La storia e il punto sulla Brexit

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Aggiornato al 13 dicembre 2019

Le elezioni inglesi di dicembre

Boris Johnson ha ottenuto una larga vittoria alle elezioni parlamentari inglesi che si sono tenute il 12 dicembre, battendo il candidato Laburista Jeremy Corbyn con ben il 43% dei voti. I conservatori si aggiudicano così 363 seggi, laddove la maggioranza del Parlamento britannico richiede 326 seggi. L’attuale Primo Ministro inglese ha adesso tutti i numeri necessari e la forza politica adatta per condurre il paese verso lo scenario tanto agognato: la Brexit si farà.

I prossimi passaggi

Nelle prossime settimane, Boris Johnson presenterà e chiederà nuovamente l’approvazione in Parlamento al suo piano per condurre il Regno Unito fuori dall’UE. Coi numeri ottenuti, l’esecutivo non dovrebbe avere problemi a far passare l’accordo. Il 31 gennaio 2020 è attualmente indicato come giorno della Brexit.

A quel punto partirà un anno di transizione in cui il Regno Unito formalmente non farà più parte dell’Unione Europea, ma rimarranno ancora in vigore i trattati comunitari per dare il tempo ai negoziatori di buttare giù nuovi accordi fra le parti. In particolare, il Parlamento Europeo dovrà nominare un gruppo di negoziatori col mandato di trovare un nuovo accordo commerciale con il Regno Unito.

Molti osservatori hanno però paura che un solo anno non sia sufficiente per dirimere tutte le questioni in sospeso. Oltre al sì degli organi UE, il testo dell’accordo commerciale dovrà essere ratificato anche da tutti i paesi membri, allungando di molto i tempi per la sua attuazione. Il rischio è quello di arrivare al 31 gennaio 2021 senza un accordo definito.

Johnson, tuttavia, rimane ottimista. Il Primo Ministro inglese è convinto di poter ratificare l’accordo con l’UE in tre mesi, lasciando il tempo necessario per l’approvazione anche agli Stati Membri. Le proposte dei regolamenti europei e britannici sarebbero già allineate e non dovrebbero esserci sorprese. Rimane comunque la possibilità che alla fine di giugno 2021 il trattato commerciale non sarà stato ratificato e il Regno Unito potrà chiedere un’estensione del periodo di transizione.

Johnson ha comunque escluso l’ipotesi di ulteriori rinvii e, nel caso di mancato accordo, ritornerebbe plausibile lo scenario del tanto temuto no deal e di una hard Brexit.

La storia di Brexit

Dopo l’uscita di scena di Theresa May, il nuovo Primo Ministro conservatore Boris Johnson sembra indirizzato ad andare avanti in ogni caso, dopo i ripetuti fallimenti dei mesi precedenti e dopo lo scacco del voto contrario in Parlamento. La possibilità di una hard Brexit porrebbe tuttavia numerosi problemi sia al Regno Unito sia al resto dei paesi europei.

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Foto: Dunk da Flickr

Il quadro generale e le cause della Brexit

Per capire come si è giunti a tutto ciò è necessario indagare in profondità le peculiarità britanniche riguardo al concetto di Europa politica. La posizione di Londra nei confronti del processo di integrazione europea è sempre stata scettica e persino ostile nelle sue fasi iniziali, ed è stata poi ulteriormente rafforzata, anche nel sentimento popolare, dall’ondata di ciò che etichettiamo come populismo e/o sovranismo.

Tale indirizzo politico ha origine ancor prima che l’Europa si costituisse come entità sovranazionale. Lo stato britannico infatti, uscito vittorioso dalla seconda guerra mondiale nel 1945, aveva un bisogno urgente di una ricostruzione totale e il Primo Ministro e volto della vittoria sul nazismo Winston Churchill sembrava inizialmente predisposto all’idea di Europa che stava nascendo in linea ancora teorica nell’immediato secondo dopoguerra.

Le elezioni del luglio del 1945 portarono tuttavia alla sorprendente vittoria del laburisti, guidati da Clement Attle, che si imposero grazie ad una campagna elettorale incentrata su un importante programma economico interventista che avrebbe portato alla nascita dello stato sociale anche oltremanica.

Parallelamente, l’incipiente raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, condusse Londra a preferire la classica special relationship con Washington piuttosto che accodarsi agli altri paesi dell’Europa occidentale che di lì a poco avrebbero posto le prime basi del processo europeista.

Bisognerà attendere sino al 1973 per vedere Londra accedere a quello che allora era chiamata Comunità Economica Europea (CEE) e non dopo numerose schermaglie. La più importante fu senza dubbio la creazione nel 1960 di un’area di scambio alternativa a quella europea continentale.

