Guerra in Ucraina, la situazione nei paesi di confine | Voci dalla Polonia15 min read

20 Aprile 2022 Europa -

di
Giornalista e comunicatrice

Guerra in Ucraina, la situazione nei paesi di confine | Voci dalla Polonia15 min read

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Dopo aver parlato della situazione in Moldova e in Romania, parliamo del punto di vista sulla guerra in un altro dei paesi confinanti con l’Ucraina: la Polonia. Per farlo ci siamo rivolti a Emiliano Ranocchi, che ha studiato slavistica (russo e ceco) e germanistica all’università di Urbino ed è dottorato alla Sapienza con una tesi in letteratura polacca. È stato docente a contratto presso l’Università Jagellonica di Cracovia, dove ha insegnato letteratura della Goethezeit. Attualmente è ricercatore presso il Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società dell’Università di Udine e vicedirettore della rivista trimestrale Autoportret (www.autoportret.pl)

 

Qual è la posizione prevalente nel dibattito politico polacco rispetto al conflitto in Ucraina?

In Polonia sostanzialmente non c’è un dibattito su quanto sta accadendo o sulla posizione che il paese dovrebbe assumere nei confronti del conflitto. Si discute caso mai delle mosse del governo, sul fatto che il governo, come sempre, ha abbandonato la gestione dell’emergenza profughi nelle mani degli abitanti e sul fatto che, anche questa è una costante nella storia polacca, nelle situazioni di emergenza i polacchi danno il meglio di sé (è con la gestione della normalità che hanno sempre avuto difficoltà). Si discute sul perché fino a pochi mesi fa la società polacca fosse letteralmente divisa in due sul tema dell’accoglienza dei profughi dall’Afghanistan e dalla Siria, mentre l’accoglienza degli ucraini è un evento di massa senza precedenti nella storia polacca e probabilmente dell’intera Europa. Di questo si discute, ma non dell’opportunità o meno di sostenere la resistenza degli ucraini, di tenere un atteggiamento “neutrale” nei confronti della Russia o sulle eventuali corresponsabilità degli Stati Uniti nella vicenda. Queste non sono sottaciute, ma sostanzialmente sono ritenute irrilevanti per la valutazione del conflitto in corso.

E questa posizione così netta da cosa deriva?

Ai polacchi non bisogna spiegare ciò che sta succedendo: non solo perché l’Ucraina è un paese confinante e gli ucraini sono percepiti dalla maggior parte dei polacchi come il popolo probabilmente più vicino, etnicamente e culturalmente, nonostante i rapporti tra le due nazioni siano stati segnati anche da avvenimenti tragici in passato. Ma anche perché ciò che sta accadendo in Ucraina ricorda troppo da vicino alcune tra le pagine più tragiche della storia polacca. Le spartizioni, quando le tre superpotenze dell’Europa di fine Settecento (una di queste era appunto l’Impero russo) in tre tappe spalmate su ventitré anni si mangiarono progressivamente parti del paese fino a far scomparire completamente la Polonia dalla cartina dell’Europa (la Russia di Caterina II peraltro adduceva motivazioni che ricordano quelle di oggi come la difesa dei fedeli di confessione ortodossa da una presunta oppressione cattolica). E poi ovviamente l’invasione della Polonia durante la seconda Guerra Mondiale, quando i polacchi furono abbandonati a se stessi in balia di due eserciti invasori (nazista e sovietico), mentre l’Europa occidentale stava a guardare. L’Unione Sovietica poi vinse quella guerra e “liberò” la Polonia dai nazisti imponendo il suo regime per altri 44 anni. Così come non bisogna spiegare gli eventi attuali ai cechi e agli slovacchi che ricordano ancora molto bene il ’68 o ai lituani, ai lettoni e agli estoni che più di chiunque altro, in questo momento, temono di essere loro i prossimi della lista.

Photo by David Berkowitz on Flickr

Ci sono sfumature tra destra e sinistra nelle posizioni sulla guerra? O tra partiti “tradizionali” e populisti, come altrove in Europa?

Almeno a livello di discorsi ufficiali non ci sono differenze sostanziali tra destra e sinistra nella valutazione dell’operato della Russia. Un’argomentazione che partisse dall’affermazione “bisogna capire anche le ragioni di Putin” in Polonia sarebbe suicidio politico. Esistono, è vero, personaggi dell’estrema destra come Janusz Korwin-Mikke, apertamente filoputiniano e antieuropeista, ma è una figura talmente eccentrica, anomala e screditata agli occhi della maggior parte dell’opinione pubblica, che non gli attribuirei troppa importanza quanto a rappresentatività. Ho parlato però di discorso ufficiale, perché non ufficialmente si parla da tempo di un sostegno economico del Cremlino ai vari partiti antieuropeisti e sovranisti che in questo frangente vanno per la maggiore nei paesi di Višegrad. Non ho gli strumenti per valutare quanto ci sia di vero e per stimare eventualmente l’entità di questo sostegno (nel caso dell’Ungheria la cosa è evidente), vero è che anche il partito politico attualmente al governo in Polonia, qualunque siano o siano stati in passato i suoi legami nascosti col Cremlino, almeno ufficialmente deve tenere una posizione chiara e allineata con quella dell’Europa perché deve fare i conti con un’opinione pubblica estremamente compatta in direzione antirussa. E lo sta facendo in maniera molto decisa. Osservando dunque due paesi che hanno fatto scelte politiche piuttosto vicine negli ultimi anni come la Polonia e l’Ungheria si nota quanto differenziato sia il paesaggio sovranista al suo interno. Una posizione di neutralità come quella ungherese in Polonia sarebbe impensabile.

