El Salar de Uyuni in Bolivia: fotoreportage di 72 ore in viaggio

di
Salar de Uyuni Bolivia
@Michele Pasquale

Questo fotoreportage vuole essere una tavolozza visiva in stile impressionista, accompagnata da un diario di viaggio di circa 72 ore attraverso il celebre Salar de Uyuni, il più grande deserto di sale del mondo a 3650 metri d’altitudine, in occasione – totalmente casuale – del mio compleanno numero 32.

Libero da tutto ciò che uno dei mille altri turisti potrebbe raccontarvi, compreso il magnifico paradosso del cibo senza sale nel mezzo del Salar o gli scomodi sedili di uno sfortunato, vecchiotto 4×4 che necessita una lunga revisione. Tra memorie passate, frasi al presente e progetti futuri, vi propongo un racconto di taglio personale su un’esperienza indimenticabile.

Per informazioni pratiche, possiamo rivolgerci ad un’agenzia turistica o, meglio, al caro Roberto (continuate a leggere per scoprire chi è costui). ¡Vámonos!

El Salar de Uyuni

È un rumore fastidioso, ripetitivo, prodotto da una ciotola di latta fatta correre contro la porta di legno e vetro opaco del dormitorio. Sto quasi per maledire l’autore di quel gesto, ma sono frenato in tempo da una voce lenta e chiara: «sono le 4, colazione a breve, 4.45 in auto».

Roberto, il veterano autista del Land Cruiser tirato a lucido che ci ha trasportato fino alla riserva nazionale Eduardo Avaroa, è sbrigativo. Specialmente quando si deve “madrugar”, svegliarsi prima dell’alba per lavorare. Abbiamo riposato poco. Si è giocato a carte in attesa della mezzanotte, un gruppo improvvisato di giovani viaggiatori da Argentina, Cile, Germania, Belgio e Italia, una bottiglia di Ron Abuelo[1], consigliato dai locali, e Coca-Cola: a quell’ora, fuso orario permettendo, sarebbe stato il mio compleanno.

Faccio fatica a liberarmi dalle cuffiette, annodate attorno al collo da quando mi sono addormentato ascoltando i miei classici preferiti sul telefono. Gira ancora un live del 1972 alla BBC di un magnetico Neil Young che, con astuta e calcolata goffaggine, tira fuori dalla tasca della sua giacchetta diverse armoniche in ordine sparso. Dopo vari tentativi prende infine quella in Sol ed inizia l’eterea “Heart of Gold”. È in questa atmosfera onirica che, come un’epifania, ci si rimette in viaggio dopo una veloce colazione verso un vicino ghiacciaio in cui sono attivi numerosi geisers.

Alle 8 e 30, ora esatta del mio compleanno, stiamo attraversando «una zona un tempo ricca di neve, oggi raggiungibile facilmente in fuoristrada. Il clima è cambiato dal 2002» ripete Roberto, come un ritornello già sentito al Salar de Uyuni, all’Arbor de Piedra, fino all’eccezionale Laguna Colorada da cui siamo ripartiti con l’oscurità. Il viaggio è iniziato due giorni prima dal piccolo pueblo di Uyuni, proseguendo il cammino fino al confine cileno.

Lasciandomi cullare dalle vibrazioni del veicolo, ho perso completamente il senso dello scorrere del tempo. Alla radio, segnale permettendo, si alternano canzoni con tematiche romantiche a telecronache di calcio dal ritmo incalzante. Roberto, seppur ci senta poco, preferisce concentrarsi ed ascoltare i rumori che provengono dall’impatto dell’auto con il suolo. Per questa ragione lo provoco proponendogli della “musica gringa” (una performance live di Kurt Vile, scelta azzardata), a cui inaspettatamente mi risponde «quando è musica che si può ascoltare, non importa da dove arrivi».

Roberto svolge questo lavoro dagli anni ottanta, prima ancora della mia data di nascita, pioniere nel turismo internazionale in Bolivia. La domanda, banale ma basilare, che gli viene posta più volte è: “perché c’è tanto sale in questa parte del globo?”. Paziente ma scocciato, l’autista tace per alcuni secondi, quasi a prendere fiato, prima di rispondere placidamente: «ne parliamo una volta arrivati».

Con pazienza e tempistiche decise dal nostro “libertador”[2], scopriamo infine che il Salar de Uyuni si chiamava anticamente Lago Tauca, un mare interno oggi prosciugatosi, che si ricopre di un velo d’acqua ogni volta che piove creando il surreale effetto di riflessione che ci fa apparire “galleggianti sulle nubi”. Di fronte questo spettacolo incredibile, da togliere il fiato, Roberto continua a guidare senza una precisa espressione sul volto raccontandoci dei «compañeros boliviani che si sono persi nel Salar morendo assiderati durate la notte», con cinismo sottile, distaccato e magistrale, aggiungendo «questo è un posto molto pericoloso. Si stanno avvicinando le nuvole, tra poco si torna indietro».