Quando infine il veto francese del Presidente Charles De Gaulle cadde, il Regno Unito accedette alla CEE. Bisogna tuttavia notare che ciò dipese in gran parte dal fallimento economico dell’area di scambio atlantica creata da Londra e dal parallelo successo del mercato comune europeo. Non fu, in altre parole, dettato da un crescente sentimento europeistico dei britannici.

Successivamente Londra si schierò sempre in favore di una visione europeista moderata, avversando qualsiasi modifica in chiave sovranazionale delle sue istituzioni e dei suoi accordi (basti ricordare che il Regno Unito non fa parte dell’area Schengen, né dell’unione monetaria, non avendo adottato l’euro).

Non appare così del tutto sorprendente il fatto che nel giugno del 2016 il 51,89 per cento dei britannici abbia optato per il “leave”, ovvero per abbandonare l’Unione Europea.

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Foto: ChiralJon su Flickr

Motivi e geografia del ritorno all’antieuropeismo

I motivi di questo risultato sono tuttavia molteplici. Oltre all’ormai storico scetticismo verso il concetto di Europa politica esistono ulteriori fattori altrettanto importanti. Innanzitutto la crisi economica scaturita nel 2008 ha lasciato ferite profonde che hanno portato, in linea generale, ad una maggior paura e chiusura nelle società occidentali. Non dimentichiamo infatti che buona parte della campagna elettorale pro Brexit è stata condotta tramite la propaganda avversa all’immigrazione europea in Gran Bretagna.

Altro fenomeno, collegato ai lasciti della grande crisi, è la sempre maggior diffusione delle idee portate avanti dai partiti cosìdetti populisti. Questo fenomeno in Gran Bretagna si è palesato principalmente attraverso il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), guidato fino al 2016 da Nigel Farage. L’UKIP è nato nel 1993 da una costola del Partito Conservatore ed il suo obiettivo principale è da sempre stato il raggiungimento della Brexit. Non è infatti un caso che proprio in conseguenza della vittoria del leave Farage abbia deciso di dimettersi dopo dieci anni alla guida del partito.

Esistono tuttavia numerose differenze all’interno del Regno Unito. Le aree periferiche di Scozia, Irlanda del Nord e alcune province del Galles hanno infatti votato massicciamente per il “remain”. Edimburgo in particolare potrebbe riproporre il referendum per l’indipendenza già effettuato nel 2014 con un esito che questa volta potrebbe essere assai differente.

Altro elemento di grande interesse riguarda la città di Londra che, a differenza delle altre maggiori città inglesi, ha votato in maggioranza per rimanere in Europa. La city è il cuore economico e finanziario del Regno ed è anche il maggior esempio di metropoli multiculturale delle isole britanniche. Il peso dei suoi voti sulla bilancia è quindi molto elevato e un possibile accordo tra Bruxelles e il Governo di Johnson per l’uscita potrebbe avere inaspettate ripercussione sulla capitale.

In definitiva, qualunque sia l’esito degli attuali colloqui tra il Governo di sua Maestà e l’Unione europea, le conseguenze all’interno del Regno Unito potrebbero essere imprevedibili.

Il punto sulla Brexit: la fattibilità dell’uscita

La domanda più ricorrente è quando e in che modalità si possa mettere in marcia concretamente questa decisione. Dopo numerose proroghe sembra infatti che ci si avvicini ad un accordo tra Londra e Bruxelles che indubbiamente faciliterebbe le cose, soprattutto nell’ottica dei futuri rapporti tra i due soggetti.

Appare chiaro che la difficoltà maggiore per Johnson sarà far passare questo accordo nel Parlamento britannico, giacché si sono già palesati malumori che hanno poi effettivamente portato alla prima bocciatura il 19 di ottobre 2019.

Secondo molti parlamentari infatti questo accordo penalizzerebbe notevolmente Londra, soprattutto per quel che riguarda la libertà di manovra sul confine nordirlandese. Johnson ha già dichiarato che andrà avanti comunque, con o senza voto positivo di Westminster, sventolando di nuovo lo spauracchio dell’uscita senza accordo.

È comunque evidente che in entrambi i casi i passi da fare siano ancora tutti da decidere. È infatti la prima volta che un paese recede dall’Unione Europea, e non sono quindi chiare tutte le dinamiche che ne possano scaturire, in particolare la politica circa l’ingresso e la residenza dei cittadini europei nel Regno Unito e dei britannici nei Paesi del continente.

