Dopo Frosinone-Napoli ci siamo dentro fino al collo

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Foto: Andrea Ardolino

Ci sveglieremo, ma è tardi per non rimanerci male. Nessuno parla di scudetto, né vuole sentirne parlare. Restiamo muti, molto eccitati, un po’ impauriti. Nella notte. Nei letti. Nelle sciarpe stese sulle spalliere dei letti. Nelle mani vicine prima di dormire. Nei messaggi, prima di dormire. Negli occhi e nei sorrisi dei bambini e negli occhi e nei sorrisi degli adulti, e se ci pensi questa è una di quelle storie che li rende uguali. Dietro le porte di casa aperte quando torni da Frosinone, di chi le mantiene e ti guarda, è come te campione d’inverno. È tardi. Ci siamo dentro. Ci siamo dentro fino al collo, ragazzi.

Lo sappiamo: ci saremmo dovuti destare prima, tipo a dicembre. Saremmo dovuti finire quinti a Natale e pensare a quel weekend a Londra, dopo l’Epifania, con i saldi e il gelo e i pub con la moquette sotto i piedi e gli highlights senza volume della Premier. Andiamo a vedere una squadra sfigata di League two? No. Guardate fuori: è gennaio. Dopo il noto c’è la vertigine. C’è la sensazione di quando impari a pedalare e scolli la mano da quel sicuro muro di certezze, quel muro di passato, un mucchio di illusioni. Succede che vai. Poi no. Poi sì. Poi così-così. Poi vai ancora. Come non lo sai. È una questione di peso e sogni, pianoforti in equilibrio senza rotelle. È un mistero. È infantile. È magnifico. Ma è anche una volta sola: perché il brutto del non dimenticarsi come si pedala è non poterlo imparare ancora.

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Boras, Svezia. | Foto: Andrea Ardolino

Quando ci sveglieremo sarà tardi, sciocco e bugiardo negare che c’è stato anche un solo momento in cui abbiamo creduto che tutto – davvero tutto – sarebbe potuto essere possibile. Vorremmo mettere subito avanti, come con i vecchi registratori, e vedere come finisce. Oppure stop, per sempre. Oppure indietro, fino alle origini. Oppure sparire e non saperlo mai. Quest’attesa è snervante e ingiusta. Se solo si potesse, il girone di ritorno lo giocherei in tre settimane, una partita al giorno o anche due. Per finirla subito, togliere questo dente cariato e non pensarci più.

A volte incrocio persone dopo anni. Vai sempre a seguire il Napoli? Sorrido dolce, replico con la testa. Afferro tutta la distanza tra allora e quella domanda. In quei momenti realizzo che seguire una squadra appena possibile, in ogni modo possibile, è tra le cose che più cambiano, nella sostanza. Dall’esterno è sempre quello: lasci casa e raggiungi un campo, con qualcuno o anche da solo. Nei fatti, tutto non potrebbe essere più diverso.

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Genova.

Cambiano giocatori e mister. Cambiano le persone della tua vita, e quelle che partono un po’ le porti con te in ogni stadio. Cambiano il tuo lavoro, il tuo tempo e il tuo credo, se ne hai uno. Cambiano dubbi e capelli, le tue rughe e le tue mani, i tuoi soldi e le tue scarpe, la priorità che dai alle cose, forse la marca delle tue sigarette o forse non fumi più. C’è la tua famiglia, ma cambia anche quella. Cambia la serie in cui giochi e le stronzate che credi vere, i giocatori che giurano amore e le donne che fanno lo stesso: i primi cambiano maglia, le seconde cambiano faccia. Cambiano gli aeroporti dove dormi, sdraiato su tre sedili o a terra su un cappotto aperto, cambia il sorriso di chi ti porge un caffè lungo e bollente alle quattro del mattino.

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Frosinone, stadio Matusa.

Crescere, un mucchio di volte, significa sbagliarsi e cambiare modulo. Cambia la nostra disponibilità, tutte le nostre pazienze. Cambia la lingua dei menù nei settori che calpesti e quella di chi ti scrive che manchi, fai attenzione, ti amo. Cambiano i cori, il tuo peso, la voglia di rinunciare alle cose. Persino i ricordi cambiano, il modo in cui li riportiamo in mente: i dettagli e le tinte, un sacco di aromi, alcuni dei quali li dimentichiamo in chissà quale campo, a Castellammare, a Parma o a Boras. Litighiamo, ci urtiamo, diciamo di aver chiuso, poi portiamo al tavolo una media in più ed è ok, poi finiamo in serie C e ci abboniamo lo stesso, poi rientriamo sfatti di freddo e sudore, induriti e vuoti, pieni e a volte sfiniti. Cambi tu. Cambia tutto. Muore persino David Bowie. Allo stesso tempo vedere quelle maglie dona la paradossale e sbagliata impressione che dopo decenni sia cambiato niente.

Sarà troppo tardi per non rimanerci male se tutto questo dovesse finire. Lo sappiamo. Ma avete mai insegnato a un adulto a pedalare? È uno di quei casi in cui la vita risparmia un sorriso all’infanzia per renderlo più in là. Campioni d’inverno. Via dal muro. Senza rotelle. In equilibrio.

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Napoli, luglio '87. Due mesi prima gli Azzurri vincono lo scudetto, lui arriva in ritardo. Una laurea in Storia contemporanea, ma scopre che la Storia non si ripete. Poi redazioni, blog, libri, ciclismo, molti aerei, il tifo, la senape, la vecchia Albione, un viaggio di 10mila km in camper in capo al mondo. Per dimenticare quel ritardo sta provando di tutto.

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