Sull’Unione Bancaria, o di come Mario Balotelli salvò l’Euro

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A Bruxelles il sole non usa rivelarsi, se non di rado e di fretta. Quando i pianeti si allineano e il curioso evento si verifica, ci puoi scommettere che succede qualcosa di grosso. Il 28 giugno 2012 a Bruxelles c’è il sole. Il 28 giugno 2012 in semifinale agli Europei Mario Balotelli ne rifila un paio alla Germania. E potremmo fermarci qui.

Ma il 28 giugno 2012 a Bruxelles c’è il sole. E nello stesso giorno, sempre a Bruxelles, sono riuniti i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’Unione Europea. E’ in corso il periodico vertice del Consiglio Europeo. Solitamente questi summit si chiudono con qualche buona intenzione, alcune road maps, molti stalli e moltissimi giornalisti con le occhiaie, per attese notturne di notizie così decisive ma così decisive, che alla fine non arrivano. Da cui le prime pagine “nulla di fatto dall’Europa” o “negoziato naufragato a Bruxelles”, del giorno dopo. Non questa volta. E non solo perché sulle prime pagine del giorno dopo c’è Balotelli che fa i muscolacci.

Nella notte di quel giorno di sole, infatti, i capi di Stato e di Governo UE fanno quello che gli si chiedeva da tempo: stupiscono. Per la prima volta dall’inizio della crisi (finanziaria prima, dei debiti sovrani poi e infine dell’economia reale) l’Europa decide di scioccare i mercati e lo scetticismo con una proposizione ambiziosa, di ampio respiro, concreta. Basta dichiarazioni all’acqua di rose. Stavolta un attacco diretto al cuore dei problemi: cioè una serie di crisi bancarie, il dissesto delle finanze pubbliche di alcuni Stati Membri e le contraddizioni dell’architettura dell’Unione Economica e Monetaria (UEM). Seppur con colpevole ritardo, l’Europa finalmente dava una risposta unitaria, che proprio in questo piovoso – a Bruxelles – autunno 2013 va concretizzandosi.

Questa risposta muove da una presa di coscienza. La crisi dell’Eurozona è così profonda perché in larga parte assomma in sé due tipi di crisi che si alimentano e avvitano: quella bancaria e quella delle finanze pubbliche di alcuni Stati membri. L’insieme delle misure proposte in quel fatidico 28 giugno mira proprio a spezzare il circolo vizioso tra le crisi bancarie e le crisi del debito sovrano. A impedire, cioè, che le crisi dei sistemi bancari – quando non possono essere evitate – portino con sé le economie di interi Paesi o dell’Unione Monetaria (o area Euro). Ma cosa in cosa consiste questa ambiziosa risposta? Proviamo a spiegarlo, suddividendo in due elementi.

unione bancaria-rivoluzioneIl primo è un intervento shock nell’immediato.è il primo gol di Super Mario alla Germania, a sorpresa, piega le gambe agli avversari, 1 a 0. Si chiama ESM (European Stability Mechanism), è un fondo di 700 miliardi di euro (denaro pubblico degli Stati Membri). A cosa serve? Fino ad oggi, in caso di crisi di una banca rilevante per dimensione, ogni intervento di sostegno avveniva tramite un prestito/salvataggio statale: il bail out. Le banche too big to fail venivano salvate – per evitare terremoti – dissanguando le finanze pubbliche, ma iI debito pubblico cresceva di conseguenza e il terremoto si trasferiva solo di indirizzo: dal bilancio delle banche a quello dello Stato. Questo infatti alimentava l’altro problema: al crescere del debito pubblico, diminuisce la fiducia dei mercati che lo Stato possa ripagarlo e, quindi, lo Stato fatica a vendere i propri titoli di debito sovrano, cioè a finanziarsi. Ed ecco qui il famoso circolo vizioso fra crisi bancarie e crisi del debito sovrano, potenziale fonte di default (cioè l’incapacità di uno Stato di ripagare i propri debiti). Per effetto del meccanismo ESM, invece, non saranno gli Stati a indebitarsi per salvare le banche ma – in casi specifici – interverrà direttamente il fondo. In questo modo gli Stati non vedranno lievitare il proprio debito, il costo per l’accesso ai mercati ne trarrà beneficio e il famoso spread non dovrebbe più essere la guest star dei telegiornali.

Fin qui, però, si tratta “solo” di una messa in sicurezza del sistema, di una misura emergenziale. Gli economisti direbbero che si tratta di un messaggio di sicurezza ai mercati, un deterrente, una linea tagliafuoco (e chi più ne ha, più ne metta): ci si augura di non doverlo usare mai, ma rassicura per il solo fatto di esistere. Un po’ come il famoso “a qualunque costo” (whatever it takes) del Presidente Draghi in merito alla volontà di salvare l’Euro.

