Come si sostiene un’organizzazione non profit

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come si sostiene un'organizzazione non profit

Il business dell’accoglienza. Con i rifugiati si fanno più soldi che con la droga. Dobbiamo beccare chi toglie alle famiglie, usa e trattiene i bambini solo per incassare dei soldi. Esistono case famiglia che prendono 400 euro al giorno per ogni minore accolto.

Affermazioni che negli ultimi anni sono entrate a far parte del dibattito politico, al punto da diventare quasi dei luoghi comuni, come fosse davvero così che va, nel non profit. Affermazioni che non hanno motivo di essere, o che nel migliore dei casi elevano il caso patologico a logica di sistema.

Affermazioni che però hanno contribuito a portare nel senso comune l’idea che tutta l’assistenza sociale e la solidarietà esista con lo scopo di fare soldi, o meglio che se girano dei soldi non è vera solidarietà.

L’assistenza e la solidarietà, invece, hanno bisogno di soldi per funzionare. Per pagare il personale, per organizzare i servizi, per comprare i beni necessari, per garantire qualità e professionalità.

Non profit – o senza scopo di lucro – non significa senza soldi. Significa che i fondi raccolti non vengono distribuiti a soci o amministratori per il loro arricchimento ma vengono utilizzati per le finalità sociali perseguite dall’organizzazione.

La questione quindi è capire da dove arrivano questi fondi e come vengono raccolti, in altre parole: come si sostiene un’organizzazione non profit? Comprendere come si mantiene un’organizzazione non profit consente di non demonizzare i soldi, capire le difficoltà che queste organizzazioni affrontano, e può aiutare a stemperare la polemica intorno al cosiddetto business della solidarietà: spesso si tratta di far quadrare i conti e di riuscire a pagare il lavoro degli operatori.

Come si sostiene un’organizzazione non profit: concetti di base

Non profit / Senza scopo di lucro

Queste due espressioni racchiudono il senso, il messaggio e lo scopo che queste tipologie di organizzazioni hanno nella società italiana, così come pensata dalla costituzione e dal codice civile.

In sostanza identificano quelle organizzazioni di persone e di mezzi che si mettono insieme con la finalità di massimizzare il benessere di una parte di mondo (minori, famiglie, disabili, migranti, poveri, l’ambiente,…) e non con la finalità di diventare più ricchi. Naturale che il tradimento di questi ideali possa portare con sé indignazione.

Volontariato

Il volontariato ha una duplice faccia: dal 1991, con la legge 266, è nata una definizione giuridica, un perimetro legale con limiti e opportunità, secondo la quale “per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.

Il volontariato però è anche un concetto non giuridico, è l’idea del fare qualcosa per gli altri, del mettersi a disposizione. La scelta di fissare dentro una legge l’idea del volontariato è stata fatta per promuovere il volontariato e per permettergli di essere più efficace sia nel sostegno a chi decide di sostenere sia per dare maggiore riconoscimento ai volontari.

Cooperative, associazioni, comitati e fondazioni

Sono forme giuridiche fissate nel codice civile, che riguardano il modo in cui si prendono le decisioni e come si gestiscono le organizzazioni stesse. In sintesi, nelle associazioni le persone si mettono insieme per raggiungere uno scopo comune generale (promozione culturale, tutela dell’infanzia, difesa dell’ambiente,…), nei comitati le persone si mettono insieme per raggiungere uno scopo specifico (no ad un’opera, organizzare un evento sportivo, raccogliere soldi per ristrutturare un campanile), le fondazioni sono patrimoni vincolati al raggiungimento di uno scopo. Le cooperative invece appartengono al libro quinto del codice civile, lo stesso delle società, quindi sono soggetti economici.

Ognuna delle forme giuridiche presentate ha profili fiscali e modelli differenti di mantenimento e di raggiungimento delle proprie finalità, che non abbiamo qui modo di approfondire ma che vanno presi in considerazioni quando vogliamo capire come si sostiene un’organizzazione non profit.

