Gli asili nido fanno bene ai bambini e alla società, ma sono pochi

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Gli asili nido sono tra i servizi più presenti nella vita e nelle discussioni di milioni di persone e famiglie italiane. Eppure si fa una grande fatica a garantire una copertura adeguata del servizio, soprattutto nelle regioni del centro-sud. Come mai? Cosa dicono i dati disponibili? E che impatto hanno i servizi di nido sui bambini e sulla società?

asili nido in italia
Photo credit: wemake_cc on VisualHunt.com / CC BY-NC-SA

La nascita dei nidi: una conquista sociale

La legge che ha istituito gli asili nido in Italia nella forma in cui li conosciamo è del 1971. Come parte importante dei nostri diritti sociali, è una conquista dell’impegno testardo, soprattutto delle donne, delle manifestazioni e proteste pubbliche e delle lotte di idee, anche furibonde, di quegli anni.

È un periodo di fervore economico, coscienza politica, grandi trasformazioni sociali. Le migrazioni interne verso il nord del paese e verso le città hanno rafforzato la dimensione nucleare delle famiglie, le donne sono sempre più spesso impegnate nel lavoro retribuito fuori casa, ma anche finalmente partecipi della vita pubblica. Le grandi battaglie per l’allargamento dei diritti sociali sono rappresentate nelle piazze, nell’associazionismo, nei partiti, in Parlamento, in modo così coerente che è perfino difficile comprenderlo oggi.

Le idee e istanze di uguaglianza delle opportunità per tutte e tutti permeano il dibattito pubblico, non solo i discorsi degli esperti e dell’élite politica. A partire dal dopoguerra, la pedagogia e tutte le scienze sociali rifioriscono, dopo il silenzio imposto nel ventennio totalitario. La psicologia e le neuroscienze dimostrano la rilevanza dei primissimi anni di vita nella formazione dei bambini, e la sociologia rileva le ricadute sociali, ma anche economiche, di questi servizi. La pedagogia studia i percorsi per realizzare al meglio questi obiettivi.

In questo clima nascono gli asili nido in Italia, già con una doppia anima sociale e educativa, seppur variamente bilanciata: servizi che da un lato offrono alle famiglie un servizio di custodia dei bambini, liberando parzialmente il tempo delle donne per consentire loro di lavorare, dall’altro creano un luogo sicuro e stimolante per i bambini, accogliente e ricco di opportunità di crescita.

Asili nido in Italia: un sostegno, ma non per tutti

Eppure, a quasi 50 anni dalla legge, i dati raccontano che i carichi di cura delle donne sono ancora una delle maggiori cause della loro assenza dal mondo del lavoro e che l’ingresso delle donne nel mercato retribuito non ha comportato, in genere, una redistribuzione equa dei carichi di cura e delle attività casalinghe all’interno delle famiglie.

Non sempre peraltro i servizi costituiscono un adeguato strumento di conciliazione, o meglio, la situazione si presenta variegata a seconda dei contesti regionali e locali. I dati Istat mostrano infatti che la disponibilità media di servizi socio-educativi in Italia (includendo nidi, micro-nidi, nidi aziendali e sezioni primavera) nell’anno educativo 2016/2017 è di 24 posti per 100 bambini con meno di tre anni, dato in crescita rispetto al 22,5% registrato nell’anno 2013/2014, anche per via del calo della popolazione con meno di tre anni.

Si tratta dunque di un valore ancora lontano rispetto ai 33 posti per 100 bambini che l’Unione Europea ha fissato come obiettivo strategico per promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e supportare la conciliazione della vita familiare e lavorativa.

asili nido in italia

Occorre precisare però che la situazione è molto diversa a livello territoriale: il valore del 33% è superato o raggiunto rispettivamente in Valle D’Aosta, Umbria, Emilia-Romagna, Toscana e nella provincia di Trento. In Campania, Calabria e Sicilia si registrano invece i dati più bassi: tutte rimangono sotto il 10%.

