Cos’è l’advocacy, come e perché farla8 min read

2 Novembre 2021 Non profit Politica -

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Sociologa politica

Cos’è l’advocacy, come e perché farla8 min read

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Diversamente dal lobbying, che mira a ottenere il perseguimento di un interesse particolare, l’advocacy è una forma di attivismo volta ad allargare la sfera dei diritti, delle regole, delle risorse per gruppi e individui, mediante relazioni con le istituzioni, sensibilizzazione dell’opinione pubblica, diffusione di messaggi tramite il sistema dei mass media, manifestazioni e mobilitazioni.

Si può fare advocacy ad esempio per richiedere pari opportunità di genere nel mondo del lavoro, sostenere l’allargamento dei diritti per le coppie dello stesso sesso, sollecitare il riconoscimento dei diritti di cittadinanza per chi nasce in un paese.

A fare advocacy sono spesso movimenti sociali o organizzazioni non profit, che hanno come mission quella di agire a favore dei/delle propri/e beneficiari/e non solo in termini materiali e di servizi ma anche di allargamento della sfera dei loro diritti e opportunità. Ecco allora cos’è l’advocacy, e qualche spunto su come e perché farla.

Cos’è l’advocacy e come si sviluppa

L’advocacy è quell’insieme di azioni con cui un gruppo, riunito attorno ad un interesse definito, intende sostenere una serie di scelte collettive e decisioni pubbliche, come la creazione di regole, la riforma di un ambito di politiche, il sostegno economico o la dotazione di attività di intervento a favore di gruppi e individui coinvolti.

Questa la definizione tecnica di cos’è l’advocacy. Come abbiamo visto, l’advocacy è in pratica una forma di attivismo che ha a che fare con la sfera dei diritti associati a gruppi o individui. Si tratta di una forma di attivismo che si fonda su un ruolo rilevante della comunicazione, intesa come strumento principale per informare i decisori pubblici e proporre loro norme, diffondere una visione positiva del tema da parte di mass media e opinione pubblica, mostrare la forza e il coinvolgimento delle basi di riferimento dei gruppi rappresentanti, educare a nuove regole e modelli di comportamento.

Un primo riferimento a ciò che oggi chiameremmo advocacy è presente fin dal mondo greco-romano, dove l’idea di patrocinare una causa mediante strumenti di diritto a tutela dei più deboli ha visto esempi brillanti, come le orazioni per la liberazione degli schiavi di Solone. Ma è nel Medioevo inglese che preti e monaci, soggetti con il pregio dell’erudizione, provano a rivendicare i diritti di gruppi di contadini, poveri, stranieri di passaggio di fronte alle imposizioni dei signori feudali.

La democratizzazione dei sistemi politici a seguito delle rivoluzioni americana e francese, e la consapevolezza dei diritti dei lavoratori, maturata con la rivoluzione industriale, hanno portato poi ad uno sviluppo dell’advocacy nell’accezione contemporanea, intendendo avanzare l’insieme di diritti e facoltà di gruppi omogenei di soggetti (terzo stato in Francia, contribuenti fiscali delle colonie americane, operai, specialmente se bambini e donne).

L’ulteriore allargamento della base democratica dei diritti di individui e formazioni sociali, insieme ad una maggiore differenziazione socio-culturale, porta nel novecento nuovi formati di advocacy, rivolti a segmenti sempre più definiti di beneficiari e a tipologie di diritti sempre più complessi: civili, sociali, culturali, identitari, e non solamente politici o economici.

Gli archetipi dell’advocacy contemporanea sono così le suffragette che a inizio novecento rivendicano il diritto di voto per le donne, gli antisegregazionisti americani negli anni cinquanta e sessanta, l’attivismo omosessuale californiano degli anni settanta. Tutti movimenti che hanno portato avanti in modo compiuto questioni legate all’ampliamento della sfera dei diritti, battaglie legali, manifestazioni pubbliche, sensibilizzazione dell’opinione pubblica mediante presenza mediatica, e attività di relazione con il sistema istituzionale.

Nella contemporaneità, fenomeni nazionali e globali quali #blacklivesmatter, #youthforclimatechange e #metoo, pur nascendo come momenti di aggregazione sulle piattaforme digitali di istanze distribuite in contesti ampi, hanno avuto il merito di dare nuova veste all’advocacy, nel momento in cui la dimensione mediale ha prodotto effetti reali all’interno del contesto politico e sociale.

cos'è l'advocacy
Protesta di Black Lives Matter a Londra | Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash

Cosa serve per fare advocacy

Definita cos’è l’advocacy, va detto che servono una serie di condizioni specifiche per avere successo nell’individuare una strategia efficace per il sostegno ad una causa, o per assistere un gruppo ritenuto svantaggiato nell’esercizio dei propri diritti, condizioni che vanno ben pianificate e organizzate.

Secondo Barkhorn, Huttner e Blau per fare advocacy occorrono l’accesso a chi decide sul tema, una finestra di opportunità politica, la capacità di elaborare e presentare una soluzione ragionevole e praticabile, un piano di azione dinamica per conseguire gli obiettivi, un/a leader forte in grado di guidare la campagna, un sostegno diffuso da parte delle comunità di riferimento, una capacità di mobilitazione pubblica, un piano di advocacy chiaro e ripartito tra tutti gli attori della campagna.

