Cos’è la partecipazione e con quali strumenti possiamo gestirla?

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La democrazia rappresentativa è la forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo, che la esercita per mezzo delle persone e degli organi che elegge a rappresentarlo. Tuttavia negli ultimi decenni è cresciuto l’interesse verso una forma di democrazia in cui i cittadini sono chiamati ad avere un ruolo più attivo: la democrazia partecipativa.

La democrazia partecipativa non significa solo manifestare interesse, ma condividere e diventare parte del cambiamento in atto. Significa vivere in prima persona proposte, progetti e azioni che a diversi livelli coinvolgono la comunità, sia essa locale o nazionale.

Ma perché è sorto questo interesse verso la democrazia partecipativa? Dove e come sono nate le prime esperienze? E quali sono gli strumenti della partecipazione?

strumenti della partecipazione

Democrazia, città e partecipazione

Nella democrazia rappresentativa, i rappresentanti sono autorizzati attraverso le elezioni a trasformare la volontà del popolo in atti di governo e, stando alle parole di Rousseau, vi sarebbe un’identità tra governanti e popolo, qualificando i governanti come gli agenti esecutivi della volontà generale. Nel paesaggio politico contemporaneo il concetto di rappresentanza come inteso da Rousseau è andato perdendosi, spostando il centro di gravità verso i rappresentanti e sempre meno sul popolo.

La democrazia partecipativa interviene in questo senso per eliminare o correggere gli squilibri della rappresentanza, ricostruire solidarietà nel tessuto sociale e favorire il fiorire e il moltiplicarsi di nuovi spazi pubblici di iniziativa e di responsabilità.

Quando avviene questo passaggio? Si inizia a parlare di partecipazione nel senso in cui viene intesa oggi negli anni sessanta e settanta, quando si supera gradualmente l’idea dello scontro tra società e istituzioni per approdare ad un’idea di partecipazione come espressione autonoma della società all’interno però di procedure istituzionali riconosciute, e non più in contrapposizione.

L’idea di democrazia partecipativa emergerà qualche tempo dopo, in ambito ambientale: nella Convenzione di Aarhus del 1998 si stabilisce che nella definizione delle decisioni ambientali occorre coinvolgere le comunità e gli individui su cui quelle decisioni hanno un impatto.

Da allora l’interesse per la partecipazione prosegue fra alti e bassi. Più recentemente esso deriva anche dall’introduzione del paradigma della resilienza nella pianificazione e progettazione delle città contemporanee, che ha aumentato l’attenzione delle istituzioni nei confronti della comunità degli abitanti, e di conseguenza anche nel riconoscere a questi ultimi il diritto di assumere un ruolo sempre più determinante nella vita delle città.

Sono soprattutto le città infatti le protagoniste dei processi di partecipazione contemporanei.

Le dinamiche urbane, seppur complesse e diverse, da un punto di vista sociale sono accomunate dalla presenza di comunità che le abitano. Uomini e donne di tutte le età sono attratti verso gli insediamenti urbani in cerca di nuove opportunità, cui tuttavia si affianca un progressivo individualismo, un senso di non appartenenza, una mancanza di identità. Sembra essere proprio questo il contrappasso generato dalla maggiore soddisfazione lavorativa ed economica. Ecco che allora si risveglia quel senso di comunità perduto, quella voglia di appartenere, di relazionarsi, di avere una voce.

Le città contemporanee diventano i luoghi ideali in cui si manifestano i principi di appartenenza, cittadinanza e democrazia, trasformandosi in laboratori in cui ricercatori, imprese, cittadini e governo sperimentano, testano, sviluppano e creano soluzioni metropolitane nuove e condivise.

Sono i cosiddetti Urban Living Lab, laboratori urbani viventi, ecosistemi aperti ideali per co-costruire innovazione coinvolgendo una moltitudine di stakeholder, e affrontando così le complesse sfide delle città contemporanee.

In questo scenario le istituzioni sono chiamate a un compito difficile: garantire metodo ed efficacia alla partecipazione. Come si raccolgono le proposte dei cittadini? In base a cosa devono essere valutate? Chi decide e come?

