Viaggio a Napoli: l’avventura partenopea di una milanese in solitaria

di
viaggio a napoli
@claudia dagrada

Proprio in questo periodo, due anni fa, partivo per un viaggio a Napoli per smaltire un po’ di ferie arretrate.
Con cinque giorni a disposizione, da esterofila quale sono avevo puntato immediatamente a città europee che non avevo ancora visto, come Siviglia, Marsiglia, Varsavia. Un pensiero però mi girava per la testa: “Ma com’è che gli stranieri che incontri viaggiando conoscono meglio il tuo Paese di te?!”. Così mi sono detta che era giunto il momento di arricchire la mia anima con un po’ di Italia, che ho vergognosamente visitato meno dell’Indocina.
Ma dove? La mia bussola personale ha subito puntato verso Sud, senza nessuna indecisione: fu Goethe a dire

Vedi Napoli e poi muori

Ebbene, ero pronta a morire di questa dolce morte. Anche perché il momento era ideale, mancavano meno di due settimane a Natale, mi immaginavo il clima festaiolo e i famosi presepi ovunque.

Così sono partita alla volta della città partenopea. Tengo a precisare che la mia conoscenza del Meridione era limitata al Salento, per cui ero davvero curiosa di visitare uno dei suoi simboli prediletti. E quando tutta contenta ho informato amici e parenti del mio viaggio a Napoli, questa è stata la conversazione tipo:
– “Un viaggio a Napoli? E con chi vai?”
– “Da sola!”
– “Un viaggio a Napoli, da sola?”
– “Sì, un viaggio a Napoli da sola!”
Devo dire che l’espressione sbigottita era simile a quella sfoderata quando sono partita, sempre in solitaria, per la Cambogia.

Viaggio a Napoli in solitaria: come sopravvivere al Sud

Quindi, da brava “polentona” milanese, ero sì entusiasta di andare alla scoperta dell’esotica Napoli, ma ero anche accompagnata da una serie di pregiudizi: spazzatura, camorra, sparatorie. Cosa mi è successo in quei 5 giorni in cui l’ho girata in lungo e in largo da sola? Niente, me ne sono semplicemente innamorata.

Quello che leggerete non è il classico articolo di cosa vedere e fare a Napoli, di quelli ne trovate mille sul web: vi spiegherò come una nordica doc sia sopravvissuta alla bellezza struggente, al cibo celestiale e allo sfrenato calore umano della famigerata Napoli. Iniziamo.

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@claudia dagrada

Sono sopravvissuta al rinomato scippo napoletano. Al mio rientro tutti mi hanno chiesto se non mi avessero rubato il portafogli. La risposta è stato un secco “NO”. Mi sono bastate le accortezze che uso a Milano e nel resto del mondo, come avere la borsa e la macchina fotografica sempre a tracolla, e sempre sott’occhio. Per di più avevo affittato una camera in un b&b alla fine di Via dei Tribunali, nel cuore pulsante del centro antico. Un ventre brulicante di umanità nel decumano maggiore, con alle spalle la malfamata zona di Forcella. In effetti, appena arrivata, attraversandola sono rimasta “colpita”, per così dire, dalla strettezza dei suoi vicoli bui, dai famosi “bassi” (piccole abitazioni a livello della strada) e dagli scooter che sfrecciavano selvaggi, ma andando dritta per la mia strada sono sopravvissuta anche lì. Nel mio viaggio a Napoli sono sopravvissuta ovunque, alla camminata che da Chiaia mi ha portato a Castel dell’Ovo, sono sopravvissuta anche durante la scarpinata infinita attraverso un rione noto alla cronaca, Sanità. Sono andata avanti per almeno un paio di chilometri lungo una via che sembrava portarmi nel Far West partenopeo: la sola differenza era che ogni tanto si sentiva musica natalizia a tutto volume e qualche canzone della più tipica tradizione napoletana. Tutto da stereotipo insomma, per la gioia del turista. La meta da raggiungere era il Cimitero delle Fontanelle, dove sono rimasta pochi minuti: buio, umidità, teschi e ossa ovunque, troppa angoscia. Il pezzo forte è stato proprio il tragitto.

Sono sopravvissuta alla pizza più indimenticabile nella storia delle pizze. Sono andata da Vesi, nell’unica giornata di pioggia avevo bisogno di stare seduta al caldo e al coperto. Per una manciata di euro mi sono gustata una margherita memorabile che mi ha fatto toccare il cielo con un dito. Ho fatto pure i complimenti ai pizzaioli. E quando la sera rincasavo stanca morta, mi prendevo la famosa pizza “a portafoglio” (piegata in quattro parti) da Di Matteo, a pochi metri dal mio b&b, così tanto per abbandonarmi al sonno con il sorriso sulle labbra. Nessuna pizza assaggiata in vita mia sarà mai paragonabile a quella di Napoli (e provincia, immagino). Ma non solo, Napoli è il paradiso del cibo di strada: passeggiare mangiando il tipico “strit fud” partenopeo può diventare un vero e proprio hobby, soprattutto se ami la frittura come me. Mi sono letteralmente abbuffata: le zeppole di alghe, le montanare (pizze fritte che devono il loro nome alle merende povere dei contadini), il cuoppo di fritturine (un cartoccio con fiori di zucca, melanzane, gamberetti e chi più ne ha più ne metta), fino ai classici panzerotti e arancini. Non ho visto Mc Donald’s o Burger King, perché il cibo di strada tradizionale è così buono e conveniente che fa passare la voglia di hamburger da batteria!
Ma nel mio viaggio a Napoli mi è piaciuto anche mettere le gambe sotto il tavolo andando in uno dei punti fermi della ristorazione cittadina: la trattoria da Nennella nei quartieri spagnoli! Mi sono data ai pezzi forti: pasta e patate con provola, zucchine alla scapece e mozzarella di bufala.

