Brexit: fuori dall’Europa o fuori dalla storia?

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Brexit: fuori dall'Europa o fuori dalla storia?
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Il 23 giugno 2016 il secondo più grande pasticcio politico della storia europea del dopoguerra è avvenuto. Il primo fu quello di concedere alla Gran Bretagna di fare parte dell’UE, a condizioni speciali e illegittime. Ma questo non è il vero tema odierno. Perché questo non è stato un referendum sull’UE, non lo è mai stato. L’UE può essere migliorata (così come l’Italia, la Svizzera, il Bangladesh, il Costa Rica), ma non è affatto un insieme dispotico di burocrazia soffocante, anzi, è l’organizzazione sovranazionale migliore nella storia dell’umanità, almeno fino ad oggi. Per gli inglesi poi, figuriamoci, già stavano quasi fuori dall’Unione in quanto a vincoli e regole comuni. Questo è stato il referendum a favore o contro l’odio, la paura, le bugie. E hanno vinto odio, paura, bugie. Non in una landa desolata, ma nel Regno Unito. Da questo, indipendentemente dalla questione europea, non può uscire nulla di buono.

Una contraddizione

United Kingdom, Common Wealth: stare insieme è bello, quando spadroneggi su ex colonie. European Union: stare insieme fra pari, invece, piace meno.
Fin dall’adesione del 1973, infatti, la Gran Bretagna ha preteso e ottenuto di essere partner degli altri Paesi europei, ma a condizioni particolari fatte su misura: il diritto all’opt out su gran parte della legislazione europea (cioè il diritto a non applicarla), il diritto al rebate delle quote di partecipazione (cioè il diritto a vedersi rimborsato gran parte del contributo) ma, dall’altra parte, il pieno diritto a partecipare ai processi decisionali europei, della Comunità prima, dell’Unione poi. Sua maestà ha applicato al rapporto con l’Europa il metodo classico della diplomazia di un ex impero decaduto che ancora si crogiola nella propria presunta specialità e differenza dagli altri, riassumibile in breve: partecipare a un progetto buono per essere certi di poterlo sabotare.

Il Regno Unito ha infatti impedito sia nei tempi che nella sostanza il raggiungimento di grandi obiettivi di integrazione europea. Ottenuto il mercato unico, ha poi bloccato i lavori su una politica fiscale unitaria. Con John Mayor al governo – erede della Thatcher, che aveva ottenuto le prime concessioni, mai più ridiscusse in seguito – i britannici avevano spinto fortemente sull’allargamento ad est dell’UE, proprio scommettendo sulla successiva difficoltà di gestione dell’Unione e il suo fallimento. Da ultimo, proprio nella crisi finanziaria a cui Londra ha dovuto porre rimedio spendendo migliaia di miliardi dei suoi cittadini per salvare tutte le proprie maggiori banche, i solerti negoziatori britannici hanno tentato di annacquare in ogni modo le nuove e severissime normative bancarie europee, peraltro (e qui è la dimostrazione di quello che dicevamo), norme che al Regno Unito si applicano solo in parte, poiché dedicate primariamente all’area Euro (Unione Bancaria).

Da questo punto di vista, a una domanda su quale sia il danno della Brexit per l’Europa, in termini puramente utilitaristici e non politici, la risposta è semplice: nessuno. Anzi, si tratta di una bella liberazione. Nessuno rimpiangerà l’arroganza di chi si sente superiore e speciale, sputa nel piatto in cui mangia, non paga il conto, ma allo stesso tempo vuole decidere il menù degli altri cercando di fare in modo che mangino male. L’accordo di febbraio sbandierato da Cameron come ottimo affare per restare nell’Unione, inoltre, rendeva la partecipazione del Regno Unito una barzelletta: no regole comuni sull’immigrazione e l’asilo, no regole comuni sulla finanza e le banche, esenzione dal principio di collaborare per raggiungere un’Unione sempre più stretta. Molto meglio non essersi trovati a dover pensare di applicare questa robaccia. Goodbye.