Inoltre, uno svantaggio rilevante riguarda i piccoli comuni rispetto ai capoluoghi in tutte le regioni: nei comuni capoluogo la media dei posti disponibili è del 31,8% contro una media del 20,8% nel resto dei comuni.

Una diversificazione così ampia si registra anche a livello europeo dove la Danimarca supera il 70% di copertura, Svezia e Norvegia si avvicinano al 60%, ma solo dieci paesi hanno raggiunto l’obiettivo. La media europea è di poco sotto al 30% di copertura; l’Italia dunque rimane sotto questo dato medio. Alcuni si attestano sotto la soglia del 10%: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Romania.

Tornando all’Italia, un dato chiaro (pdf) è comunque che nei contesti in cui i servizi per l’infanzia sono maggiormente diffusi, l’occupazione delle donne è più elevata. E rispetto alla questione dell’occupazione femminile, è noto che il nostro paese si presenta diversificato ma complessivamente rimane uno degli ultimi nell’Unione Europea.

L’Istat rileva nel 2016 un miglioramento complessivo delle condizioni del mercato del lavoro italiano in relazione a entrambi i generi ma, da un lato, sottolinea il permanere di gap rilevanti nei tassi di occupazione e, dall’altro, evidenzia che l’incremento della partecipazione al mercato del lavoro non riguarda le donne con figli piccoli mentre interessa quelle senza figli: su 100 occupate senza figli le madri lavoratrici con bambini piccoli sono circa 76 (erano 78 nel 2015, dunque la situazione da questo punto di vista è peggiorata).

I dati di ricerca sono chiari: il nido fa bene

Il secondo punto evidenziato dai dati di ricerca è che il nido ha molte ricadute positive sulla vita e sul benessere dei bambini e dei futuri adulti. Sono numerosi gli studi che mostrano come questi servizi siano in grado di incidere favorevolmente sulle capacità cognitive (come il quoziente intellettivo, le abilità linguistiche e quelle motorie) e sulle abilità non cognitive (come l’auto-controllo, l’autostima e la motivazione), e perfino sulla salute (ad esempio nel contrasto all’obesità), anche per anni dopo questa esperienza.

Questi effetti sono rilevanti soprattutto per i bambini che provengono da contesti sociali, economici e/o culturali svantaggiati: basti pensare quanto può essere importante per un bambino piccolo proveniente da una famiglia disagiata ricevere ogni giorno un pasto equilibrato e completo, stare in un luogo riscaldato e giocare in un ambiente educativo esperto e stimolante.

A volte la povertà sembra ereditaria, nel senso che può essere trasmessa attraverso la disponibilità delle opportunità, le scelte di salute e di vita. Il contesto familiare tende a riprodurre le differenze sociali: qui il bambino permane in un contesto di omogeneità di risorse educative e di prospettive, che sono mediamente differenziate per ceto e contesto economico di appartenenza.

In questo senso l’asilo nido, come del resto l’intero sistema educativo e di istruzione, contribuisce alla mobilità sociale offrendo pari opportunità di sviluppo a tutti i bambini proprio in anni cruciali per la loro crescita.

Ha fatto notizia, recentemente, una ricerca dell’Università di Bologna che, contraddicendo i risultati di pressoché tutti i più recenti studi svolti in materia in Italia e all’estero, ha mostrato come per la fascia socio-economica medio-alta, il nido nella sua versione classica potrebbe non comportare vantaggi cognitivi paragonabili a quelli garantiti da soluzioni educative più individuali.

Probabilmente le famiglie più abbienti riescono a offrire un accudimento familiare e professionale di alta qualità, e questo ha fatto suggerire ai ricercatori che nei primissimi anni di vita i piccoli gruppi educativi (micro-nidi, nidi familiari o domiciliari) potrebbero meglio conciliare l’attenzione alla relazione individuale e all’attaccamento del bambino e all’accesso a opportunità educative.