Il lavoro, un punto fondamentale

Una delle questioni più spesso incomprese dal senso comune è che queste organizzazioni che non perseguono finalità privatistiche (l’arricchimento di uno o più soci), ma generali (la pulizia dei boschi, la cura degli orfani, la tutela delle donne) possono essere luoghi dove si lavora, dove la professionalità viene riconosciuta e dove si può scegliere di dipanare la propria carriera. Secondo l’ultimo censimento Istat, sono 800 mila i lavoratori dipendenti di organizzazioni non profit, a cui si aggiungono 5,5 milioni di volontari.

Chiunque abbia provato ad organizzare anche solo una grigliata per pasquetta sa che anche per le attività più semplici ci sono ruoli e compiti da suddividere e molteplici aspetti da prendere in considerazione: il luogo, chi compra il cibo, chi le bevande, chi porta le vettovaglie, chi invita le persone, chi anticipa i soldi, chi li raccoglie, chi li distribuisce e così via.

Così anche qualsiasi attività di interesse generale (o di volontariato, o non profit, o senza scopo di lucro) ha bisogno di organizzazione. Per permettere ad un gruppo di volontari di fare compagnia ai bambini in ospedale è necessario che qualcuno gestisca i turni, che qualcun altro pensi ai giochi e ai pennarelli, che qualcuno si occupi di reclutare nuovi volontari e formarli a gestire ed elaborare la sofferenza che in quel contesto può capitare di vedere: tutto questo è organizzazione e professionalità.

Tutto questo ha dei costi, soprattutto se questa professionalità la si retribuisce, per migliorare la qualità del servizio offerto e far aumentare l’impatto sociale delle attività della propria organizzazione.

Eccoci dunque al punto.

Come trovano i soldi le organizzazioni non profit?

Per semplificare le cose, possiamo dividere le modalità di sostentamento delle organizzazioni non profit in cinque categorie principali.

Le quote associative e sociali

Quando si diventa socio di un’associazione si versa una quota associativa, che in genere è annuale e va versata ogni anno come condizione per rimanere socio. Tali quote rappresentano un’entrata per l’associazione.

Le quote ci sono anche per le cooperative, anche se qui si parla di quote sociali e vanno a formare il capitale sociale della cooperativa.

Il fundraising

Le quote associative hanno dato vita ai primi uffici soci, ovvero quelle persone che ne curavano l’elenco, li conoscevano personalmente, li rintracciavano per chiedere la quota annuale, sapendo chi voleva ricevere una telefonata, chi voleva essere visitato a casa, chi voleva la lettera ufficiale di invito.

Questi uffici oggi si sono evoluti, si chiamano uffici fundraising e hanno professionalizzato e strutturato le richieste di sostegno per le attività che le associazioni portano avanti. Il fundraising – ovvero la professionalità di chi contribuisce alla crescita dei fondi delle organizzazioni non profit – comprende differenti pubblici di riferimento per i quali si sviluppano strategie e attività diverse.

Di base la differenziazione è tra singole persone e organizzazioni. Fra le attività per coinvolgere i singoli ci sono il direct mailing (lettera a casa con bollettino postale), face-to-face (quelli con la pettorina in mezzo alla strada), la pubblicità, diverse tecniche di marketing e vendita, dove il prodotto è il sostegno ad una causa. Ci sono poi eventi di raccolta fondi, come le vendite sporadiche di piante, uova di pasqua e simili o le cene di gala.

Le organizzazioni (aziende o fondazioni erogatrici) si “catturano” facendo leva sulla loro responsabilità sociale, identificando quale possa essere un loro interesse (ad esempio, Ikea regala spesso arredamenti per case famiglia, Chicco sostiene chi si occupa di bambini,…), ma anche offrendo possibilità come volontariato per i dipendenti, o organizzando eventi insieme.