L’analisi, però, non può fermarsi qui. Perché quanto è avvenuto, sia nelle cause, sia nelle modalità e anche negli effetti, è purtroppo pericoloso, se non potenzialmente tragico. Non è avvenuto nel vuoto pneumatico, o in un periodo di vacche grasse e concordia, bensì in un momento storico incandescente in cui i nazionalismi, il razzismo e la paura – nella demagogia e nel populismo trionfante – stanno facendosi sentire, ricordando a molti storici l’Europa del 1914. Non è detto che, a questo punto, l’Unione europea non si sgretolerà del tutto.

Cameron: inetto e pericoloso

I primi a piangere, per il momento, sono proprio i rappresentanti di quella classe politica inglese che, ben consci degli immensi vantaggi e degli indebiti trattamenti di favore che UK vanta(va) come membro dell’UE, mai avrebbero voluto uscire dall’Unione. E qui si arriva al protagonista della vicenda, David Cameron, l’uomo che distrusse due Unioni: Unione europea e Regno Unito.

L’ex inquilino del n. 10 di Downing Street si è messo a giocare con il fuoco (come già scrivevamo nel marzo di quest’anno), mettendo a repentaglio il futuro di generazioni. Per risolvere una lotta interna per la leadership del proprio partito, infatti, Cameron ha sventolato l’idea del referendum, sputando fango sull’Unione europea per mesi. A referendum indetto, la stessa persona si è messa a fare campagna per rimanere nell’UE, declamandone le virtù. Si è mai visto che chi indice un referendum poi fa campagna contro? Con quale credibilità? È perfino miracoloso che quasi la metà dei britannici abbia votato “remain” turandosi il naso di fronte a questo capolavoro di piccolezza umana e politica. Un esempio di followship, invece che di leadership, un disastro epocale. Anche in questo, goodbye. Tuttavia, anche in questo caso, una potenziale buona notizia, cioè il suicidio politico Cameron, si trasforma in una probabile tragedia: la campagna “leave” ha vinto, e il modo in cui ha vinto è drammatico.

Brexit: il voto e la campagna

Ci sarebbe da discutere se sia possibile chiamare democrazia questo referendum. Sembra più un sondaggio, fatto per correre dietro alla pancia di un elettorato pericoloso e sottovalutato. A parte il fatto che nella non esistente costituzione inglese il referendum consultivo non esiste, e quindi non ha valore legale, rimane – almeno nell’opinione di scrive – la certezza che democrazia, e nemmeno democrazia diretta, non significa indire dei sondaggioni popolari su questioni a cui non è possibile dare una risposta con un sì o con un no. Questioni come i Trattati internazionali, non a caso, sono espressamente sottratte alla assoggettabilità a referendum da parte della Costituzione italiana.

Non è possibile una consultazione popolare su temi complessi e articolati su cui il grado di disinformazione è troppo alto, la demagogia immensa, e che vengono giudicati nel presente, ma hanno un’estensione storica temporale molto maggiore, sia nel passato che nel futuro. Questo sembra più caos organizzato ad arte per scopi politici meschini (vedi Cameron), che poi sfugge di mano. In referendum di questo genere, la popolazione vota con una secca risposta ma può includere in questo un semplice voto spaccone di protesta, un andare a vedere “che succede se”, un “ve la faccio vedere io” al governo di turno, un sberleffo alla politica intesa come insieme indifferenziato di casta solo per il gusto di farlo. La colpa suprema di ciò che è avvenuto, dunque, risiede in chi il referendum lo ha indetto, andando ad accarezzare ignobili appetiti xenofobi e ignoranti, dando loro ragione di esistere, convinto di poterli utilizzare a suo vantaggio, invece di cercare di metterli a tacere dando risposte politiche di valore anche a chi un disagio lo prova davvero. In ogni caso, però, un risultato si è avuto e non si può certo ignorarlo.