Ecco allora crescere l’importanza di definire e codificare strumenti della partecipazione, che consentano di raccogliere, valutare e trasformare in realtà le proposte che arrivano dalla cittadinanza.

Alcuni strumenti della partecipazione

democrazia partecipativa
Foto: Nicolas Waechter

Il Dibattito Pubblico

Il Dibattito Pubblico è di ispirazione francese, il suo nome originario è Débat Public, e lo introduciamo come primo fra gli strumenti della partecipazione perché fu in effetti uno dei primi ad essere codificati e istituzionalizzati.

Sperimentato nei primi anni novanta in seguito alle proteste delle popolazioni locali contro il tracciato della linea ad alta velocità del TGV Lione – Marsiglia, il Dibattito Pubblico viene formalizzato nel 1995 dalla Legge Barnier, e diviene modello d’ispirazione e di riferimento per interrogare in via preventiva la popolazione locale interessata circa la progettazione di grandi opere pubbliche con un impatto più o meno ampio a livello ambientale.

In controtendenza rispetto a come si affrontano normalmente le decisioni sulle grandi opere, il Dibattito Pubblico punta sul confronto invece che sull’imposizione, apre le porte invece che chiuderle; prende sul serio gli argomenti offerti dai soggetti coinvolti invece che bollarli come particolaristici o nemici della modernità.

Funziona così: il processo è coordinato da un soggetto riconosciuto da tutte le parti per esperienza nella gestione dei processi partecipativi e imparzialità, che ha il compito di far emergere le posizioni in campo, anche attraverso il contributo di esperti, ed evitare che ci siano posizioni non rappresentate. Sono previsti una serie di incontri di informazione, approfondimento, discussione e gestione di eventuali conflitti, raccolta di proposte e posizioni di cittadini, associazioni e istituzioni. Il processo si conclude in 4 mesi con la redazione di una relazione conclusiva che ripercorre l’andamento dell’intera procedura, e che dovrà essere considerata dai decisori.

L’esperienza francese appare come la più datata e strutturata in termini di regole e procedure, recepita solo nel 2018 dall’ordinamento italiano all’interno del Codice degli Appalti (Dlgs 50/2016) che introduce il «Regolamento recante modalità di svolgimento, tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico» e ne definisce la procedura.

Nello scenario italiano, è stata la regione Toscana la prima ad aver formalizzato il concetto di partecipazione all’interno della propria amministrazione, anticipando l’aggiornamento del Codice degli Appalti, nell’ambito del progetto di sviluppo e riqualificazione del Porto di Livorno nel 2016 e per il ripristino delle attività estrattive nel Comune di Gavorrano, nel 2017.

In prima linea anche l’Emilia Romagna che attraverso un percorso di ascolto attivo ha dato vita alla Legge Regionale 3/2010, poi aggiornata con la Legge Regionale 15/2018. La legge, tra le altre cose, prevede l’emanazione di un bando annuale per l’assegnazione di finanziamenti a comuni e enti non profit che vogliano avviare processi partecipativi sul proprio territorio.

Anche nell’esperienza milanese si è fatto ricorso allo strumento del dibattito pubblico nel 2018, in occasione della presentazione del progetto di riapertura dei navigli, al fine di raccogliere suggerimenti e proposte per migliorare gli aspetti più critici.

Il dibattito, nel caso specifico, ha avuto una funzione consultiva e anticipatoria rispetto ad una decisione di fattibilità dell’opera, attraverso la redazione di una relazione è stato illustrato l’andamento del dibattito mettendo in evidenza: le posizioni emerse, i temi condivisi e quelli da approfondire, gli aspetti problematici e le proposte migliorative.

