E basta, con sta storia del business dell’immigrazione

di
business dell'immigrazione
@Les Champs Libres

Era uno slogan elettorale già di per sé molto antipatico. Ma finché è uno slogan elettorale, vale tutto. Poi è entrato nel contratto di governo, e va bene, è un contratto iper generico, c’era poco tempo, è solo un canovaccio.

Poi è entrato in Parlamento. E a pronunciarlo non sono stati più i due campioni della campagna elettorale – Salvini e Di Maio – ma un’istituzione della Repubblica, il neo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in un passaggio breve e molto ripreso del suo discorso al Senato ha detto che:

metteremo fine al business dell’immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello di una finta solidarietà.

Che si usi uno slogan elettorale diventato luogo comune come fondamento di un programma di governo presentato al Parlamento mi sembra non più accettabile. Che lo si usi per di più senza apparente consapevolezza alcuna, di cosa significhi e di chi e cosa si vuole accusare di cosa.

Partiamo da una domanda di base: ma cosa significa business dell’immigrazione? Chi fa business con gli immigrati, secondo il Presidente del Consiglio? Chi gestisce centri di accoglienza in maniera criminale speculando sui migranti e sullo Stato? Non dando servizi e intascandosi i soldi? Oppure facendo pressioni più o meno mafiose per ottenere in gestione i centri di accoglienza?

No perché Presidente Conte questo non è business, questa è criminalità. Gestire un’azienda è business, falsificare i bilanci è reato. Se ci riferiamo a questi soggetti quando usiamo l’espressione “business dell’immigrazione” è il caso di smettere di usare la parola business, e impegnarsi a quantificare il fenomeno, e fare i nomi di organizzazioni e persone che rientrano in questa categoria, e dire che percentuale rappresentano di tutte le migliaia di organizzazioni e le decine di migliaia di persone che lavorano nel sistema di accoglienza dei migranti in Italia.

No perché Presidente Conte ammetterà che c’è il rischio che tutte quelle migliaia di organizzazioni e decine di migliaia di persone vengano considerate come criminali e speculatori anche se non rientrano nella categoria come lei la intende.

O forse rientra nella categoria del “fare business con l’immigrazione” chiunque gestisca un servizio di accoglienza non rimettendoci di tasca propria? Cioè praticamente tutti?

Allora vorrei chiedere a Conte: gestirebbe un servizio in perdita? L’università per cui lavora svolge attività di didattica e ricerca o è impegnata “nel business dell’istruzione”?

Le associazioni e cooperative che gestiscono servizi per disabili pensa che non abbiano dei margini di guadagno? Direbbe che svolgono attività di grande rilevanza sociale oppure che sono impegnate “nel business dei disabili”?

Le associazioni e cooperative che gestiscono asili nido pensa che non abbiano dei margini di guadagno? Direbbe che svolgono attività sociali ed educative primarie oppure che sono impegnate “nel business dei bambini”?

Perché questo strano accanimento solo sui servizi per i migranti? Perché forse il vero business in gioco qui è quello politico?

Nel discorso di Conte al Senato si dice poi che questo non meglio identificato business dell’immigrazione sarebbe “cresciuto a dismisura”. Un atto di fede, un dato di fatto che dobbiamo prendere come tale, visto che il fenomeno non è definito, figuriamoci quantificato.

E si dice anche un’altra cosa, infine: che il non definito e non-quantificato-ma-certamente-cresciuto-a-dismisura fenomeno del business dell’immigrazione cresce, lievita, minaccia la nostra società “sotto il mantello di una finta solidarietà”.

Ecco un Presidente del Consiglio capace di vedere il buono e il cattivo che si annida sotto i mantelli. In grado fin dal primo giorno di distribuire patenti di vera e finta solidarietà. Di delegittimare il lavoro quotidiano, faticoso, inventivo e passionale di migliaia di organizzazioni che operano senza secondi fini e soprattutto di decine di migliaia di persone, molte donne, molti giovani, che si spendono per trovare e sistemare appartamenti, gestire corsi di lingua, mediare con i padroni di casa e i vicini, andare al pronto soccorso il mercoledì notte o la domenica pomeriggio, costruire relazioni tra le persone straniere e i territori, offrire servizi il più possibile all’altezza.