Un’altra ricerca recente condotta in alcune città del nord Italia ha cercato di stabilire se i diversi modelli educativi che improntano i servizi possono avere un impatto di medio-lungo termine sulla crescita degli individui, arrivando a concludere (pur evidenziando alcuni limiti nell’indagine) che è la frequenza del servizio a fare davvero la differenza. Ma anche sottolineando che l’investimento su servizi di qualità ha effetti positivi sugli individui come pure di contaminazione positiva tra servizi.

Quello che la ricerca complessivamente ha accertato, insomma, è che il nido fa bene, soprattutto a chi proviene da condizioni di svantaggio e che un’offerta di servizi adeguata e di qualità è in grado di promuovere lo sviluppo e sostenere efficacemente la crescita dei bambini in una fase della vita così delicata.

La qualità del servizio ha a che fare con il numero di educatori rispetto al numero dei bambini accolti, con la loro formazione, con la disponibilità di spazi, occasioni, strutture e strumenti per attività che diano la possibilità ai piccoli di vivere esperienze significative per la loro crescita e mettere solide basi per affrontare la complessità del mondo che li aspetta.

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Asili nido in Italia: quanto investe lo Stato, quanto pagano le famiglie

E veniamo al punto più dolente: le risorse. Per realizzare servizi di qualità e una copertura della domanda accettabile sono necessari investimenti, pubblici in primis.

Eppure, se i finanziamenti mirati dello Stato in tal senso sono stati storicamente carenti (anche in nome del rispetto delle competenze locali in ambito sociale), la spesa dei comuni è diversificata a seconda delle diverse disponibilità, priorità e sensibilità territoriali ai temi dell’infanzia e della conciliazione.

L’Istat, nella già citata ricerca, riporta la notevole variabilità regionale della spesa media dei comuni per i servizi socio-educativi pubblici o privati convenzionati: si va da un minimo di 88 euro l’anno per un bambino residente in Calabria a un massimo di 2.209 euro l’anno nella Provincia Autonoma di Trento.

In più, questa voce di spesa è mediamente da molti anni in calo, colpita dalla crisi economica e dai tagli alle risorse pubbliche. A tal proposito, i dati mostrano anche che, in particolare dal 2012, il taglio riservato dai comuni a questi servizi è stato accompagnato da un aumento della quota richiesta alle famiglie per la compartecipazione alla spesa (entrambi i parametri si sono stabilizzati nell’ultima rilevazione).

Questa è probabilmente una delle cause che contiene o che ha fatto calare negli ultimi anni la domanda di accesso a questi servizi, soprattutto a seguito della crisi economica che ha impoverito le famiglie. In alcuni comuni, gli asili nido accolgono un numero di bambini inferiore rispetto ai posti disponibili. L’alto costo allontanerebbe proprio le famiglie più economicamente svantaggiate che potrebbero trarre i maggiori benefici dalla fruizione di questo servizio.

La rata a carico delle famiglie è in genere modulata sulla base della situazione economica e patrimoniale dei nuclei (in particolare nel settore pubblico), ma è ritenuta comunque alta. Le tavole Istat riportano che la spesa media annuale (2016) per utente dei nidi a carico dei comuni è di 4.400 Euro circa, mentre la quota media a carico delle famiglie è di 757 euro l’anno. Questi dati includono anche i contributi comunali al pagamento delle rette per chi fruisce di servizi privati.

Si tratta dunque di servizi costosi, la cui spesa è sostenuta dai comuni e dalle famiglie, dove il contributo più carente, economico e politico, è da parte dello Stato. La recente misura “bonus nido” prevede un contributo alle famiglie per coprire, almeno parzialmente, la spesa per questi servizi. Per il resto, ci si aspetta che il fondo previsto con l’istituzione del Sistema integrato di Istruzione 0-6 anni supporti meglio lo sviluppo (anche) dei nidi negli anni a venire.

