Mobilità, scuola, partecipazione | Idee per una Fase 2 sostenibile

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Nella sesta puntata di LiveNius abbiamo parlato della Fase 2, di come la stiamo vivendo ma soprattutto degli scenari per il futuro. La puntata è andata live giovedì 14 maggio alle 18 e la potete rivedere qui:

La fase 2 pone la grande sfida di coniugare ambiente, salute, lavoro, educazione, ripartenza economica e di fare tutto questo senza aumentare ulteriormente le disuguaglianze. Una sfida particolarmente forte per le città, chiamate ad elaborare politiche nuove che non possono mettere da parte tutti gli sforzi recenti fatti, almeno da alcune città, per migliorare la sostenibilità ambientale delle stesse.

Milano, ad esempio, ha da alcuni anni avviato politiche molto coraggiose in questo senso, puntando sulla riduzione del traffico automobilistico e sulla promozione di mezzi pubblici e mobilità alternativa. Come impatta la pandemia su tutto questo? Come uscire dalla Fase 2 senza perdere la bussola della sostenibilità e dell’inclusione sociale?

Ne abbiamo discusso con: Cristina Tajani – Assessora a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane Comune di Milano; Giulia TosoniAssociazione In.InnovareXIncludere; Piero Pelizzaro – Chief Resilience Officer Comune di Milano.

I contenuti che seguono sono una sintesi di quanto emerso dalla discussione con gli ospiti e dall’interazione con i commenti e le domande poste in diretta dalle persone collegate su Facebook.

Idee per una città sostenibile: Mobilità

La mobilità è un ambito su cui l’emergenza coronavirus ha e avrà un grande impatto. Una grande questione è la diminuzione della capienza del trasporto pubblico; per rispettare le norme di distanziamento, in media la capacità dei mezzi pubblici sarà ridotta al 25% rispetto all’ordinario, e al momento non siamo in grado di prevedere per quanto tempo.

Questa grande limitazione ha un grande impatto sia sul trasporto pubblico locale – tram, metro, autobus – che su quello extraurbano e di più lunghe distanze: treni, autobus, aerei. Che fare per evitare che questa limitata possibilità di utilizzo dei mezzi si trasformi in un’ulteriore impennata del trasporto su auto? Come garantire la possibilità di spostamento senza intaccare la sostenibilità ambientale?

Più smart working, meno flussi

La prima soluzione è prevenire, limitando l’esigenza di spostarsi e dunque i flussi di veicoli. Certamente un’implementazione su larga scala dello smart working può servire anche a questo, a limitare l’afflusso di veicoli verso le città.

Se infatti è immaginabile che chi vive in città possa più agevolmente sostituire auto e mezzi pubblici con spostamenti in bici o a piedi, il problema si pone soprattutto per i pendolari, che a Milano sono ad esempio quasi 1 milione al giorno.

Qui occorre da un lato limitare la necessità di questi spostamenti (tramite ad esempio lo smart working) dall’altro integrare molto bene il trasporto urbano con quello regionale. Oltre all’implementazione di misure specifiche per i treni (più treni, prenotazioni obbligatorie), serve un forte raccordo tra i gestori dei diversi mezzi di trasporto, migliore di quello attuale.

Più bici, meno auto

Una seconda soluzione è promuovere la mobilità leggera e sostenibile. In questo campo la bicicletta la fa da padrona. Occorre rendere le città sempre più bike friendly, rendere accessibili le biciclette e promuoverne ancora di più l’uso perché ora non devono sostituire solo le auto, ma anche almeno in parte i mezzi pubblici.

Come? Prima cosa, le piste ciclabili. Nel caso di Milano, il Comune aveva già avviato i lavori di ampliamento delle piste ciclabili, che avranno un’accelerazione nei prossimi mesi tanto che con i nuovi tracciati si potrà andare da Pavia a Lecco in bicicletta.

Certo, occorre anche un radicale cambio di mentalità. Muoversi in bicicletta anche 20-30 chilometri per andare al lavoro è già un’abitudine in altre città, soprattutto nel nord Europa, dove peraltro il clima è peggiore, più freddo e con più pioggia. Questo dovrà diventare un’abitudine anche nelle città italiane, anche grazie alla diffusione delle bici elettriche che facilitano spostamenti più lunghi senza arrivare al lavoro stremati o in un bagno di sudore.

Occorre anche accettare un possibile rallentamento nei tempi degli spostamenti, e su questo occorre ragionare anche con datori di lavoro e sindacati per non far ricadere tutto sulle spalle del singolo cittadino.

Oltre all’investimento in piste ciclabili, altre misure di promozione della mobilità leggera e sostenibile sono: gli incentivi per l’acquisto di bici elettriche o monopattini, l’ulteriore diffusione di servizi di bike e car sharing.

Pedonalizzare la città

Terza soluzione è favorire la pedonalità dello spazio urbano. Muoversi a piedi è il mezzo più sostenibile ma non sono solo le distanze a rappresentare un ostacolo: spesso è l’assenza di percorsi sicuri, la necessità di attraversare strade piene di traffico e smog e pensate per le auto.

L’obiettivo deve essere che i servizi essenziali siano accessibili a tutti gli abitanti della città a 15 minuti a piedi. Questo vuol dire una pianificazione attenta alle esigenze di tutti i quartieri e periferie, affinché non siano necessari lunghi spostamenti per fare attività di base.

In questo senso, le nuove misure per bar e ristoranti potranno aiutare. Il previsto ampliamento di spazi all’aperto per i tavolini favorirà la creazione di nuove e più ampie aree pedonali, così come occorre creare dei percorsi sicuri a piedi utilizzando marciapiedi ampi, slarghi pedonali, giardini.