Il Bilancio Partecipativo

Tra gli strumenti della partecipazione, va certamente segnalato il Bilancio Partecipativo, attraverso il quale i cittadini sono chiamati a gestire una quota di bilancio, generalmente di un ente locale, per la realizzazione di beni o servizi a favore della collettività.

ll Bilancio Partecipativo si è sviluppato in America Latina dopo le dittature degli anni settanta e ottana, anche se ha origini precedenti, e si tratta di una modalità per dare voce a gruppi sociali che generalmente rimangono ai margini, per garantire equità e maggiore distribuzione dei poteri.

Oggi diremmo che è espressione concreta del principio di sussidiarietà ex art. 118 della Costituzione. Un modo con il quale l’amministrazione e le istituzioni riescono a conoscere quelli che sono i reali bisogni della comunità, affermando un progressivo decentramento decisionale.

La forza del Bilancio Partecipativo risiede nel fatto che i cittadini vengono coinvolti non solo nella fase della raccolta di idee su come spendere determinate quote di bilancio, ma anche sulla scala delle priorità.

Una delle prime esperienze di Bilancio Partecipativo di successo è stata quella di Porto Alegre in Brasile nel 1989 nella favela del Bairro Cristal, dove la popolazione si è raccolta per indirizzare le scelte dell’amministrazione di realizzare una strada che avrebbe sacrificato molte abitazioni di un insediamento illegale. Grazie al bilancio partecipativo l’assemblea dei cittadini ha ottenuto il recupero e la riqualificazione della favela e la ricostruzione delle case sacrificate dalla nuova strada.

L’esperienza di Porto Alegre ha fatto scuola, consentendone poi la diffusione, a partire dagli anni duemila, in Europa, Africa, Nord America e Asia con alcune peculiarità: bilanci con cifre contenute, meno centrati sull’inclusione sociale e più sul coinvolgimento dei cittadini attraverso il voto diretto.

I Patti di Collaborazione

strumenti della partecipazione

Nell’esperienza italiana, diretta evoluzione del Bilancio Partecipativo è rappresentata dai Patti di Collaborazione, attraverso i quali amministrazione e cittadini disciplinano l’intervento concreto della popolazione nella cura di un qualsiasi bene comune.

Gli ambiti in cui trovano attuazione questi patti sono vari, tra i tanti si ricorda la presa in carico della cura e manutenzione del verde urbano, che nel Comune di Parma è diventata occasione di ritrovo ed educazione alla responsabilità.

Una serra di comunità e un orto urbano sono diventati punti di aggregazione della comunità che, in modo libero e spontaneo, presidia i parchi attraverso la presenza di cittadini attivi. Per quanto riguarda il raccolto, è molto libero: chi vuole portarsi a casa qualche frutto dell’impegno di questi cittadini può farlo così come, chiunque voglia prendersene cura, può farlo grazie alla “cassetta ricovero attrezzi” fornita dal Comune.

Altro esempio è quello realizzato a Gioia del Colle in provincia di Bari, dove grazie alla collaborazione tra giovani residenti, amministrazione comunale e imprenditoria locale, è stata inaugurata una BiblioCabina. Il progetto è il frutto del connubio tra lettura e memoria per ricordare chi non c’è più; la proposta nasce dal desiderio di ricordare un libraio e maestro di strada della zona, che con la sua libreria ambulante ha raccolto e avvicinato giovani e meno giovani al mondo dei libri, attraverso letture teatrali.

La BiblioCabina è stato il risultato di un lavoro di squadra che non si è esaurito nella sua realizzazione, ma continua nella cura e catalogazione dei libri. Ecco la “società della cura”, che fa uscire la cura dalla dimensione unicamente domestica e privata in cui è stata finora relegata, per riconoscerle invece un ruolo sociale come nuovo paradigma culturale.

I Patti di Collaborazione diventano quindi un modello di amministrazione condivisa, quale nuova occasione preziosa di dialogo tra cittadini attivi verso la cura di un bene comune, che va oltre le istituzioni.

Il Monitoraggio Civico

Uno degli strumenti della partecipazione meno noti, che vede il coinvolgimento in prima persona della cittadinanza o di gruppi di cittadini, è il citizen sensing, che potremmo tradurre come monitoraggio civico, attraverso il quale le persone diventano dei raccoglitori di dati, mediante le loro capacità naturali di sentire, annusare, assaporare, toccare e vedere.

