Come stanno i bambini e cosa dobbiamo fare per loro?

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Nella settima puntata di LiveNius abbiamo parlato di Bambini, di come hanno vissuto il lockdown e di cosa dovremmo fare nella fase 2 e oltre. La puntata è andata live giovedì 21 maggio alle 18 e la potete rivedere qui:

I contenuti che seguono sono una sintesi di quanto emerso dalla discussione con: Arianna Saulini, Coordinatrice Gruppo CRC, per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza; Chiara Borgia, Pedagogista, Vicedirettrice UPPA.it; Alfio Di Mambro, Responsabile Area Prossimità di Fondazione Arché.

Cos’è successo ai bambini durante il lockdown

Come gli adulti, i bambini hanno vissuto sulla loro pelle l’emergenza coronavirus e si sono trovati chiusi in casa in contesti che nel migliore dei casi erano tranquilli, con spazi anche esterni a disposizione e in altri casi no, hanno dovuto condividere spazi molto stretti con fratelli e genitori, genitori che si sono trovati a loro volta in difficoltà.

Naturalmente ogni caso poi è a sé, ognuno ha vissuto l’esperienza del lockdown in maniera diversa. Per tutti qualcosa è cambiato, ed è la routine, l’insieme di azioni che erano abituati a fare giornalmente e che soprattutto nei primi anni di vita sono molto importanti. Il tempo scandito da attività quotidiane, in famiglia o all’asilo, aiutano il bambino a costruire una sicurezza che lo rende più capace di interagire con l’ambiente.

Per alcuni bambini poi è stato anche un tempo di opportunità, per vivere la relazione con i genitori in maniera nuova, per vivere un tempo con i genitori che spesso non c’è. Molte famiglie hanno raccolto la sfida in maniera creativa e ora fanno tesoro di molte cose nuove che hanno imparato. Altre per condizioni di vita diverse non hanno avuto queste opportunità ma al contrario hanno fatto passi indietro rispetto all’accesso alle opportunità educative.

L’altra faccia della medaglia è che tutti i bambini hanno vissuto appieno il riflesso dei comportamenti e dei sentimenti dei genitori. Come mostrano anche alcuni esperimenti di psicologia evolutiva, i bambini sono molto legati al tipo di sentimenti che trasmettono loro gli adulti di riferimento.

Spesso i bambini guardano il mondo con gli occhi degli adulti, e in questa fase gli adulti non avevano stabilità, erano anche loro in una condizione di grande incertezza e non riuscivano a rimandare tranquillità. I bambini perciò hanno assorbito le ansie e le tensioni dei genitori, questo non solo in situazioni di disagio, ma anche nell’ordinarietà.

Altri fattori da tenere in considerazione: i bambini hanno passato molto tempo davanti ai dispostivi tecnologici, fondamentali per la didattica ma soprattutto per rimanere in contatto con nonni, parenti, amici. Tuttavia si tratta di tempo che in situazione ordinaria non avrebbero passato davanti a questi dispositivi.

Molti bambini hanno inoltre riportato problemi con i ritmi del sonno, che è risultato influenzato dal vissuto giornaliero. Ancora, tanti bambini hanno avuto lutti in famiglia, lutti che i bambini, così come gli adulti, non hanno potuto elaborare, è un tema di cui si è parlato poco e su cui c’è bisogno di un sostegno specifico, sia per i bambini che per gli adulti.

Inoltre, ci sono state delle situazioni familiari, magari già in equilibrio precario, che con il lockdown sono deflagrate. C’è stato ad esempio un aumento della violenza intra familiare, e più in generale molte famiglie sono passate da uno stato di fragilità a uno di disagio conclamato, e questo impatta certamente sul presente e il futuro dei bambini.

Che fare per i bambini?

L’emergenza coronavirus ha quindi messo in evidenza che i bambini fanno parte della popolazione più vulnerabile, ma nonostante questo nella gestione dell’emergenza sono rimasti ai margini, come abbiamo descritto in questo editoriale.

Si è anzi parlato di bambini solo come un problema in rapporto agli adulti: il problema era dove mettere i bambini mentre i genitori lavorano da casa, e l’unica risposta è stata quindi il voucher baby sitter. I bisogni dei bambini non sono invece stati presi in considerazione in questi tre mesi, nonostante la recente conquista del riconoscimento del segmento 0-6 anni come componente a pieno titolo del sistema formativo, là dove per molto tempo i servizi destinati a questa fascia di età erano concepiti soprattutto come spazio di conciliazione tra vita familiare e lavoro per gli adulti.

I bisogni dei bambini sono invece entrati in scena solo pochi giorni fa con il decreto rilancio, che destina 150 milioni di euro ai comuni affinché attivino progetti estivi per i bambini.

