Il reddito di cittadinanza non è un reddito di cittadinanza

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Con la presentazione del Def – Documento di Economia e Finanza – e poi della legge di bilancio per il 2019 il cosiddetto reddito di cittadinanza è tornato alla ribalta nella cronaca politica italiana. Anche se al momento in cui scriviamo non c’è nulla di ufficiale se non lo stanziamento previsto nella Legge di Bilancio di 9 miliardi di euro, la volontà politica più volte manifestata dal Movimento 5 Stelle è quella di introdurre una misura molto vicina alla proposta portata avanti in campagna elettorale.

Si tratta di una misura di portata potenzialmente rivoluzionaria rispetto al tradizionale impianto del sistema di welfare italiano. Ma è davvero così? Che cosa è il reddito di cittadinanza? Che cosa lo distingue da altre forme di sussidio pubblico? Quali sono le novità rispetto al REI (Reddito di Inclusione) introdotto dal governo Gentiloni nel 2017? Cosa succede negli altri paesi europei?

Reddito di cittadinanza: cosa è e cosa non è

Il reddito di cittadinanza è una forma di sostegno al reddito che uno stato eroga ai suoi cittadini per il solo fatto di essere cittadini. Dovrebbe quindi essere una misura universale, non condizionata ad altri fattori come il reddito personale o familiare, il patrimonio, lo stato occupazionale. Il concetto ha una lunga storia filosofica, giuridica e sociologica che esula dall’interesse specifico di questo articolo ma che trovate ben riassunta qui.

Appare necessario però fare chiarezza almeno sui termini utilizzati per definire i diversi tipi di sussidio che rientrano nella categoria del sostegno al reddito.

Il reddito di cittadinanza – diversamente chiamato anche reddito di base, reddito di sussistenza, reddito minimo universale – è come già anticipato la formula più libera e senza controlli di sostegno al reddito perché prevede l’erogazione indistinta su base individuale di denaro da parte dello stato per tutti i suoi cittadini.

Ispirandosi al suo più noto teorico vivente, il filosofo Philippe Van Parijs, la rete Bein (Basic Income Earth Network), che ha come missione la promozione del reddito di base nel mondo, lo definisce come:

un pagamento periodico incondizionato erogato a tutti su base individuale senza controllo delle risorse né requisiti lavorativi.

Non vi sono quindi criteri di accesso e nessuna verifica sulla condizione economica dei beneficiari o sulla loro disponibilità ad accettare un lavoro, né su come decidono di spendere la somma ricevuta.

Se avete seguito un minimo il dibattito di questi ultimi mesi sulla proposta del governo avrete già intuito che siamo piuttosto lontani da questa definizione. Siamo invece più vicini ad una seconda tipologia di sostegno al reddito: il reddito minimo garantito, che viene invece erogato solo a chi – con i redditi di cui dispone – non raggiunge una determinata soglia, ritenuta minima per non vivere in povertà.

È in questa fattispecie che ricade in realtà la proposta del M5S-Lega: il reddito viene distribuito in base a dei criteri selettivi ed è limitato nel tempo. Per potervi accedere è necessario avere determinati livelli di reddito e di patrimonio, condizione lavorativa e disponibilità a lavorare.

Per questo è più corretto parlare di reddito minimo garantito, se entriamo nel dettaglio della proposta presente nel Def per il 2019 presentata dal governo M5S-Lega.

Il Reddito Minimo Garantito del governo M5S – Lega

Come anticipato, nella Legge di Bilancio presentata in Parlamento a fine ottobre 2018 non ci sono indicazioni su come verrà implementato quello che viene chiamato reddito di cittadinanza. Tuttavia qualche informazione in più era presente nel Def che aveva anticipato la legge di bilancio, ed era anche presente nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle.

Secondo quanto riportato in questi documenti la proposta prevede che per ottenere il sussidio il richiedente debba essere maggiorenne, risiedere in Italia da almeno 5 anni ed essere disoccupato o percepire un reddito di lavoro o una pensione tale da essere in una condizione di povertà. Nell’intenzione del governo, questa dovrebbe essere determinata da un Isee non superiore agli ottomila euro.

Il sussidio contribuirà a portare il reddito complessivo del richiedente a 780 euro mensili, con alcune variazioni sulla base della composizione del nucleo familiare. Il versamento non sarà quindi uniforme per tutti i richiedenti, ma a seconda dei casi cambierà per garantire a tutti la stessa quota di reddito minimo.

Secondo la proposta originale del Movimento 5 Stelle, per la richiesta e il mantenimento del reddito bisognerà sottostare a una serie di condizioni: iscriversi ai centri per l’impiego; dedicare almeno due ore al giorno alla ricerca di un lavoro; rifiutare non più di tre offerte di lavoro avvenute nel corso dell’erogazione del reddito; partecipare a progetti organizzati dai comuni “utili per la collettività” per otto ore settimanali; partecipare a corsi di formazione e aggiornamento professionale.

Queste limitazioni non sarebbero però ovviamente applicate per i pensionati che rientrano nei requisiti di accesso. Da quanto ne sappiamo oggi, sembra scongiurata l’ipotesi dell’esclusione completa agli stranieri del reddito minimo garantito, grazie all’inserimento della clausola dei 5 anni di residenza in Italia richiesti per la presentazione della domanda.