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Foto: Stephen Curtin

Scuola

La scuola è un ambito determinante per la vita sociale non solo per l’evidente ruolo primario che svolge, ma anche perché ha un impatto enorme sulla società, in termini di trasporti, organizzazione familiare, lavoro.

In questa fase 2 gli interrogativi sono dunque molti. Da una parte si vive ancora una fase di chiusura, dall’altra il pensiero deve spingersi alla riapertura di settembre. L’altro pensiero va a chi più ha subito questa situazione: l’emergenza ha colpito in modo molto diseguale, a livello territoriale, familiare, personale. Questa è una fase in cui occorre recuperare il più possibile con chi è rimasto indietro.

Rispetto alla scuola, come in altri ambiti, ci sono prospettive per sperimentazioni molto interessanti fin dall’estate. L’estate può essere un periodo che utilizziamo per testare il funzionamento e l’organizzazione di attività all’aperto per i bambini, a piccoli gruppi e rispettando le norme di distanziamento.

Vediamo anche che altri paesi stanno riaprendo le scuole, occorre quindi vedere cosa succede senza nascondere che l’operazione pone anche grossi problemi: pensando solo a Milano e alla fascia 0-6 anni, stiamo parlando di mobilitare 33 mila bambini che hanno bisogno di essere accompagnati, con grande impatto sulla mobilità e vita urbana più ampia.

Questa è tuttavia la direzione. In questo periodo abbiamo sperimentato potenzialità e limiti della didattica a distanza, e abbiamo imparato due cose: una è che occorre costruire e rafforzare un’infrastruttura digitale capace di tenere in piedi la didattica in momenti di blackout come questo; un’infrastruttura digitale accessibile a tutti è una questione democratica, anche per integrare la didattica in presenza. Tuttavia abbiamo imparato anche che la didattica a distanza non sostituisce in alcun modo la relazione educativa in un contesto in cui si sta insieme. Dobbiamo quindi imparare a trovare forme ibride utili a includere tutti.

La cosa che dà speranza è il movimento di idee che si è generato attorno alla scuola, a Milano come in tutta Italia. Molto interessante è il filone della scuola all’aperto, che sconfina fuori dalle mura sancendo il concetto di comunità educante, e usando spazi e persone della comunità territoriale. Aprire la scuola al quartiere e rimetterla al centro del quartiere è un possibile esito felice di questa crisi, attivando così una rete educativa più ampia e partecipata.

Bisogna poi togliersi di dosso un po’ di paure. Gli adulti, pur nel disagio di dover far rispettare regole rigide, devono sempre essere impegnati a dare senso a ciò che si fa. I bambini sono molto resilienti, più degli adulti, sono anche saggi e possiamo avere fiducia in loro.

Partecipazione e responsabilità collettiva

Una cosa positiva di questa drammatica emergenza è stata ed è la voglia di partecipare dei cittadini, a Milano e in tutta Italia. Lo slancio è stato un po’ frenato dai limiti posti dal distanziamento fisico, ma là dove è stato possibile abbiamo assistito all’attivazione di volontari per distribuire i pasti, ai cesti sospesi, alle iniziative di raccolta fondi.

A Milano si è anche mantenuto aperto un canale importante di partecipazione, in cui i cittadini possono inviare contributi per la costruzione di un documento strategico collaborativo Milano 2020, in cui far confluire idee, spunti e strategie per far fronte alla “nuova normalità”.

Questa è la direzione in cui andare: i cittadini solo la soluzione non il problema, il distanziamento è un mezzo non un fine, un mezzo transitorio.

Anche qui, come in altri ambiti, la dimensione della prossimità fisica è insostituibile. Occorre costruire partecipazione anche fisica che è anche un pezzo di emancipazione individuale, mescolare azioni in presenza e a distanza per canalizzare questa forza di partecipazione. È un grande compito della politica, quello di girare a favore di una scelta di libertà ed emancipazione la voglia di partecipare dei cittadini.

Una forma nobile di partecipazione è l’azione di responsabilità collettiva. In questo isolamento abbiamo avuto tutti comportamenti estremamente sostenibili: ci siamo mossi poco, a piedi, privilegiando i negozi vicini, aiutandoci tra vicini, usando pochissimo la macchina. Siamo stati obbligati a farlo, ma abbiamo anche capito che questi comportamenti migliorano la qualità dell’aria e dell’ambiente, anche la qualità della vita.

Questi comportamenti vanno mantenuti anche in assenza di obblighi, anzi rafforzati. Dobbiamo comprendere che ogni scelta che facciamo riguarda gli altri che ci stanno accanto. Se io che posso scelgo la bici lascio un posto libero sui mezzi a chi non può andare in bici. Questa responsabilità collettiva l’abbiamo imparata e speriamo che rimanga nelle nostre azioni.

Più in generale, le città devono ripensare se stesse. Stavano dentro una folle corsa, che il coronavirus ha stoppato. Le aree urbane sono state le più colpite in tutto il mondo e vivevamo in un discorso pubblico, politico e culturale, che le indicava come luoghi della crescita e dell’innovazione.

E ora? La corsa va ripensata, le città devono essere più sostenibili. La concentrazione di persone continuerà ad essere centrale nella storia dell’umanità, ma dovrà essere più sostenibile. Poi c’è il tema delle disuguaglianze, il lockdown ha colpito in modo diverso le persone, ha reso manifeste e ampliato alcune disuguaglianze personali, sociali, digitali, economiche. Su questi fronti bisogna intervenire, se vogliamo che “la nuova normalità” sia migliore della precedente.

Leggi qui le sintesi di tutti i nostri LiveNius

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