Se la posizione a livello politico e strategico è chiara, qual è il sentimento dei polacchi nei confronti della Russia? Solo ostilità? O c’è anche un po’ di paura?

La prendo però da lontano, partendo dalla mia biografia personale. Quando sono arrivato in Polonia, alla metà degli anni ’90, era da poco crollato il muro di Berlino, tutti i polacchi venivano da un percorso scolastico in cui lo studio del russo era obbligatorio e proprio per questo, “per protesta” come ci tenevano orgogliosamente a sottolineare, lo avevano studiato male. Per me che venivo da studi di russistica era faticoso affrontare ogni volta la smorfia di disprezzo che si delineava sui volti quando l’interlocutore veniva a sapere quale fosse la mia prima lingua di studio (la seconda peraltro era il tedesco che non era tanto meglio). Avevo amici russi nel collegio di Cracovia presso cui abitavo e ricordo ancora come la gente si voltasse a guardarci quando ci sentivano parlare russo sugli autobus o per la strada. Tutto questo però col tempo è cambiato. Nel 2000 entrai a far parte di un’associazione studentesca che si chiamava “Circolo orientale” (dove per Oriente si intendeva l’Europa Orientale) che inaugurò la sua attività con un indimenticabile viaggio di studio a Pskov. Era nata una nuova generazione di polacchi, miei coetanei, che non avevano conosciuto la scuola con il russo obbligatorio, che non erano appesantiti dalla memoria storica e desideravano accostarsi senza pregiudizi alla Russia che era nata dal crollo dell’Unione Sovietica. Ricordo un caro amico che in quegli anni mi confidò un incubo ricorrente, quello di svegliarsi e trovare la Polonia invasa dai russi. Continuò ad avere quest’incubo anche dopo l’ingresso della Polonia nell’UE. Io gli dicevo che era irrazionale e immotivato, che una cosa del genere non si sarebbe mai più verificata, che la Polonia era in Europa e la Russia era cambiata. Oggi invece penso che avesse ragione lui. C’è stato un momento magico, negli anni ’90, in cui si poteva legittimamente pensare che la Russia avrebbe preso la strada che hanno preso tutti gli altri paesi dell’ex blocco di Varsavia. Quella strada però alla fine non l’ha presa. Oggi, ciò che sta accadendo in Ucraina desta nella memoria collettiva polacca i peggiori incubi del passato, la strage perpetrata dai russi nel quartiere varsaviano di Praga per sedare l’insurrezione del 1794 contro la Russia e la Prussia, durante la quale 20.000 civili inermi persero la vita, tra cui moltissimi bambini, donne incinte e anziani, le due insurrezioni del 1830 e del 1863, entrambe soffocate nel sangue, l’insurrezione di Varsavia del 1944, gli anni dello stalinismo. Vedo come rinascano, anche in persone relativamente giovani che hanno al massimo conosciuto il comunismo da bambini, un odio e un disprezzo atavico nei confronti dei russi che ora comprendo molto meglio che in passato e che però continua a farmi male perché significa per me la cocente sconfitta di tutto ciò in cui ho sperato e creduto nei miei anni più verdi, la possibilità di creare un nuovo ordine delle cose e voltare pagina. 

Parliamo invece dell’Italia. Da polonista ed esperto dell’area d’Europa interessata dal conflitto, cosa pensi della qualità dell’informazione italiana e della polarizzazione delle posizioni riguardo alla guerra?