Questo darà la possibilità a numerosi stranieri di avere accesso al sussidio, con buona pace di Matteo Salvini e del suo partito. Malgrado le eclatanti dichiarazioni di Di Maio (“Reddito di cittadinanza solo agli italiani”), voci autorevoli hanno messo in guardia sulla legittimità costituzionale di un’esclusione così selettiva riguardo un sussidio come quello in oggetto.

Oltre all’introduzione del sostegno al reddito, è anche prevista una consistente riforma dei Centri per l’Impiego, incaricati di prendere in carico e gestire le richieste per l’accesso al reddito minimo garantito, con lo stanziamento di un miliardo di euro. Questa parte del meccanismo è ancora molto poco chiara, appare infatti improbabile che una macchina così complessa che attualmente funziona malissimo come i Centri per l’Impiego possa essere pronta a gestire una faccenda così complicata come il reddito minimo garantito a inizio 2019.

Su questo e molti altri punti, praticamente tutti, nei giorni in cui è stata presentata dal Consiglio dei Ministri la legge di bilancio, il premier Conte ha voluto fare delle precisazioni sul reddito minimo garantito, facendo intendere che ancora non c’è chiarezza – o forse armonia all’interno della maggioranza – su come concretamente implementare la misura.

E il Reddito di Inclusione già attivo in Italia?

Contrariamente alla percezione comune, la proposta dei 5 stelle non rappresenta una novità assoluta per il nostro paese. Nell’agosto del 2017 il governo Gentiloni aveva approvato una forma di sussidio simile, il Reddito di Inclusione (REI), una forma di reddito minimo garantito con paletti e criteri di accesso simili nella sostanza alla proposta del M5S.

Secondo la definizione che troviamo sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il Reddito di inclusione è una misura di contrasto alla povertà dal carattere universale, condizionata alla valutazione della condizione economica e si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune di residenza.

Per l’accesso al REI occorrono una serie di requisiti tra le quali la residenza continuativa in Italia da almeno due anni, un valore ISEE inferiore ai seimila euro, un patrimonio immobiliare non superiore ai ventimila euro (esclusa la casa di abitazione), non essere destinatari di altri sussidi sociali, quali il sussidio di disoccupazione.

Il REI spettante alla singola persona non può superare i 187 euro mensili, mentre per i nuclei familiari il limite è alzato al massimo a 540 euro per le famiglie di cinque persone. Il sussidio viene distribuito tramite una carta prepagata che permette il prelievo in contanti solo per la metà dell’importo totale erogato. La durata massima del REI è di diciotto mesi e per fare una nuova richiesta è necessario aspettarne altri sei.

Secondo il rapporto dell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione aggiornato a giugno 2018, il REI medio nazionale distribuito nel primo semestre 2018 è di 307 euro mensili, ma ogni regione registra valori diversi. Secondo lo stesso rapporto, 840.745 persone divise fra 266.653 nuclei familiari hanno goduto dei benefici economici portati dal sussidio.

A pieno regime è previsto uno stanziamento di circa due miliardi di euro annui a sostegno del reddito di inclusione, allo scopo di raggiungere almeno 2,5 milioni di persone. Un numero consistente, anche se pari solo alla metà delle circa 5 milioni di persone che vivono una condizione di povertà assoluta nel nostro paese.

Rispetto al REI la proposta di reddito minimo garantito del Movimento 5 Stelle si differenzia su diversi punti:
– Il calcolo della soglia minima di povertà (dai seimila agli ottomila euro di ISEE), che porta quindi nuovi potenziali beneficiari.
– Criteri più restringenti per la richiesta per gli stranieri (da due anni di residenza a cinque).
– Importi da erogare a singoli e famiglie, decisamente più alti nella proposta 5 stelle.
– Una durata del reddito minimo garantito che, nella misura messa sul piatto dal governo non avrà apparentemente un limite temporale, mentre attualmente il REI può essere erogato per un massimo di 18 mesi.

Il Reddito Minimo Garantito in Europa

reddito di cittadinanza in italia e in europa

Prima del REI, l’Italia era uno dei pochissimi paesi europei a non prevedere nella propria normativa una sorta di reddito minimo garantito. Già nel 1992 il Consiglio della Comunità Europea aveva richiesto l’istituzione “in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri”. Col tempo tutti i paesi europei si sono adattati alla richiesta tranne la Grecia e l’Italia. Vediamo quindi come funziona il Reddito minimo garantito nel resto d’Europa.

In Germania esiste l’Arbeitslosengeld II, sussidio mensile destinato a chi cerca un lavoro o ha un salario minore a una certa soglia. Il principio seguito è quello tipicamente tedesco di “sostenere e pretendere”, con lo Stato che eroga l’aiuto economico solo se il richiedente si impegna a fare tutto il possibile per uscire dalla propria posizione di disoccupazione ed accettare determinate condizioni: rispettare sempre le convocazioni dell’Agentur (agenzia governativa per il lavoro), seguire corsi di formazione e riqualificazione professionale pagati dal Jobcenter che eroga il sussidio, mandare un certo numero mensile di candidature a posizioni lavorative aperte, accettare le offerte di lavoro che vengono proposte dopo un certo periodo e, in caso vi fosse l’occasione, svolgere mansioni lavorative rimanendo all’interno nei limiti di reddito previsti per l’assistenza statale. La cifra erogata è di 400 euro, ma ci sono forti supplementi in caso di famiglie con figli.