Martedì 22 ottobre, intanto, il Parlamento inglese ha votato due provvedimanti importanti: il primo, che è stato approvato, è la legge attuativa che permetterà l’effettiva uscita del Regno Unito dall’UE, la prima approvata da Westminster da quando si parla di Brexit. Il secondo riguardava invece la proposta del governo di esaminare e approvare l’accordo di uscita nel giro di tre giorni, che al contrario è stata respinta. Questo ha inevitabilmente allungato i tempi per la discussione e approvazione del testo, rendendo di fatto impossibile l’uscita al 31 ottobre con un accordo approvato dal Parlamento.

Johnson non si è comunque scomposto e ha dichiarato che i lavori per il “no deal” verranno quindi portati avanti con più urgenza. Tuttavia, non ha espressamente ribadito la scadenza di fine mese come ultima data prima dell’uscita senza accordo ed è probabile che il Primo Ministro inglese stia solo prendendo tempo in attesa di sapere la decisione dell’UE sul rinvio di Brexit richiesto dal suo governo lo scorso 19 ottobre.

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Foto: Andrew Parsons su Flickr

Le possibili conseguenze sul Regno Unito

I problemi cui dovrà far fronte Londra una volta ultimata l’uscita sono notevoli e sono suddivisibili in due categorie: problemi di natura interna e internazionale.

Le problematiche interne al Regno sono chiare già oggi e la più scottante è senza dubbio la questione del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, unica frontiera terrestre tra Regno Unito ed Unione Europea. L’imposizione di un nuovo confine fisico tra le due aree dell’Irlanda contribuirebbe notevolmente a riaccendere le ceneri mai del tutto spente dell’indipendentismo. Inoltre tale decisione avrebbe una ricaduta economica notevole per quel che riguarda i lavoratori frontalieri che quotidianamente varcano il confine e, in particolar modo, ne risulterebbe danneggiata Dublino, essendo un esportatore netto di merci verso la Gran Bretagna.

Rimane sul tavolo l’ipotesi dell’abbattimento delle dogane, decisione che renderebbe immediatamente Belfast un’area economicamente integrata nell’Unione Europea. Risulta tuttavia difficile da credere che questa opzione venga approvata dagli esponenti più intransigenti della Brexit dura.

A ciò va aggiunta la componente scozzese che, data la forte connotazione europeista degli scozzesi, renderebbe per il Governo di Edimburgo assai difficoltosa un’uscita indolore dall’Europa. A questo punto è chiaro che molto dipenderà dalle modalità della separazione. Non è escluso che in mancanza di un accordo, la Scozia possa indire un nuovo referendum per l’indipendenza.

Per quel che riguarda la collocazione internazionale, il Regno Unito si troverebbe a dover ricostruire dalle fondamenta i rapporti con tutti i paesi europei continentali. Si rafforzerebbe invece l’ormai datata relazione speciale con gli Stati Uniti, soprattutto se Johnson dovesse essere riconfermato come Primo Ministro. È tutto da vedere se il rapporto con Washington possa essere sufficiente, giacché in un mondo ogni giorno più globalizzato le dinamiche storicamente consolidate sembrano non bastare più.

Le possibili conseguenze sull’Unione Europea

Di tutt’altra natura saranno le questioni che dovrà affrontare l’Unione Europea. Il principale dilemma è il possibile effetto valanga che potrebbe provocare l’uscita di uno stato membro. Ad oggi appare improbabile che un altro paese dell’Unione possa richiedere di uscire in tempi brevi, tuttavia il crescente consenso dei partiti euroscettici potrebbe vedersi ulteriormente incrementato dall’effetto Brexit.

In secondo luogo, Bruxelles si priverebbe di uno dei maggiori membri sia per importanza internazionale che economica. Evidentemente non un buon biglietto da visita per l’Unione Europea a livello di politica internazionale. Il nodo principale resta quello delle centinaia di migliaia di cittadini europei che lavorano e risiedono nel Regno Unito. Molti di loro stanno già cercando mete alternative, mentre sarà compito dei governi e delle diplomazie trovare gli accordi per facilitare il più possibile il rilascio di un permesso di soggiorno per coloro che risiedono già da diversi anni nelle isole britanniche.

In definitiva, è chiaro che l’Unione Europea per evitare nuovi casi come questo necessita di una profonda revisione, o addirittura rifondazione, delle proprie idee e istituzioni per poter sperare di sopravvivere alla contemporaneità.

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Toscano, politologo e amante della storia. Considera la politica internazionale la madre dell'alta politica e crede che il passato sia fondamentale per capire gli eventi presenti. Ama i classici poiché dal loro insegnamento si può trarre grandissimo giovamento per la quotidianità.

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