Dopo il pranzo, servito in una casa di sale sopra un tavolo di sale seduti su sedie dello stesso materiale, continuiamo a “galeggiare” concedendoci una serie di foto spassose seppur degne del peggior turismo di massa. Si torna in auto, continua la narrazione. «I vari fiumi della zona, come il Rio Colorado ed il Rio Grande, che abbiamo visto attraversando i pueblos sulla via, sfociano tutti nel Salar», seguito da una serie di nomi alternati al cambio di marcia e al ruotare del volante, «San Cristóbal, Culpina, Villa Alota» e poi ancora «Valle de Rocas, Cerro Cachi Laguna, Desierto Siloli, Laguna Salada, Laguna Kara, Desierto Quetena, Salar de Capina», senza scordare i vulcani «Licancabur, Sairecabur, Juriques», fino al ghiacciaio «Montaña de Villa Mar» e, ovviamente, «La Laguna Colorada». Non penso nemmeno un secondo di controllare quei nomi sulla mappa. L’esperienza ed i modi un po’ burberi di quest’uomo mi convincono solo a scattare molte più fotografie senza curarmi della nostra posizione geografica. Come affidarsi ad un navigato Nostromo in pieno oceano e senza bussola.

Arrivati al confine con il Cile, salutiamo due ragazzi che proseguono il loro viaggio oltre frontiera. Roberto ne approfitta per fare un controllo del veicolo, accorgendosi della mancanza di due bulloni alla ruota posteriore sinistra. Pochi secondi dopo ha in mano una chiave con cui si limita a stringere più forte i rimanenti tre pezzi di ferro che ancorano la ruota al fuoristrada. Alla mia domanda «crede che sia sicuro?» Roberto tace, poi sbuffa, si pulisce le mani con uno straccio sporco di grasso ed infine risponde tiepidamente: «Señor, eso no es nada»[3]. Rimette dunque in moto e riparte più veloce di prima.

Da questo momento in poi il tempo vola e, come per magia, ci ritroviamo al punto da cui eravamo partiti, l’agenzia “Camel Salar”. «Spero che questi tre giorni siano stati di vostro gradimento» termina Roberto, dopo aver guidato più di dodici ore dall’alzataccia e dalla sua “radio-sveglia” in formato ciotola di latta. «Mi spiace, non posso accompagnarvi fino in stazione per andare a Potosí, ora dovete andare a piedi o in taxi…». Il coerente saluto di un impeccabile professionista del volante.

Suerte

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non fossero vissuti

riflette Terzani nell’introduzione a Lettere contro la Guerra.

Eppure è vero che alcuni giorni paiono invece avere un peso specifico così notevole da poter persino cambiare la propria visione del mondo, a poco a poco, come gli agenti atmosferici sul celeberrimo arbor de piedra o sulle piume dei fenicotteri rosa che prendono il sole a lato degli iceberg di botex nella Laguna Colorada, sostenuti su quelle gambette inzuppate in un lago vulcanico rosso, rosa e arancione, con una vetta innevata che vi si specchia alla luce calda del tramonto, oltre lo sconfinato altipiano andino ed il deserto di sale più grande del mondo.

Forse è questo il regalo silente che la Pachamama[4], a cui tutti i boliviani offrono doni e porgono ringraziamenti, desidera condividere con l’umanità. Nonostante gli ultimi mesi trascorsi in Bolivia mi è ancora poco chiara la differenza tra i vari camelidi andini – lama, alpaca o vigogna che siano -, ma cristallino il messaggio della tanto invocata divinità.

Nelle pagine che seguono il fotoreportage del mio viaggio nel Salar de Uyuni.

Note:
[1] Rum molto popolare e di largo consumo in Bolivia.
[2] Trad.: “Liberatore”. Suffisso onorifico del celeberrimo Simón Bolívar, che contribuì all’indipendenza di Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela. Qui utilizzato, ironicamente, per indicare un eroico senso del comando.
[3] Trad: “Signore, questo non è nulla”.
[4] In lingua quechua, la Madre Terra. Divinità delle popolazioni Inca, Aymara e Quechua a protezione della fertilità, della terra, dell’agricoltura.

Bibliografia:
Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi, Milano, 2002.

Discografia:
Kurt Vile, In concert live at KEXP, KEXP Radio (Seattle, USA), Dic. 2015.
Neil Young, In concert live at the BBC, BBC (London, UK), Feb. 1971.

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Laureatosi presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi in antropologia visiva ed etnologia dell’Africa, ha fatto ricerca e creato foto-reportage negli Stati Uniti, in Rwanda, Brasile, Guinea Conakry, Senegal, Indonesia, Colombia, Mongolia, Balcani Occidentali, Bolivia (più info qui). Appassionato di musica anni sessanta, noiosissimi documentari storici, chitarra dadgad d’ispirazione mondscheinsonate, è cinefilo e cinofilo seppur soffra di cinismo calmierato al 77%. Ha il vizio dell’abigeato e della visione maniacale de “Il dittatore dello stato libero di Bananas”. Sta infine pensando di cambiare il suo nome in 'pepe' in omaggio ad un tizio uruguaiano.

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