Come cambia l’accoglienza con Salvini

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In questo articolo abbiamo descritto il funzionamento del sistema di accoglienza dei migranti in Italia. L’articolo ha avuto, e continua ad avere, molti lettori, che ci hanno fatto molti complimenti ma ci hanno anche detto che è molto lungo, e che poteva essere utile fare anche un articolo più sintetico che riassumesse gli ultimi cambiamenti introdotti con la linea Salvini, che ha trovato espressione nel Decreto immigrazione e sicurezza entrato in vigore a dicembre 2018.

Ed eccoli qui, i principali cambiamenti.

Accoglienza Salvini: cosa cambia

accoglienza salvini
Photo credit: Talba on Visual Hunt / CC BY-NC-SA

Si accolgono meno persone

Il sistema di accoglienza è rivolto a richiedenti asilo e persone che ottengono una forma di protezione internazionale. A queste si aggiungevano fino a dicembre 2018 le persone che ottenevano la protezione umanitaria, che però è stata abolita da Salvini (ne abbiamo parlato qui).

Negli ultimi anni, in media, circa il 20-25% dei richiedenti asilo otteneva la protezione umanitaria, potendo quindi restare nel sistema di accoglienza. Per dare dei numeri: 20 mila persone nel 2018, 20 mila nel 2017, 19 mila nel 2016.

Dal 2019 solo i richiedenti asilo e coloro che ottengono la protezione internazionale (rifugiati o persone con protezione sussidiaria) hanno diritto a restare nel sistema di accoglienza. Le persone con protezione umanitaria che al momento del Decreto Salvini si trovavano nel sistema di accoglienza hanno avuto un destino incerto: non era cioè chiaro se dovessero essere espulsi subito o alla scadenza del loro permesso.

Il risultato è che ogni prefettura fa un po’ come le pare, arrivando anche a mettere in strada madri incinte, nonostante i tribunali abbiano dichiarato non retroattiva la norma (cioè che le persone con protezione umanitaria dovrebbero rimanere nel sistema di accoglienza fino alla scadenza del loro permesso).

Si offrono meno servizi

Fino al Decreto Salvini tutte le persone che accedevano al sistema di accoglienza avevano diritto agli stessi servizi: richiedenti asilo, rifugiati, titolari di protezione sussidiaria, titolari di protezione umanitaria.

Ora la nuova ratio è che un’accoglienza integrale – comprensiva di servizi volti all’integrazione sociale ed economica – vada offerta solo a chi ha ottenuto la protezione internazionale, le uniche persone per cui vale la pena fare un investimento di risorse perché rimarranno in Italia.

Per i richiedenti asilo invece bastano vitto e alloggio. Poi, se diventeranno rifugiati o titolari di protezione sussidiaria accederanno anche agli altri servizi altrimenti verranno rimpatriati.

I problemi sono due, e sono grossi. Primo, il tempo della pratica di asilo è molto lungo: mesi, anni. Mesi, anni in cui le persone sono parcheggiate, senza alcun servizio espressamente dedicato a integrarle nel contesto locale. Senza cioè senza corsi di lingua, formazione al lavoro, supporto psicologico, inserimento in attività di volontariato e in attività sportive e culturali.

Secondo problema: i richiedenti asilo la cui domanda viene respinta non vengono rimpatriati, se non in rari casi. Molti rimangono in Italia, a lavorare in nero, e quindi vivono per molto tempo nel nostro paese senza però aver ricevuto adeguato supporto.

Si tagliano i fondi

La decisione di offrire meno servizi è figlia di un’altra decisione: quella di tagliare i fondi per il sistema di accoglienza. Fino al Decreto Salvini veniva riconosciuta una retta per persona di 35 euro al giorno agli enti gestori dei progetti di accoglienza, con i quali gli enti dovevano garantire ai migranti vitto, alloggio, un pocket money giornaliero di circa due-tre euro, oltre ai servizi per l’integrazione di cui sopra.

Nella sostanza, buona parte dei fondi ricevuti dallo stato per gestire i progetti veniva investito in personale: coordinatori di progetto, amministrativi, operatori sociali, mediatori culturali, psicologi, assistenti sociali, insegnanti di italiano, manutentori degli appartamenti.

Ora la retta è scesa, in base ai bandi finora pubblicati dalle prefetture nel 2019, a 26 euro a persona al giorno per i progetti in centri collettivi dai 20 ai 300 ospiti, e a 21 euro a persona al giorno per i progetti in appartamenti diffusi.

Con questo taglio molti dei servizi per l’integrazione sopra elencati non si possono più offrire, e molto del personale prima impiegato deve essere licenziato. Come evidenziato da un’indagine della Cgil, circa 5 mila lavoratori del settore sono già interessati da procedure di esubero e circa 18 mila lavoratori potrebbero perdere il posto di lavoro.

Meno appartamenti, più centri

Come abbiamo visto, i progetti più penalizzati sono quelli negli appartamenti diffusi. Vengono invece favoriti i progetti in centri collettivi, esattamente l’opposto della direzione in cui provò ad andare il precedente ministro Minniti.

Vale la pena ricordare peraltro che tutti i casi mediatici sollevati negli anni rispetto alla presenza di migranti sui territori hanno riguardato proprio i grandi centri, con la Lega in prima fila a criticare questa modalità di accoglienza ritenuta eccessivamente impattante sui territori.

Cambiano gli enti che gestiscono l’accoglienza

In conseguenze dei cambiamenti di cui sopra, molti enti del terzo settore che gestivano progetti di accoglienza stanno rifiutando di partecipare ai bandi. Erano tendenzialmente anche gli enti più bravi, con maggiore esperienza e disposti a investire in personale qualificato a supporto dell’integrazione dei migranti.

Questi cambiamenti, che nella retorica salviniana (ma anche pentastellata), dovevano servire a fermare “il business dell’immigrazione” stanno quindi di fatto favorendo proprio quei soggetti intenzionati a fare business e basta: ospitare i migranti in grandi centri/alberghi fornendo servizi minimi, spendendo il meno possibile, con scarsa o nulla considerazione dell’aspetto sociale dell’accoglienza.

Un approccio all’accoglienza che, se fa risparmiare qualcosa in termini di spesa pubblica e guadagnare valanghe di consensi elettoriali, rischia di trasformarsi in un boomerang, producendo irregolarità e impattando negativamente sulla salute fisica e mentale dei migranti, nonché sulla loro integrazione nelle società di accoglienza.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

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