In questo senso, ecco l’elemento più preoccupante per il futuro. La campagna del “leave”, condotta da Farage e Johnson, con l’appoggio di giornali quali The Sun e The Daily Mail, ha avuto tre temi fondamentali: paura, razzismo, bugie. E hanno vinto loro. Hanno vinto l’odio e il nazionalismo in un Paese in cui la settimana del voto una deputata è stata uccisa per strada da un fanatico nazionalista. Ha vinto un tizio, Farage, che ha poi ha avuto a dire “abbiamo vinto senza sparare un colpo”, forse non contava la sua ex collega ammazzata per strada a pistolettate. Ha vinto la retorica della paura dell’immigrazione, dell’invasione e della perdita del lavoro. Hanno vinto le più clamorose balle sull’Unione europea che sia mai capitato di sentire. Una marea di fandonie, falsità, menzogne. I partiti più liberisti di un Paese da sempre tradizionalmente liberista come il Regno Unito hanno vinto dicendo – e poi subito smentendo – che i soldi che Londra versa all’UE li avrebbero investiti invece nel NHS, il servizio sanitario nazionale. Proprio loro che intendono smantellarlo e che si battono per la privatizzazione di ogni settore. Eppure, anche dicendo una panzana del genere, hanno vinto.

We want our country back

lo slogan. Ma chi ve l’ha mai tolto, il vostro Paese?
Purtroppo, come ha avuto a notare un noto giornalista inglese che vive in Europa, non si smontano 40 anni di bugie sull’Europa in pochi mesi di campagna. La retorica inglese sull’UE è vergognosa da sempre, ha sempre alimentato diffidenza e senso di superiorità, difficile ribaltare tutto in poco tempo. Non è un caso che, nella giornata dopo il risultato, Google è stato preso d’assalto in Gran Bretagna da una moltitudine di persone che, chiedendosi se non si fosse commessa una fesseria, cercavano di capire cosa sia l’UE. Questo è il problema, non tanto l’uscita del Regno Unito dall’UE, ma il trionfo della menzogna, del nazionalismo da bar, della disinformazione, della protesta fine a se stessa e della superficialità. Esistono però chiare responsabilità.

Paure, odio, bugie

Da un lato, infatti, se il nazionalismo e la radicalizzazione fanno presa più del solito, significa che il sistema non ha saputo rispondere a quella parte di cittadinanza britannica, ma che è presente in quasi tutti i Paesi europei e non solo (vedi USA, elettori di Trump), che teme la globalizzazione, si sente minacciata, si sente lontana dall’attenzione dei decision makers, subisce e paga crisi finanziarie causate in sfere irraggiungibili, perde lavoro e dignità, vede crescere la disuguaglianza. E sono preoccupazioni legittime. Cosa c’entri l’UE con tutto ciò, soprattutto dal punto di vista inglese, è però un mistero.

Di fronte a questi temi fondamentali, o la politica trova risposte, o si innescano problematiche troppo grandi per una risoluzione definitiva ma che a questa auspicano, cioè auspicano a improponibili soluzioni radicali. Purtroppo, però, la politica attuale soffre di respiro corto. Nel Regno Unito, ma è solo un esempio lampante fra molti altri, si è adottata la retorica più spiccia: se abbiamo dei problemi è colpa di qualcun altro, di qualcosa che sta fuori. L’Europa. Suona famigliare, no? È colpa di Bruxelles, sempre. Nonostante non sia mai così, o quasi. Per fare un esempio, l’unica istituzione mondiale che si è preoccupata di fare nuove regole contro i fallimenti bancari, determinati dalla finanza incontrollata, che venivano pagati dai cittadini, cioè l’UE, viene venduta come “l’Europa dei banchieri”. Non se ne esce.

