Gonzalo Higuain, se fosse sempre e solo per i soldi

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@repstatic.it
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Quando controllo lo smartphone sono le 20 di domenica 3 aprile, e sono trascorse circa sei ore da Udinese-Napoli. Qualcuno, mentre lavoravo, mi ha scritto che in 90 minuti abbiamo buttato un campionato. Leggo, non rispondo, inserisco il blocco tasti; spengo, guido, mi sento più leggero. Sto meglio, come dopo una sosta al bagno. Finalmente è andata, penso: forse ci siamo liberati di un peso. Di un affanno, una speranza un po’ acida, un sogno stupefacente e tremendo. Forse ci ho tolto il pensiero, perché a -6 anche i pensieri si congelano, non li senti più. Boh. Però non ditemi (e non scrivetemi) che abbiamo buttato un campionato in 90 minuti. Se lo abbiamo buttato, lo abbiamo fatto in qualcosa in più.

Chi segue questa rubrica con un po’ di costanza (thanks) sa quanto poco mi riesca semplice dire male dell’operato di qualcuno. Credo nella componente umana delle vicende e nelle loro inevitabili imperfezioni, che sono tra le cose più difficili da comprendere a caldo. Di più: Je sto vicino a te è stato un angolo azzurro che fin dall’inizio dell’esperienza Sarri ha detto “Calma, diamo una possibilità, fatevi un’uscita e toccate le femmine, che se ‘sto Sarri fa schifo lo dimostrerà da sé”. Maurizio Sarri non fa schifo. Questo Napoli non fa schifo. Non scherziamo: ha divertito, ha portato a casa numeri grandiosi e nel complesso ha sbagliato davvero poco.

D’altra parte, però, ha mostrato anche i suoi limiti. Non si tratta solo di limiti tecnici (perché la Juventus non ha un Higuain, per dirne una, anche se ha una rosa più lunga e robusta). Si tratta anche di mentalità. E attenzione, soprattutto di mentalità. Un campionato non lo vinci lamentandoti: lo vinci facendo lamentare gli altri. Lo vinci dicendo ai tuoi – e ai giornalisti, e ai tifosi, a questo mondo e pure a quell’altro –  che non sai se esistono ingiustizie e sudditanze, ma nel caso poco importa: perché siamo il Napoli e il Napoli supera ogni cosa. Nei fatti può anche essere diversa, la situazione; ma un conto è scendere in campo con un mezzo alibi già nel cassetto (il pallone; gli orari; le coppe…) un altro è se uno ci va pensando di essere, appunto, superiore al bello e cattivo tempo. Mister, qui non le abbiamo mai risparmiato complimenti.

Vabbuò però lo possiamo dire che l'espulsione fa ridere? | @leonardo.it
Vabbuò però lo possiamo dire che l’espulsione fa ridere? | @leonardo.it

Certo, qualsiasi processo al mister sarebbe ridicolo, francamente. Uno dice: Sarri ha messo quasi sempre gli stessi undici. Vero. Uno dice: quell’undici alla lunga si è logorato. Vero. Uno dice: alcuni giocatori sono calati di stimoli, forse, perché se a metà settimana sai che giocherai magari un po’ la fame passa. Il punto è che non deve passare: il mondo, amico, lo devi prendere a calci. Tuttavia, se tutte queste cose sono giuste, è anche vero che mister Sarri ha avuto una rosa che da gennaio in poi (gennaio, ricordate? Campioni d’inverno) non avrebbe potuto competere in termini di rincalzi. Ghoulam, Jorginho, Hamsik, Hysaj; tutta gente, tra gli altri, che a Udine ha giocato appannatissima. Hanno bisogno di tirare il fiato, sì, poi però la rosa è corta e allora amen. Ragazzi, c’è poco da girarci intorno e parlare: se a gennaio sei in testa, e se vuoi quel dannato campionato, sei chiamato a sbilanciarti di più. Vada  per Grassi, caro presidente. Ma vada per le prossime stagioni.

La rabbia di Gonzalo, che perde la testa e vuole spostare il mondo con urla, pugni stretti e lacrime, è la rabbia di tutti noi. È la rabbia di chi ha dato finora il 110% per questa maglia e questa impresa, ma forse non ha sempre percepito lo stesso in ogni molecola del club. Io ci credo che Gonzalo sia voluto rimanere qui, questa stagione, dopo un discorso con Sarri. Gonzalo non è stato convinto: Gonzalo ha fatto un respiro e ha pensato che questa città, le tinte pastello di certe sue case in primavera, le bellezze, lo squallore e la banalità di vie, persone, albe e temporali – sì cazzo, anche i soldi: contenti?  – valevano la pena di provare l’impresa. Un’impresa riuscita solo ad un altro pazzo, forse più basso ma sempre argentino. Quando a Udine Gonzalo ha sbattuto il pallone (prima ammonizione) ho pensato fosse un coglione. Quando è uscito dal campo urlando al mondo, ho pensato che lo stesse facendo anche per me, anche per noi, che in quel momento lo stavamo facendo nei nostri mondi privati e remotissimi. Ha smesso di sembrarmi un giocatore perché mi è sembrato meno professionale, meno perfetto, meno Cavani, meno Juventus e più sbagliato, più fragile, più incompiuto, più umano.

Se fosse solo e sempre per i soldi, gioco o non gioco che importa: a fine mese becco sempre.

Io Gonzalo l’ho visto soffrire. Ho sentito che gli bruciava.

Io Gonzalo l’ho sentito vicino.

Forza Napoli, sempre.

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Napoli, luglio '87. Due mesi prima gli Azzurri vincono lo scudetto, lui arriva in ritardo. Una laurea in Storia contemporanea, ma scopre che la Storia non si ripete. Poi redazioni, blog, libri, ciclismo, molti aerei, il tifo, la senape, la vecchia Albione, un viaggio di 10mila km in camper in capo al mondo. Per dimenticare quel ritardo sta provando di tutto.

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