L’advocacy necessita quindi di pianificazione e organizzazione dei diversi strumenti di cui si avvale. Esempi di strumenti per fare advocacy sono: manifestazioni di piazza, incontri con esponenti politici e istituzionali, campagne di opinione sui mass media o sui social network, studi e ricerche divulgati mediante convegni e seminari, partecipazione a coalizioni, alleanze e reti con altri soggetti, ricorso a testimonial noti al pubblico e pronti a sostenere la causa.

Il piano di advocacy sceglie quindi gli strumenti ritenuti più adeguati per raggiungere gli obiettivi: se si intende ottenere una legge che riconosca nuovi diritti, sarà necessario intervenire con attività di relazione istituzionale con chi fa le leggi; se invece si intende ottenere un differente approccio dell’opinione pubblica su questioni sociali (cyberbullismo, disturbi alimentari dei più giovani), sarà opportuno produrre e diffondere campagne informative e di sensibilizzazione; o ancora, se diventa necessario rivendicare diritti nuovi, di fronte ad un’opinione pubblica poco interessata e decisori pubblici non favorevoli, l’organizzazione di eventi, manifestazioni di piazza, proteste può servire per richiedere le risposte che mancano.

Perché fare advocacy?

Investire tempo, denaro, risorse umane e credibilità pubblica in una campagna di advocacy è un impegno concreto e gravoso per ogni organizzazione e movimento che intenda dedicarsi a questo tipo di attività per affermare i propri obiettivi nel sistema sociale, politico, culturale, economico. Perché quindi un gruppo dovrebbe dedicarsi all’advocacy?

In primo luogo, l’advocacy aiuta a far sentire la propria voce, conferisce forma comunicativa agli obiettivi di un gruppo e ne proietta la visione e la missione presso quei segmenti di economia, società e politica che sono chiamati a fornire risposte rispetto alle istanze avanzate dal gruppo.

L’advocacy parte infatti sempre dal riconoscimento di un’identità che richiede una tutela ancora non attiva, e produce interlocuzione con segmenti di società e politica per ottenere un riconoscimento unitario. Se ci si chiede quindi cos’è l’advocacy, possiamo rispondere che è anche un ottimo strumento per riconoscersi ed essere riconosciuti.

Vanno in questo senso campagne di advocacy per richiedere a piattaforme digitali di conferire valore al lavoro di consegna dei pasti, al sistema politico di riconoscere diritti di cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri, o di attribuire un sistema di protezione economica e sociale alle donne che denunciano compagni di vita violenti.

L’advocacy manifesta poi una più ampia e generale funzione pedagogica nella società. Nel promuovere l’ampliamento e l’approfondimento di un sistema di diritti e di tutele legato a gruppi svantaggiati o innovativi, l’advocacy spinge politica e società ad interrogarsi sul proprio generale funzionamento avanzandone la consapevolezza e le possibilità di sviluppo.

In altre parole, l’attività di advocacy non solo presenta un impatto diretto sulle comunità che si sono attivate a favore di una causa, ma promuove una crescita delle opportunità di sviluppo e consapevolezza di un intero sistema sociale.

L’advocacy in Italia

L’approccio di advocacy manifesta ancora una sua non compiuta maturità nel sistema italiano, essendo stati per molti decenni i partiti politici al centro di ogni rappresentanza. Tuttavia fenomeni di sistema, quali la depoliticizzazione della società, la perdita di centralità dei partiti politici, la diffusione della società dell’auto-comunicazione di massa, delineata da Castells, in cui individui e gruppi trovano auto-rappresentazione e auto-organizzazione grazie alle nuove potenzialità aperte dalle tecnologie digitali, hanno comportato un ricorso crescente all’advocacy anche all’interno del sistema italiano.

Gruppi di giovani attivi per chiedere risposte contro il cambiamento climatico, testimonial del mondo dell’influencer marketing che sostengono progetti di legge contro l’omotransfobia, gruppi sorti attorno a petizioni online, figli nati in Italia da migranti che richiedono il riconoscimento della cittadinanza mediante lo ius culturae sono tutti esempi di advocacy nel contesto italiano, tra dimensione digitale e attivismo nelle piazze.

Nonostante la natura esogena dell’advocacy rispetto alle specificità sociali e politiche italiane, lo strumento va affermandosi concretamente, soprattutto con la possibilità di creare e attivare network e campagne grazie alle piattaforme digitali. C’è quindi da immaginare che l’attività di advocacy possa assumere una dimensione sempre più rilevante tanto nella gestione e promozione di campagne di opinione sui mass media digitali, disintemediati e focalizzati rispetto ad obiettivi costruiti dai gruppi, sia nei confronti di una politica dei partiti sempre più distante dai reali interessi e obiettivi dei propri elettori, e pronta a leggere e fare propri questi nuovi modelli di trasmissione delle istanze della cittadinanza organizzata.

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Sociologa politica, fa ricerca al CNR e insegna Comunicazione e politica in Sapienza. Si occupa di comunicazione, advocacy, governance e sviluppo delle città, terzo settore, questioni di genere, partecipazione, tematiche su cui ha pubblicato saggi e volumi.
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