Per la propria incapacità di dare risposte a chi si sente emarginato, i politici europei di questo decennio hanno intrapreso una china pericolosa: è sempre colpa altrui, nello specifico, dell’Europa. Tornano sfiniti dai vertici, e danno in pasto alle masse grandi imprese di accordi strappati in Europa, impongono tagli e sacrifici dicendo che sono richieste dell’Europa (non che il Paese è un colabrodo e va sistemato), e via dicendo. L’Unione europea è un comodo argomento proprio per i politici europei, che la rendono vittima di bugie indicibili, tutti i giorni. I media sono drammaticamente complici, seppure naturalmente con le dovute eccezioni. Vediamo i mantra utilizzati da questi venditori di tappeti (tutte cose dette davvero da Farage e Johnson, ma anche a casa nostra ben note):

L’UE è troppo burocratica. Ma cosa significa? Ma chi lo ha detto? Ma perché a Washington, Brasilia, Sidney o Roma non hanno uffici ministeriali e regole da applicare? Certo che c’è burocrazia nell’UE, ma considerando che si tiene insieme l’interesse di 500 milioni di persone in 28 (ora 27) diversi Stati membri che cercano di farsi le scarpe l’uno con l’altro, è incredibile come alla fine il tutto funzioni e funzioni piuttosto bene.

L’Unione è antidemocratica e retta da burocrati non eletti. Ma perché? L’Unione europea ha 3 principali istituzioni: una è eletta direttamente a suffragio universale (Parlamento), l’altra rappresenta i Governi nazionali eletti dai cittadini a casa propria (Consiglio), la terza è un esecutivo nominato dalla prime due istituzioni. Domanda: in Italia, salvo la prassi da Berlusconi in avanti, non si elegge nemmeno il Capo del Governo, che è nominato dal Presidente della Repubblica tenendo conto delle elezioni, e l’incaricato propone poi i suoi ministri. Qualcuno ha mai eletto Padoan? Qualcuno ha mai eletto Tremonti? Qualcuno ha mai eletto la Carfagna? Eppure sono o erano ministri della Repubblica, ma non li consideriamo “burocrati non eletti”.

L’UE fa regole inutili su cose inutili, tipo gli aspirapolvere, la lunghezza della banane e il materiale dei cuscini. Perché se invece viviamo fuori dall’Unione possiamo montare il motore della Ferrari Modena su un aspirapolvere? Oppure pensiamo che non ci sarebbero regole che i prodotti sul mercato devono rispettare? La follia è dilagante, queste norme che sono normalissime e sacrosante, anzi sono una conquista, perché hanno definito i maggiori standard al mondo in tema di consumi, energia, ambiente, salute, e oggi sono derise da dei pagliacci senza arte né parte e da chi li segue. E poi, visto il tenore, se ci sono le elezioni in Italia perché non parliamo delle regole italiane su, per esempio, l’urbanistica, il colore dei lampioni, la profondità dei fossi, la disinfestazione da blatte? Argomenti fondamentali, se facciamo il parallelo.

L’UE non è perfetta. Ma cosa significa? Perché, la Repubblica italiana è perfetta? Il Regno dei Paesi Bassi è perfetto? Il Granducato del Lussemburgo è perfetto? Cosa diavolo significa “perfetto”, come fa questa affermazione a divenire un argomento per denigrare qualcosa? L’Unione europea è molto più “perfetta” di qualunque altra istituzione, è efficiente, meno costosa, presente e, come tutte le cose in questo pianeta, certo, potrebbe essere migliore. Queste bugie, purtroppo, proseguono ininterrotte da troppo tempo. O si inizia con decisione a invertire la rotta, con durezza, oppure finirà male. L’Unione europea, con qualunque pecca le si voglia attribuire, rappresenta il più grande esempio nella storia di questo pianeta di convivenza fra popoli in pace. Stati sovrani che decidono di cedere parte della propria sovranità per amministrare tutti insieme il proprio presente, consci che il proprio futuro sia comune. Regole comuni e istituzioni comuni per applicarle. Regole buone o meno buone, create con il tempo e con la difficoltà di dover mediare fra Paesi diversi, ma proprio per questo ancora più di grande valore. Istituzioni efficienti, che costano poco e ottengono risultati in breve tempo. Il Parlamento europeo, con due sedi, viene additato a fonte di grandi sprechi. Ah sì? Costa molto meno di quello italiano e sforna normative fondamentali per 500 milioni di persone di 28 Stati. Però di questo non si parla mai. I media si divertono molto di più a rincorrere un eurodeputato fannullone che lavora poco, piuttosto che raccontare gli incredibili successi di quelli che lavorano a una costruzione meravigliosa ogni giorno. Cosa diavolo c’entra il progetto europeo con il fatto che possa essere eletto un fannullone? Siamo dentro una narrativa avvelenata, alimentata da politici inetti e media imbarazzanti. Queste situazioni, storicamente, conducono ai disastri.