L’estate come opportunità

Ecco, in questo senso l’estate può essere una grande opportunità. Innanzitutto per far recuperare la socialità ai bambini. Questo è il bisogno primario comune a tutti, la mancata aggregazione è alla base dei tanti nuovi bisogni che si sono creati. Già, perché la crisi ha resettato le nostre conoscenze, la mappa dei bisogni è stravolta e ci sono situazioni inedite nate ora.

Ci vuole quindi una rilettura dei bisogni dei bambini, attraverso un’alleanza tra istituzioni e terzo settore nei territori. È fondamentale utilizzare l’estate per recuperare quanto perso, per quanto possibile, soprattutto per i bambini nella fascia 0-3 anni, perché i primi 3 anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo cognitivo e sociale.

Eppure, la fascia 0-3 continua a essere poco considerata. Anche nelle ultime linee guida sui centri estivi c’è poco riferimento alla fascia 0-3, e mancano notizie sulle riaperture di nidi e scuole dell’infanzia.

Forse ci sono meno risposte anche perché ci sono più domande: come fanno questi bimbi a mantenere le distanze? Come sarà la gestione anche in piccoli gruppi? Proprio per questo dobbiamo usare l’estate per sperimentare delle possibili soluzioni per far ritornare i bambini a vedersi e stare insieme.

bambini e lockdown

Partire dai territori

Questa sperimentazione deve partire dal basso, dai territori, dalla comunità educante. L’educazione è responsabilità non solo di genitori e scuole ma dell’intera comunità, che va riunita attorno a un tavolo su ogni territorio per farsi e rispondere ad alcune domande: che risorse abbiamo? Cosa possiamo fare? Che spazi possiamo utilizzare? Che ruolo può avere ognuno di noi? Dobbiamo farci queste domande ora, non a settembre.

Dobbiamo attivare tavoli interdisciplinari per capire cosa è accaduto e avviare progetti condivisi, calibrati e sperimentali. Questi tavoli vanno attivati subito, va fatto un lavoro di ricerca-azione per valutare i nuovi bisogni e disagi da mettere alla base per progetti a breve ma anche a medio-lungo termine.

Bisogna certamente farsi guidare sull’aspetto sanitario, ma anche questi sono bisogni primari per cui è necessaria un’azione immediata.

E a settembre?

A settembre ci sarà la riapertura delle scuole in qualche modo, non sappiamo come ma dobbiamo arrivare preparati. Finora la didattica a distanza ha funzionato fino a un certo punto, aumentando disuguaglianze, chi non ne ha usufruito sono bambini che non avevano strumenti, computer, tablet, connessioni. In generale con i bambini più piccoli ha funzionato meno.

In ogni caso, dovremo essere pronti affinché questi divari nell’accesso alla didattica a distanza non ci siano più. Non sappiamo in che forma riapriranno le scuole, ma forse la didattica a distanza si alternerà a quella in presenza.

Save the Children ha realizzato un sondaggio con circa mille famiglie da cui è risultato che 1 bambino su 5 ha più difficoltà a fare i compiti di prima e 1 su 10 non ha mai partecipato a lezioni online. Questi bambini hanno accumulato un gap nell’apprendimento, che d’estate bisogna recuperare per quanto possibile ma non sarà sufficiente: occorre garantire un supporto extra anche durante il prossimo anno scolastico.

I bambini poi devono essere resi protagonisti nel comprendere e applicare le nuove regole. Bisogna abituarli alle regole ma anche spiegare loro il senso, nel modo più adatto. L’assenza della scuola ha anche causato la mancanza di uno spazio per portare i ragazzi a conoscenza del senso delle nuove regole, responsabilità delegata alle famiglie.

Ridurre le disuguaglianze

Lo abbiamo sentito molte volte, il lockdown aumenterà le disuguaglianze e questo vale anche per i bambini. Sono disuguaglianze peraltro già esistenti, e solo agendo su queste disuguaglianze strutturali si affronterà davvero il problema, a maggior ragione dopo la pandemia.

La povertà infantile in Italia era già molto alta. Negli ultimi 10 anni post crisi economica la fascia di popolazione che si è impoverita di più è quella 0-18 anni. 1,2 milioni di bambini in Italia vivono in povertà assoluta, c’è il rischio che questa quota aumenti ancora. Ci vuole quindi un supporto educativo che vada di pari passo a quello economico.

Occorre anche agire sulle disuguaglianze territoriali. L’accesso ai servizi di prima infanzia è molto diverso da regione a regione ma anche all’interno delle regioni. Ci sono regioni dove l’accesso è garantito a oltre il 30% dei bambini, come in alcune regioni del centro-nord, e altre dove è garantito a meno del 10%, soprattutto nel sud.

Anche la dispersione scolastica è distribuita in modo molto poco uniforme, colpendo soprattutto le regioni del sud. Dobbiamo evitare che queste disuguaglianze aumentino, e investire di più in quei territori.

Leggi qui le sintesi di tutti i nostri LiveNius

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