Come funziona il Monitoraggio Civico? I punti di partenza sono la trasparenza e l’accessibilità. Perché il monitoraggio civico funzioni occorre che i cittadini vengano messi nella condizione di avere accesso a informazioni, dati e procedure, in modo che possano essere consultati, utilizzati e condivisi.

La citizen science nasce come reazione a quello che viene percepito come un monitoraggio insufficiente da parte dei governi, suscitando di conseguenza la volontà della comunità di verificare e misurare gli effetti di certi accadimenti, che possono avere riflessi economici, sociali o ambientali.

Uno degli utilizzi del Monitoraggio Civico è appunto nell’ambito del monitoraggio ambientale, che quindi non verrà condotto solo da scienziati, ma da privati cittadini volontari.

Un esempio è quello raccontato da Giorgio Santoriello, ambientalista lucano che nel suo libro inchiesta Colonia Basilicata ha raccontato di essersi appellato alla sua comunità per far emergere e diffondere una reazione popolare sul tema dell’inquinamento da petrolio, una realtà molto diffusa in Basilicata.

L’associazione Cova Contro prima e la pubblicazione del libro poi, attraverso immagini, dati ed episodi raccontano di come è stato condotto un vero e proprio monitoraggio del territorio a partire da allarmi lanciati dagli stessi cittadini locali, che con il supporto dell’associazione hanno preso consapevolezza del problema e hanno condotto analisi chimiche, anticipando l’intervento dei canali istituzionali.

Altro esempio di Monitoraggio Civico più strutturato è stato condotto dagli abitanti delle comunità vicine all’aeroporto olandese di Schiphol in concomitanza della volontà di espanderlo per creare una quinta pista, comportando di conseguenza un aumento del traffico aereo.

Gli abitanti hanno messo in atto un sistema di monitoraggio attraverso microfoni posizionati sui tetti delle case per ottenere delle prove accurate dell’impatto del rumore sulla loro quotidianità. I dati raccolti venivano poi trasmessi su una piattaforma accessibile a tutti. L’iniziativa ha attirato l’attenzione di un pubblico sempre più ampio, non solo attivisti e abitanti locali, ma anche organizzazioni non governative, stampa ed enti pubblici. La piattaforma da un’iniziativa locale si è trasformata in un’infrastruttura di misurazione del rumore attiva su scala nazionale.

Benché il governo appare tuttora riluttante nell’accettare l’autorevolezza di queste misurazioni, nell’aeroporto di Schiphol sono state adottate delle misure a tutela della comunità, quali specifiche tecniche di volo per la partenza e per l’atterraggio che produrrebbero meno rumore nonchè la volontà di minimizzare il rumore di fondo registrato alla partenza, attraverso l’impiego di specifiche barriere adiacenti alle piste.

Si tratta evidentemente di processi che non hanno la pretesa di essere immediati ed impositivi di una volontà popolare, ma che consentono di intavolare un dialogo alla pari tra istituzioni e comunità, in termini di informazioni e dati a disposizione e con un ruolo che va oltre la semplice consultazione, verso un rovesciamento del processo decisionale verticale.

Un primo passo fondamentale per comunità resilienti è indubbiamente la consapevolezza, che nasce dalla conoscenza e quindi dall’accesso ad informazioni che siano veritiere e trasmesse in maniera il più possibile comprensibile.

Resilienza, una volta raggiunta una certa consapevolezza, significa quindi trovare le risorse per dare voce ai propri bisogni e con strumenti della partecipazione provare a trovare insieme soluzioni innovative che tutelino la collettività e al tempo stesso l’esigenza di una crescita economica.

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Milanese d’origine, giurista di studi, con un master in relazioni d’aiuto e cooperazione. Alle volte avvocato, si occupa di resilienza, sensibile al mondo dell’educazione e amante dei viaggi: a piedi, in bici, in macchina o in moto qualunque sia la destinazione.

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