Futuro Europa

Cosa potrà succedere ora? Ci sono forse solo due ipotesi, ma nessuna buona notizia.

La prima ipotesi è che l’Unione senza il Regno Unito si sia liberata da un inutile peso, da chi nell’Europa non ha mai creduto davvero, se non nell’intento di utilizzarla a danno altrui e vantaggio proprio. Allo stesso tempo, la fuoriuscita di un Paese così importante come la Gran Bretagna sarà cosa utile solo se suonerà da sveglia per gli altri. Basta titubanze, è ora di riformare radicalmente la governance dell’Unione europea, limitando il potere degli Stati membri di fare a pezzi quasi qualunque buona iniziativa unitaria, come ad esempio la ripartizione delle quote dei migranti proposta dalla Commissione. In quest’ottica sarebbe necessario creare rapidamente un’Unione federale, pienamente democratica, ridurre il peso dei Governi nazionali e dare piena supremazia al Parlamento europeo. Bisogna svincolare l’Unione europea dal ricatto dei governi degli Stati membri. Questo passaggio, però, è tutt’altro che scontato, perché necessiterebbe di capacità e visione della attuale classe politica. Si dubita che ci sarà la capacità di cedere sovranità nazionale in favore di una sovranità condivisa. Chi scrive teme che il processo sarà quello inverso.

La seconda ipotesi, infatti, sembra già aleggiare mentre scriviamo. Da un lato i Paesi UE chiedono oggi un taglio netto con la Gran Bretagna, out is out. Questo è giusto, il Regno Unito dovrà avere con l’UE più o meno gli stessi rapporti che l’Ue intrattiene con il Giappone. Né più e né meno. Dall’altro lato, però, non è affatto detto che gli altri Stati europei sapranno cogliere l’attimo, unendosi di più. Anzi, è probabile l’opposto. Già si sente parlare di “flessibilità”, “riconoscimento degli Stati sovrani”, da parte dei Paesi tutt’ora nell’Unione. La sensazione, purtroppo, è che il voto britannico abbia indebolito il già flebile coraggio di fare di più. Abbiamo parlato male di Cameron, ma i restanti capi di governo europei non sono molto differenti. Nell’ottica del breve periodo manterranno la solita retorica “è colpa di Bruxelles”, salvo poi appellarsi al sogno europeo. Questo porterà ulteriore sfiducia e disgregazione, peraltro sotto la minaccia, da oggi costante, che chiunque altro possa sfilarsi. Per ovviare a questa eventualità, invece di proporre più integrazione, si proporrà più disgregazione, come infatti avvenuto nell’accordo fra il Consiglio UE e Cameron nel febbraio scorso. Accordi al ribasso pur di tenere insieme la baracca. Che però alla prima tempesta verrà giù. Il processo sembra quindi difficilmente reversibile. Inoltre, i Paesi scettici avranno la spinta del Regno Unito stesso, nonché – come già si registra – il godimento di altri grandi player sullo scenario internazionale, che si fregano le mani: Trump, Cina, Russia, Iran, etc.