In Francia la Revenu de solidarité active (RSA) è riservata a chi ha più di 25 anni e la richiesta può essere fatta direttamente online sul sito del Ministero della Solidarietà, compilando un form e fornendo la documentazione richiesta. Il richiedente è obbligato ad accettare la prima richiesta di lavoro e le forme di controllo sono attualmente molto rigide. Questo tipo di restrizioni ha portato molti aventi diritto (ben il 30%) a non fare neanche domanda, scoraggiati anche dalla quantità di documentazione e certificazioni necessarie da presentare. Per questo è in corso in Francia una riforma del sistema, con il Piano contro la povertà proposto da Macron a settembre 2018 che contiene anche una nuova concezione del reddito minimo, chiamata Reddito universale di attivazione.

Nel Regno Unito il reddito minimo si chiama income support ed è erogato a condizione che il richiedente non abbia reddito o abbia un reddito basso, non più di 16 mila sterline fra i risparmi, non abbia un lavoro a tempo pieno e non soddisfi i requisiti per ottenere altre forme di sussidio statale. Il sostegno varia a seconda del richiedente e del nucleo familiare: si parte dalle 57,90 sterline a settimana per un single tra i 16 e 24 anni, fino ai 114,85 sterline per le coppie adulte.

In Spagna il reddito minimo garantito è gestito interamente su base regionale: in Andalusia, ad esempio, lo chiamano reddito minimo di inserimento, in Catalogna reddito garantito di cittadinanza, in Galizia reddito di integrazione sociale, mentre nei Paesi Baschi reddito di garanzia delle entrate. Anche i requisiti variano da regione a regione, ma generalmente sono fissate delle soglie di reddito massime per fare richiesta e i richiedenti sono obbligati a seguire programmi speciali per trovare un lavoro. Gli importi minimi variano dai 419 euro dell’Andalusia (coi dovuti bonus per nucleo familiare) ai 665 euro dei Paesi Baschi.

In Danimarca il sistema di welfare è molto sviluppato e prevede tutta una serie di sussidi che vanno a supporto del disoccupato e di chi è in cerca di occupazione. Esiste però una forma assistenziale specifica per chi non è in grado di provvedere al proprio mantenimento: il kontanthjælp. Il sussidio richiede l’iscrizione alle liste di disoccupazione e la partecipazione a corsi e tirocini per tornare a essere spendibili nel mercato del lavoro. Le cifre erogate vanno dai 1.300 euro in su e vengono adeguate via via al costo della vita.

In Finlandia, in via sperimentale, si sta garantendo a duemila disoccupati fra i 25 e i 58 anni un reddito di base di 560 euro. I beneficiari non sono obbligati a fornire resoconti sul modo in cui spendono i soldi ricevuti e non vi è l’obbligo di cercare o accettare i lavori offerti dagli uffici di collocamento. L’esperimento è iniziato nel gennaio del 2017 e proseguirà fino al dicembre del 2018, malgrado diversi media internazionali abbiano riportato la falsa notizia della sua sospensione. Al termine della sperimentazione, l’esecutivo studierà i risultati e valuterà se e come estendere questo tipo di sussidio anche al resto dei cittadini in cerca di un lavoro.

L’importo del reddito minimo garantito contenuto nella Legge di Bilancio è quindi attualmente uno dei più alti di tutta Europa. Di quelli che abbiamo visto, solo la Danimarca eroga importi più alti. Il progetto del Movimento 5 Stelle coadiuvato dalla Lega rischia però seriamente di arenarsi a causa della reperibilità di quei nove miliardi di copertura previsti dalla manovra.

La Commissione Europea ha già bocciato il testo della legge di bilancio che le è stato presentato: uno dei motivi principali è proprio il ricorso al deficit previsto per far fronte all’erogazione materiale del reddito minimo garantito. Il governo non sembra però voler tornare sui propri passi, continuando a insistere sulla legittimità della manovra e sulla necessità del suo sussidio per il sostegno dei cittadini.

Il Movimento 5 Stelle sta facendo di tutto per mantenere una promessa elettorale forse più grande di quanto avesse preventivato. Malgrado il sostegno politico della Lega, è evidente che per attuare una versione così generosa di un reddito minimo garantito sono necessarie risorse che il nostro paese attualmente non ha a disposizione. Per questo è necessario ricorrere al debito pubblico, vanificando la ricerca di stabilità portata avanti dai precedenti governi e addirittura inserita nella nostra Costituzione con la clausola del pareggio di bilancio. Resta quindi da capire se la misura sarà effettivamente implementata così come previsto o se invece dovrà essere modificata, e se i suoi effetti saranno benefici o meno per i cittadini italiani.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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