Ma l’Euro, le banche e i risparmi dei cittadini europei non si salvano solo con le frasi cool. Ciò che conta è evitare che le crisi bancarie si verifichino. Oppure, quando si verificano – perché si verificano – fare in modo che i loro effetti non siano deflagranti, che non distruggano le economie di interi Paesi o dell’Unione.
E siamo al secondo elemento, il secondo gol di Mario Balotelli alla Germania, il colpo duro e tutti a casa, 2 a 0. E’ infatti l’insieme di misure ideate per risolvere il problema delle crisi bancarie ad avere una portata storica inestimabile. Una rivoluzione, di importanza paragonabile solo all’introduzione della moneta unica: si chiama Unione Bancaria. E’ composta da tre pilastri, ancorati a delle fondamenta, che proviamo a descrivere.

crisi-europaPrimo, nuove regole e vigilanza unica della BCE: dal 1 gennaio 2014 tutte le banche dell’Unione Europea applicheranno stringenti requisiti di quantità e qualità del capitale, liquidità, governance e leva finanziaria. Dal novembre 2014, sarà la Banca Centrale Europea – non più le banche centrali nazionali – a vigilare direttamente o indirettamente sull’applicazione di queste regole per tutte le 6.000 banche dell’Eurozona.

Secondo, le gestione e risoluzione delle crisi: salvo inciampi nei negoziati finali di questi giorni, dal 2015 la zona Euro sarà dotata di regole comuni per gestire le crisi delle banche. Basta too big to fail e azzardo morale (cioè, io super banca continuo a fare mosse spericolate tanto qualcuno – i contribuenti – mi viene a cacciare dai pasticci di sicuro). Se un banca dovrà fallire, in assenza di un interesse pubblico superiore e contrario, fallirà. Se invece un interesse pubblico generale sconsiglia tale epilogo, non sarà più lo Stato di appartenenza a correre in soccorso dell’istituto in crisi con soldi pubblici per evitare il disastro (il citato bail out, “salvataggio esterno”): a pagare le perdite saranno, entro certi limiti, azionisti e creditori della banca stessa (bail in, “salvataggio interno”). Se ciò non bastasse, interverrà con proprie risorse un fondo europeo di risoluzione auto-finanziato dall’industria bancaria. Il tutto, se la signora Merkel acconsente al grande passo, manovrato da un’autorità unica europea.

Terzo, una rete di sicurezza per i depositanti: salvo intoppi negoziali, dal 2015 sarà assicurato il rimborso di tutti i depositi bancari fino a 100.000 euro in pochi giorni in caso di fallimento della banca. La novità? Il fondo che garantisce questo rimborso non sarà pagato da risorse pubbliche, ma con contribuzione delle banche stesse.

Le fondamenta: se le regole prudenziali, la vigilanza e le reti di sicurezza non dovessero bastare per gestire una crisi, il fondo di stabilità ESM di cui sopra fungerà da frangiflutti definitivo, o da backstop fiscale, come dicono quelli bravi. Insomma, 700 Miliardi di Euro pronti a “murare” il peggio del peggio. Lasciando per un attimo da parte gli aspetti tecnici e i gol di Mario Balotelli, è evidente che stanno avvenendo cambiamenti di portata storica. Dopo un lungo periodo di impasse (2007 – 2012), il legislatore europeo sta approntando a tempo di record una struttura lungimirante. Ce ne eravamo accorti? Qualcuno sì. Molti no.

La realtà è che la storia del processo di integrazione europea ha sempre proceduto a balzi, a strappi. Periodi di bonaccia seguiti da violente accelerazioni, spesso guidate da una crisi di qualche genere. Ci siamo addormentati nel 2007 con un’Europa frazionata e sull’orlo dell’implosione. Ci svegliamo nel 2014 con un’Unione Bancaria.

Non c’è dubbio che si tratti di un poderoso passo in avanti. Per la tutela delle finanze pubbliche dei Paesi membri, dei risparmi dei cittadini, per il contrasto di una certa finanza allegra. Non c’è dubbio nemmeno che il balzo porterà alla domanda successiva: con questo totale grado di integrazione nel mercato unico dei servizi finanziari, con questo legame così forte, è ancora rinviabile il pensiero di una qualche forma di unione politica?

La domanda aleggia ormai tangibile. La risposta si farà attendere. A maggio 2014 il test delle elezioni europee. Il rischio dei populismi abbeveratisi nelle economie in crisi e dei rigurgiti nazionalisti che puntano il dito sul contenitore comune Europa sono dietro l’angolo. Tutti danno colpe al matrimonio (Europa), mentre gli sposi si fanno le corna a vicenda (Stati membri). Sarebbe invece utile un approccio serio. Critico. Criticissimo. Ma serio. Perché l’Europa, seppur con le sue contraddizioni e problematicità, è un tesoro da non buttare al vento. Si vedrà. Auguriamoci almeno, per il giorno del voto, che a Bruxelles ci sia il sole e… non farti buttare fuori Mario.

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1 Comment

  1. L’Europa ha peggiorato le nostre condizioni di vita e ci sta strangolando! Esattamente quanto dovremmo aspettare ancora prima di essere morti?

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