Una piccola speranza è affidata a quei giovani che nella loro vita presente già ragionano da europei, sentono meno i confini nazionali, parlano più lingue, viaggiano, studiano, lavorano e respirano un’aria composita che va oltre le frontiere. Altre speranze non se ne vedono. Il Regno Unito è uscito dalla storia, e fin qui potrebbero anche essere fatti loro. Tuttavia, così facendo ha messo nei guai milioni di persone che, quasi inconsapevolmente, vivono da anni in un contesto di pace e si sviluppo senza precedenti. L’Unione europea non è un club al quale aderire o meno a seconda delle condizioni vantaggiose. Non è una compagnia telefonica da cambiare se un’altra offre un pacchetto migliore. Altrimenti perché non si riserva lo stesso trattamento agli Stati nazionali? L’Europa Unita è un ideale di fratellanza e convivenza. Significa “uniti nelle diversità”, come recita il suo motto. Qualunque sia la sua struttura istituzionale, che sempre si può (oggi si deve) cambiare. O si recupera questo spirito, o sarà sempre messa in discussione con facili bugie. Il cancro dell’Europa sono i suoi stati nazionali egoisti, come sempre nella loro storia, retti da politici inetti, pronti a barattare grandi ideali con un pugno di voti sporchi di xenofobia, bugie, nazionalismo. Non meravigliamoci che il popolo britannico (qualunque cosa questo significhi) abbia creduto a una marea di balle, tali da imbarazzare anche chi le ha vendute. Non meravigliamoci che abbia sancito con il voto che “sì, abbiamo qualche problema, la causa è sicuramente fuori”. Solo qualche decennio fa, proprio in questa Europa, diverse milioni di abitanti sono stati convinti che se stavano male, se non avevano un lavoro soddisfacente, se il loro Paese arrancava, la colpa era degli ebrei. Qualcuno immaginava che poi ne avrebbero ammazzati sei milioni?

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3 Comments

  1. In assoluto il miglior articolo sul Brexit letto finora. Lucida analisi di una tragedia annunciata. Grazie Moule Frites.

  2. Articolo penoso.
    “L’UE può essere migliorata (così come l’Italia, la Svizzera, il Bangladesh, il Costa Rica), ma non è affatto un insieme dispotico di burocrazia soffocante, anzi, è l’organizzazione sovranazionale migliore nella storia dell’umanità, almeno fino ad oggi.”
    Ma le altre organizzazioni sovranazionali della storia cosa avrebbero fatto di peggio ai greci?
    Li avrebbero impalati vivi?
    Certo, qualche lucido intervallo l’autore ce l’ha, l’anno scorso ad esempio scriveva “La Germania ha oggi svelato ufficialmente al mondo il proprio modo di intendere l’Europa, cioè il dominio assoluto mediante un’interpretazione delle norme comuni vengono piegate al proprio interesse. La Germania ha dimostrato, ancora una volta nella sua storia, di non avere nessuna capacità di visione. Non importa se da domani l’Unione europea è finita, non importa se massacrando la Grecia si dà voce a decine di partiti euroscettici xenofobi che marceranno sulle macerie del più grande sogno internazionale e democratico della storia umana, chissenefrega.”
    Quello che manca, però, è la comprensione delle cause della crisi dei paesi del sud Europa, Grecia, Spagna, Italia e Portogallo.
    Di cui l’autore, come si evince da questo passo, non ha la più pallida idea: “La Grecia, come altri paesi fra cui l’Italia, si è trovata nelle sabbie mobili nel mezzo dalla crisi per colpe proprie. Conti truccati, bilancio statale colabrodo, sistema clientelare, evasione fiscale alle stelle, settore pubblico ipertrofico, produttività non pervenuta, il tutto finanziato solo grazie al debito.”
    Mancando la comprensione del reale e delle sue leggi, i suoi sono solo mal di pancia. Oggi è la Gran Bretagna razzista, ieri la Germania cattiva, l’altro ieri la Grecia spendacciona…

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