Una specifica categoria di donazione è il 5×1000, che permette ai singoli di destinare una parte del proprio gettito Irpef ad un’organizzazione specifica. Anche qui si strutturano campagne pubblicitarie, si inviano lettere dedicate, si distribuisce materiale promozionale per convincere le persone a dare il proprio 5×1000 all’organizzazione. La cosa interessante di questa forma di sostegno è che non costa nulla a chi lo destina, ma si tratta di un minor gettito fiscale per lo stato.

La vendita di beni/servizi

Come le aziende, le organizzazioni non profit, soprattutto le cooperative, possono sostenersi vendendo beni o servizi. Esempi di servizi venduti direttamente all’utenza da cooperative sono l’assistenza domiciliare agli anziani, i servizi di asilo nido, i servizi specialistici come logopedia o psicomotricità.

È anche data la possibilità di vendere beni o servizi che nulla hanno a che fare con la propria attività istituzionale e di mission, come i gadget tipo le borse di tela con il proprio logo. Quello che cambia è il trattamento fiscale, e le agevolazioni relative. Alle organizzazioni senza scopo di lucro è permessa attività commerciale solo per attività direttamente connesse e in misura marginale rispetto ai ricavi. Questo ovviamente se si vuole mantenere lo status di organizzazione senza scopo di lucro e i relativi benefici fiscali che ne derivano.

I servizi in appalto o convenzione con gli enti pubblici

In molti casi, in realtà, i servizi offerti dalle cooperative non sono pagati direttamente dall’utenza ma dallo Stato, in modo che i costi non ricadano sui cittadini, in particolare sui più deboli.

Dagli anni ottanta/novanta i servizi sociali, socio-sanitari ed educativi sono sempre più esternalizzati, ossia non gestiti più direttamente dallo Stato ma affidati alla gestione di enti esterni, in primis le cooperative, ma oggi anche associazioni di promozione sociale, fondazioni operative, associazioni di volontariato, qualsiasi soggetto di terzo settore.

Inizialmente veniva utilizzato soprattutto lo strumento della convenzione, con cui l’ente pubblico affidava direttamente un servizio a un ente per un tot di anni e un tot di soldi.

Una seconda possibilità è l’accreditamento, con cui un ente che abbia determinati requisiti può accreditarsi presso la pubblica amministrazione a svolgere per lei i servizi, lasciando la libera scelta all’utente. È il caso degli ambulatori accreditati per svolgere ad esempio gli esami del sangue: l’utente può scegliere se andare presso l’ospedale pubblico o presso uno di questi ambulatori privati, appunto accreditati presso l’ente pubblico.

Infine, un terzo strumento divenuto il principale negli ultimi anni è l’appalto. Il sistema di appalto prevede una procedura ad evidenza pubblica (una gara, un bando) cui segue il convenzionamento, un contratto dove viene fissato il prezzo e il dettaglio delle prestazioni, il sistema di controllo, gli standard di qualità e altri parametri.

Molti servizi di assistenza socio-sanitaria ad anziani e disabili, di gestione di strutture di accoglienza (per minori, madri in difficoltà, richiedenti asilo, disabili,…), di gestione di asili nido sono erogati con questa modalità.

Per ognuno di questi servizi è fissato un corrispettivo personale e diurno che viene pagato ai soggetti gestori. Da questo sistema escono i famosi 35 euro al giorno a migrante accolto (poi abbassati a 21 o 26), i 400 euro al giorno per le case famiglie (inventati da Salvini, in realtà la media è di circa 100 euro), numeri che la politica usa a casaccio per causare confusione ed indignazione nell’elettorato.

Va anche precisato che associazioni di secondo livello, coordinamenti di associazioni, tavoli pubblico-privato sociale hanno negli anni ragionato a lungo e in profondità su tutti gli aspetti della gestione del servizio, quali gli standard minimi per accreditarsi (quanto personale, che tipo di spazi, che garanzie economiche del soggetto, aspetti organizzativi adeguati, numeri di persone accolte), i servizi minimi da includere, le modalità di monitoraggio e rendicontazione all’ente pubblico.