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@David McKelvey via Visualhunt.com

Sono sopravvissuta alla gentilezza e alla carineria della gente. Dai due pensionati del rione Sanità che mi hanno invitato a colazione per offrirmi una tipica sfogliatella, a Suor Susetta, una minuscola filippina trapiantata a Napoli da decenni che ha cercato (inutilmente) di avvicinarmi alla fede nella chiesa di San Gregorio Armeno. Mi ricordo con piacere anche del proprietario di un’enoteca che mi ha servito un aperitivo da principessa per il solo fatto di essere una “polentona” che amava la sua città. E ho rivisto Daniela, una ragazza che avevo conosciuto in una sperduta isola malese. Dopo una sola giornata passata insieme ben sei anni prima, è bastato un semplice messaggio perché mi portasse a spasso per la città fino a Posillipo, con quel cuore tipico delle persone del Sud. Perché il calore che si respira in queste terre noi “polentoni” ce lo possiamo scordare (mia modestissima opinione).

Sono sopravvissuta a una scorpacciata di cultura partenopea! Ho praticamente visitato più chiese e basiliche a Napoli che a Roma! Solo nella zona di Via dei Tribunali,  oltre al Duomo ci sono, per citarne qualcuna, San Paolo, San Lorenzo e San Domenico Maggiore, senza contare l’imperdibile San Gregorio Armeno e Santa Chiara.
E poi ci sono i musei, da quello Archeologico Nazionale a Palazzo Reale fino a Cappella Sansevero, dove si trova l’imperdibile Cristo Velato (che io ho perso, ragione in più per tornare). Ed è proprio visitando il Museo del tesoro di San Gennaro che ho avuto la fortuna di assistere il 16 dicembre alla liquefazione del sangue del patrono… ah, il tempismo. Ero giusto nel Museo quando hanno avvisato che l’ampolla era stata spostata nel Duomo perché era avvenuto l’atteso miracolo. Così sono corsa subito e ho potuto vedere con i miei occhi il prodigio mostrato alla folla di fedeli commossi, e la loro benedizione. Ripeto, non sono credente, ma essere presente in un momento così importante per Napoli e i suoi abitanti è stato toccante.

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@Claudia Dagrada
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@claudia dagrada

Sono sopravvissuta a uno dei panorami più belli del mondo! Salendo con la funicolare fino al Vomero, da Castel Sant’Elmo si può godere di un panorama impagabile: l’intero golfo, dal Vesuvio fino alle isole di Procida, Ischia e Capri. Per assurdo, una città caotica come quella di Napoli dall’alto di quel meraviglioso piedistallo perde tutti i suoi confusi rumori. Ero avvolta da un silenzio e da una calma quasi surreali. Si sentiva in lontananza solo il verso dei gabbiani, magari qualche cane che abbaiava, ma niente altro. Ai piedi del castello, il ventre della città con i suoi labirintici vicoli. Netta, precisa, come segnata da un righello, la cosiddetta “Spaccanapoli” (Via San Biagio dei Librai per la precisione), l’arteria che divide letteralmente in due il centro storico, dai quartieri spagnoli a Forcella.

Sono sopravvissuta allo shock di vivere in un film di Vittorio De Sica! Proprio così, perché mi sembrava di aver fatto un tuffo nel passato! Non mi sarei stupita se da qualche vicolo fossero sbucati Sofia Loren o Totò. Il calore umano, il vociare, le bancarelle di frutta e verdura ovunque (consiglio quello di Piazza Bellini), i panni stesi, i colori… a Napoli è come se l’umanità si presentasse in tutta la sua irrefrenabile potenza. Senza paletti, va dritta al dunque. E non solo si vede camminando, ma se ne percepisce l’energia a ogni passo, si respira nell’aria. La gente non sta chiusa nei locali, vive la strada. Il clima indubbiamente aiuta: quando sono andata io a dicembre c’era una media di 14 gradi, un paradiso per una milanese doc come la sottoscritta. La meta ideale per festeggiare Natale o il Capodanno.

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@ claudia dagrada

Sono sopravvissuta a Napoli, una città che non ha niente a che fare con la perfezione. Ha mille difetti, ed è qui che sta il suo fascino, perché sono proprio i difetti a rendere luoghi, persone e situazioni speciali, unici. Napoli è muri scrostati, è altarini a ogni metro, è vicoli bui. Napoli è caos, è sregolatezza, è scompiglio. Napoli è tormento, è sfrontatezza, è decadenza. Napoli è tutto questo, ma non solo. È genuinità, è passione, è un inno alla vita, alle emozioni lasciate a briglia sciolta. Dal cibo di strada al suo fare schietto e genuino, mostra irriverente il suo sdegno per lo sfarzo e l’importanza che dà all’essenza. È una città dove si vive, e la vita vissuta veramente non è mai rose e fiori, ma ne vale sempre la pena.

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Giornalista per scelta, viaggiatrice zaino in spalla per dipendenza, cinefila e cinofila per passione, tento continuamente di cogliere l'attimo con la macchina fotografica. Milanese quasi purosangue, appena posso scappo dalla mia città per raggiungere paesi con un fuso orario di almeno 6 ore. Occupazione preferita? Riversare nel mio blog di vagabonda solitaria (www.prontechesiviaggia.com) tutte, ma proprio tutte, le mie passioni.

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