trump non è completamente cieco di fronte all’emergenza climatica. Proteggere e rinnovare le foreste, piantare biomassa, tutto ciò deve essere una parte della soluzione. Tuttavia, è necessario e prioritario abbandonare i combustibili fossili e costruire un’economia di energia pulita. Trump non mostra in alcun modo di aprire gli occhi a questo semplice fatto.

Secondo il Sunrise Movement, movimento statunitense per la lotta ai cambiamenti climatici che ha stilato una classifica sull’impegno per il clima tra i candidati democratici, è Bernie Sanders il candidato che si occupa maggiormente del tema. Lei che ne pensa?

Bernie Sanders è seriamente preoccupato per il cambiamento climatico. Propone, entro il 2030, di passare a elettricità e trasporti pubblici ad energia al 100% rinnovabile e una completa decarbonizzazone dell’economia entro la metà del secolo. Propone un investimento pubblico di 16 trilioni di dollari per supportare questa transizione, una mobilitazione di risorse paragonabile a quelle usate per il New Deal e la Seconda Guerra Mondiale.

Quello che il senatore Sanders non ha proposto è una soglia massima alla quantità di anidride carbonica derivante da fonti fossili che può essere immessa nell’atmosfera dall’economia della nazione. Un effetto prevedibile di tale limite sarebbe la crescita dei prezzi dei combustibili fossili, che a sua volta aiuterebbe a velocizzare la transizione all’energia pulita. Ma i prezzi più alti sarebbero impopolari per i consumatori, come abbiamo visto in Francia, a meno che i soldi non tornino nelle loro tasche in maniera giusta e trasparente. Nel 2016, Sanders aveva fatto propria la proposta dei dividendi sul carbonio come soluzione a questo dilemma, ma in questa campagna elettorale non ha parlato di ciò.

È anche importante riconoscere che l’emergenza climatica non sarà risolta da una singola amministrazione presidenziale. Una effettiva soluzione al problema climatico richiede politiche decennali per completare la transizione all’energia pulita. Questo significa che la politica climatica, così come il Social Security e Medicare in passato, deve assicurarsi un supporto dell’opinione pubblica che sia vasto e profondo abbastanza da prevalere negli anni, indipendentemente da quale partito sia al governo. Se i democratici saranno capaci di partorire una politica che possa conciliare le due sfide della sostenibilità ambientale e politica, rimane da vedere.

Qual è lo spazio del Green New Deal nel discorso mediatico e politico?

La risoluzione del Green New Deal, promossa dalla rappresentante Alexandria Ocasio-Cortez e dal senatore Edward Markey propone il raggiungimento di “zero emissioni di gas serra attraverso una transizione giusta per tutte le comunità e i lavoratori”. Il suo linguaggio ha aiutato a inquadrare la politica ambientale come qualcosa di cui possa beneficiare fin da subito la popolazione americana, piuttosto che imporre sacrifici su di essa. Questo è un passo in avanti.

Ma, come mi ha detto recentemente un rappresentante democratico che promuove la risoluzione, “la verità è che anche se la risoluzione passasse al Congresso oggi, non cambierebbe niente domani”. La risoluzione è una dichiarazione di intenti, non un piano pratico di come giungere all’obiettivo.

Una politica climatica effettiva, dal mio punto di vista, dipende un semplice fatto: se si tiene abbastanza carbon fossile nel terreno in modo da limitare l’aumento della temperatura media globale oltre 1,5-2ºC rispetto ai livelli pre-industriali.

Molte politiche, inclusi investimenti e normative pubblici, contribuiscono a questo obiettivo. Ma il solo modo per raggiungerlo con assoluta certezza è di porre una soglia massima e innalzarla gradualmente e costantemente nel tempo. Sapremo che il discorso sulla politica climatica è davvero cambiato quando i politici e gli esperti cominceranno a parlare di questo.

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Antropologa di formazione, si interroga su come la società occidentale possa cambiare il rapporto annichilente che intrattiene con la Terra e gli altri animali. Scrive di questi temi ed è convinta che le scienze sociali dovrebbero dare di più alla divulgazione.

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