La progettazione su bandi

La funzione di progettazione ha lo scopo di intercettare i contributi a fondo perduto messi a bando da enti pubblici e privati al fine di finanziare progetti specifici dell’organizzazione, relativi ad esempio al rafforzamento di un servizio, o alla sperimentazione di nuovi servizi o di attività innovative.

Citiamo in primo luogo i fondi europei, che hanno due modalità sostanziali di accesso. I fondi diretti, gestiti cioè direttamente dalla Commissione Europea, si articolano in programmi, come ad esempio il programma EASI, su occupazione e innovazione sociale, il programma Horizon sulla ricerca, il programma Erasmus+ sull’istruzione. Questi fondi di solito mirano a sperimentare policy innovative e quindi richiedono che alcune azioni siano ripetute in paesi differenti per verificarne l’efficacia: chi vuole partecipare a questi bandi deve quindi avere delle reti internazionali.

Esistono poi invece i cosiddetti fondi strutturali, che sono affidati alle regioni italiane che li distribuiscono secondo piani e programmi concordati con la Commissione. Fanno parte di questa tipologia il Fondo Sociale Europeo e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, ad esempio.

Oltre ai fondi europei esistono anche fondi prettamente italiani: ad esempio in Italia la legge 285/97 sulla protezione dei diritti dell’infanzia che affida ai comuni l’obbligo di stilare un Piano Infanzia, che spesso si traduce in fondi affidati ad organizzazioni non profit.

Oppure, più in generale, il nuovo Codice del Terzo Settore prevede un fondo annuale che viene messo a bando per sostenere la realizzazione di progetti nazionali da parte di Associazioni di Promozione Sociale, Organizzazioni di Volontariato e Fondazioni in praticamente tutti gli ambiti. Ci sono poi fondi dedicati alla cooperazione internazionale, a cui attingono le Ong, Organizzazioni Non Governative che si occupano appunto di cooperazione allo sviluppo.

Esistono poi altri soggetti non pubblici che operano attraverso bandi: pensiamo in primo luogo alle fondazioni di origine bancaria, ma anche a fondazioni di impresa e fondazioni di famiglia.

Come si sostiene un’organizzazione non profit: conclusioni

Per sintetizzare, oltre alle quote associative e sociali, le principali forme di finanziamento delle organizzazioni senza scopo di lucro sono:

  • Donazioni o elargizioni liberali, che vengono sollecitate tramite quell’insieme di tecniche e professionalità che prende il nome di fundraising.
  • Vendita di beni e servizi ai privati.
  • Servizi in convenzione con la Pubblica Amministrazione, fungendo da appaltatori dei servizi che lo stato nelle sue varie articolazioni offre ai cittadini.
  • Contributi pubblici o di enti privati di beneficenza che si ottengono attraverso la professionalità dei progettisti, rispondendo a bandi.

Che cosa è permesso e che cosa è vantaggioso dipende dalla forma giuridica e dal profilo fiscale dell’organizzazione. Di sicuro ogni organizzazione deve trovare il giusto mix tra le diverse fonti di entrata, che richiedono professionalità e strutture differenti, cui sottostanno visioni del mondo differenti.

Ottenere fondi pubblici per gestire servizi di welfare è legittimo e corretto. Altrettanto legittimo è pretendere che questi fondi pubblici siano usati nel modo migliore possibile, e senza sprecare risorse. In questo senso esistono certamente sacche patologiche, ma pensare di eliminare tutto il corpo per eliminare la patologia è un errore che non possiamo permetterci.

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Milanese, 38 anni, padre, un po’ africanista, un po’ scout, un po’ marxista, un po’ spaesato da questo momento storico-politico, sicuramente interista. Mi occupo di non profit dal punto di vista gestionale e sono appassionato alle questioni economico-sociali, con lo sguardo per aiutare gli ultimi ad affrancarsi dalla loro condizione di emarginazione e sfruttamento.

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