Un esercito di finti solidali, impegnati a fare business con le genti venute dal mare. Sotto il mantello.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale (più info qui). Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

6 Comments

  1. Credo che il Presidente Conte si riferisse in massima parte alle ONG che operano nel Mediterraneo, praticamente a ridosso delle coste libiche e che fanno a gara a raccogliere migranti economici ed a scaricarli nei porti italiani. Dette ONG, quasi tutte estere, raccolgono ingenti fonti da donazioni estere per effettuare il ”business” di salvatori dei naufraghi e traghettatori verso le italiche coste. L’arrivo di queste migliaia di poveri disgraziati in Italia, (in Italia, perche’ nei fatti, nessuno li vuole in Europa!!) obbliga il nostro governo a gestirli offrendo loro vitto, alloggio ed assistenza sanitaria gratuita. Chi si adopera in Italia per assisterli non e’ certamente un criminale ed e’ motivato da nobili sentimenti. Purtroppo l’assistenza costa e detti costi gravano tutti sul bilancio delle Stato alimentando il nostro deficit fiscale, che saremo costretti a coprire con nuove tasse (o taglio dei servizi pubblici) a carico solo di noi cittadini italiani.
    Sotto quest’ottica, non mi sembra affatto un’idea peregrina quella di cercare di limitare il flusso di queste persone verso il nostro Paese.

    • Grazie del commento Tiziano. L’idea di limitare i flussi si persegue da anni, e con successo da metà 2017 da quando cioè l’ex ministro Minniti ha preso di petto la situazione. Va anche precisato che le ONG hanno salvato e condotto in Italia meno del 20% dei migranti arrivati negli ultimi anni, in larga parte salvati da navi dello Stato italiano. Il costo del sistema di accoglienza è di circa 4-5 miliardi l’anno, detto così può sembrare tanto ma è un infinitesimo della spesa pubblica dello Stato italiano, non è certo questo infinitesimo che alimenta il deficit fiscale. Le tasse sono peraltro a carico anche dei cittadini non italiani.

  2. non so se ci sia un business o meno. però mi dicono che, per ogni migrante (clandestino o meno non importa, visto che non siamo in grado di identificarli) lo stato italiano (o l’europa, ma è ininfluente) destina oltre 30€ al giorno. le mie considerazioni sono due: 1) se è vero che ogni 5 euro donati a chi fa solidarietà in africa si mantiene un bambino per un mese, quei 30€ non è meglio spenderli così? 2) quanto “vede”, l’immigrato, dei 30€/giorno? 10? 15? 20? e gli altri, dove finiscono?

    • Buongiorno Giordano, dei circa 35 € alla persona vanno circa 2-3 euro. Il resto sono costi di gestione che comprendono ad esempio: affitto degli immobili, stipendi degli operatori che lavorano nei progetti di accoglienza, corsi di lingua italiana, trasporti e tutte le spese necessarie (spese mediche, spese per attività di integrazione sul territorio ecc.)

  3. Sig. Colombo, il deficit italiano previsto nel 2018 e’ di circa 45 miliardi di Euro (fonte: Ragioneria dello Stato) senza i costi del sistema di accoglienza scenderebbero a circa 40 miliardi di Euro. La differenza in termini percentuali non mi sembra irrilevante o infinitesimale come Lei dice. In Italia le tasse sono a carico di tutti i residenti fiscali (italiani e non). Ovviamente le pagano solo i residenti che lavorano e che sono fiscalmente in regola in Italia, I migranti economici entrati clandestinamente nel nostro Paese non lavorano, non producono nulla, non hanno di che mantenersi e di conseguenza non pagano nessuna tassa allo Stato Italiano.

    • Buongiorno Tiziano, in base agli accordi con l’Unione Europea i costi per il sistema di accoglienza dei migranti non incidono sul deficit pubblico.

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