In questi anni il settore privato e il terzo settore si sono ampiamente attivati in questo ambito. Non solo e non sempre per compensare le carenze del pubblico, anzi, dove quest’ultimo ha mostrato attenzione alla prima infanzia, anche i primi sono cresciuti, ma anche per diversificare l’offerta rispondendo alle esigenze più varie delle famiglie.

Certo, non è detto che tutte le famiglie debbano optare per il nido come soluzione ottimale per i propri bambini, anzi certamente la diffusa soluzione dell’affido ai nonni è più economica (sia per le famiglie che per le istituzioni) e può essere motivata ad esempio da una maggior attenzione all’aspetto relazionale, che è molto importante per i bambini molto piccoli.

Tuttavia, entrambe dovrebbero essere motivate da una scelta libera e informata, che presuppone una facilità di accesso e una conoscenza dei servizi e delle opportunità che offrono, non sempre e non ancora così diffuse.

Gli asili nido nella società di oggi (e di domani)

In questi anni, i servizi di nido hanno dovuto almeno parzialmente ripensarsi in termini organizzativi, per andare incontro a famiglie impegnate in un mondo del lavoro sempre più esigente e flessibile, anche in termini di disponibilità e orari.

Così si è diversificata l’offerta educativa, con i piccoli gruppi educativi presso il domicilio delle famiglie o dell’educatrice, dai baby parking alle babysitter formate dai comuni, dall’ormai affermato modello steineriano alla nuova educazione all’aperto.

Si sono diversificati i menu, accogliendo esigenze culturali, religiose, ma anche vegetariane e vegane, e sempre mantenendo la supervisione della sanità pubblica sull’adeguatezza nutritiva dei pasti.

Sono cambiate le attività: non è raro che si faccia l’orto o che, soprattutto nelle città, associazioni culturali del territorio propongano attività di lettura, teatro, yoga, musica, e così via, dedicate ai bambini più piccoli, o che i genitori vengano coinvolti in iniziative di supporto tra pari o a cura di esperti su temi che riguardano la crescita dei loro figli, da quelli più strettamente educativi ad attività pratiche in cucina che li aiutino alla preparazione di pasti equilibrati.

I servizi per la prima infanzia, insomma, stanno accogliendo e affrontando con energia le sfide che pone la società contemporanea e aiutando bambini e genitori ad affrontarle nella quotidianità della crescita.

Il lavoro che fanno non sempre è valorizzato e riconosciuto, supportato dall’attenzione e dalle risorse pubbliche. Al contrario, è più forte l’eco dei pochissimi casi di maltrattamento, che chiamano a gran voce l’installazione di telecamere nei servizi.

Senz’altro si tratta di eventi che per quanto rari sono sempre troppi, ma la riflessione su ciò che accade in questi luoghi dovrebbe essere approfondita e allargata alla ricerca di soluzioni che rafforzino l’alleanza tra le educatrici e gli educatori e le famiglie, che aprano le porte dei servizi ad attività e all’intervento di esperti di supporto e supervisione, che si prendano cura di chi si prende cura, lavorando per migliorare le condizioni e il benessere di chi è impegnato in un compito così delicato a favore dei bambini, dei genitori e della società.

In un’intervista di qualche anno fa, una delle maggiori esperte del settore, Daniela Del Boca, suggeriva l’investimento sui nidi come parte di una strategia per la crescita del paese, ribadendo come servizi di qualità, alta copertura e tariffe accessibili abbiano ricadute sociali, culturali ed anche economiche positive. L’educazione infatti, per moltissime ragioni, non è un fatto puramente privato, ma riguarda noi tutti e la nostra responsabilità sul presente e sul futuro dell’intera società.

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Sarda di nascita, emiliana per predilezione. Sociologa, collabora con l’Università di Modena e Reggio Emilia e varie ed eventuali. Si occupa di politiche, servizi e professioni del welfare. È serie-tv addicted e, con la scusa del figlio piccolo, coltiva la propria passione per la letteratura per l’infanzia.

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