In Italia non mancano ottimi politologi e analisti di relazioni internazionali. Per capire le radici del conflitto in corso però non è sufficiente la comprensione della storia politica recente. Il problema del dibattito italiano è un problema generale dell’Europa occidentale e cioè una profonda ignoranza della storia e della cultura dell’Europa centro-orientale. Per molti italiani, l’Europa finisce a est della Germania. Di paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca e Slovacca o l’Ungheria, per non parlare dell’Ucraina o dei Paesi Baltici, gli italiani sanno poco o nulla. Sono paesi lontani, esotici, ma considerati di solito poco interessanti. Il lettore italiano però conosce almeno qualcosa (spesso anche più di qualcosa) della grande letteratura russa, e in generale qui si fermano le sue conoscenze. Nei confronti dell’Europa centro-orientale continua a vigere ormai da secoli un paradigma criptocoloniale,  basti notare che è di solito considerato disdicevole sbagliare la pronuncia del cognome di uno scrittore o artista o compositore francese, inglese o tedesco, ma appena varcato l’invisibile confine dell’Europa orientale (confine che passa ancora più o meno lungo quello del patto di Varsavia) diventa subito lecito tutto, perché tanto chi ti corregge? Ora questo atteggiamento sbruffone, paternalistico e coloniale spiega come mai dall’inizio del conflitto siano stati chiamati ripetutamente ad esprimersi esimi intellettuali che di Europa centro-orientale non conoscono le lingue, né le letterature (a parte la letteratura russa, le altre letterature di quest’area sono ancora relativamente poco tradotte in italiano), ma ritengono di avere un’opinione autorevole perché hanno un cognome autorevole. In questo mare di supponenza e ignoranza quando va bene vengono invitati a parlare i russisti perché la maggior parte dei nostri connazionali fino a poco tempo fa non aveva ben chiaro che l’Ucraina è un paese diverso dalla Russia, che l’ucraino e il russo sono due lingue diverse come l’italiano e il francese, e che uno specialista di letteratura russa non è ancora l’esperto più adeguato a parlare di Ucraina dal momento che, di regola, i russisti non conoscono l’ucraino e la loro conoscenza dell’Ucraina è limitata agli scrittori ucraini di lingua russa, che fanno giustamente parte della letteratura russa (alcuni eccelsi come Gogol’). E pur non volendo attribuire ai colleghi russisti intenti imperialistici che perlopiù non hanno, almeno consapevolmente, rimane il fatto che la loro conoscenza dell’Ucraina (spesso, peraltro, puramente teorica) è passata al setaccio della cultura di un paese che ha oppresso e soggiogato l’Ucraina per secoli tentando in tutti modi, e attraverso vari regimi, di toglierle in primo luogo la lingua, e poi la cultura e l’identità, così come ha già cercato di fare in passato con i polacchi e con i popoli baltici, senza riuscirci.

Questo influenza anche la nostra comprensione di quel che sta succedendo e succederà in quell’area d’Europa?

Per capire ciò che sta succedendo non basta riferirsi agli ultimi otto anni di guerra in Donbass, cercando di stabilire da quale delle due parti siano state commesse più colpe, tirando in campo il ruolo degli USA, dell’Europa, eccetera. Tutte considerazioni legittime, che attendono il giudizio equilibrato degli storici, quando il conflitto sarà terminato e avremo una visione d’insieme più chiara. Occorre affrontare il paradigma imperiale della mentalità russa, un paradigma sostanzialmente immutato dai tempi di Basilio III, la pretesa, ribadita anche dal pensatore di corte di Vladimir Putin, Aleksandr Dugin, di ripristinare un impero russo su tutti i popoli slavi o della cosiddetta “area di influenza russa” e la memoria storica di questi paesi, oppressi e calpestati nelle loro libertà da secoli di tirannia russa, zarista, sovietica e (per l’Ucraina, la Bielorussia, la Cecenia e la Georgia) putiniana. Quando mi capita di leggere come in questi giorni che il rapporto dei paesi dell’Europa centro-orientale nei confronti della Russia sarebbe un rapporto “pregiudiziale” mi si spalanca davanti il baratro dell’Occidente che ha dimenticato l’invasione dell’Ungheria nel 1956, quella della Cecoslovacchia nel 1968, e prima ancora l’occupazione della Polonia (inizialmente in accordo con la Germania di Hitler) e prima ancora secoli di occupazione dei territori un tempo appartenuti alla Confederazione polacco-lituana in seguito a quelle che a scuola vengono studiate come le spartizioni della Polonia. Si può discutere sullo statuto della NATO, si può pensare e dire tutto quello che si vuole sulla politica estera degli Stati Uniti, ma è possibile che gli italiani proprio non ce la facciano a capire che la richiesta di tutti i paesi confinanti con la Federazione Russa o appartenenti alla cosiddetta “sfera di influenza” di entrare nella NATO non è il risultato di un rapporto “pregiudiziale”, ma il frutto di un’esperienza storica secolare che il conflitto in corso non fa che confermare? Al punto che, se proprio non c’è alternativa, si preferisce essere “servi degli Stati Uniti” (per usare una terminologia in voga in certa politica italiana) piuttosto che servi dei russi? Si potrà discutere se ci sia un’alternativa a questa alleanza nel momento in cui ci saranno garanzie che la parte orientale dell’Unione Europea non corra il rischio di finire come l’Ucraina.

E cosa potremmo fare in Italia per migliorare da questo punto di vista?

Intanto occorrerebbe più umiltà nei confronti di questi paesi, deporre l’atteggiamento di superiorità della vecchia Europa che sa tutto e ha tutto da insegnare all’Europa centro-orientale. Non è così, anche l’Europa occidentale ha tanto da imparare dall’Europa centro-orientale che è passata attraverso l’esperienza del comunismo non per scelta, da paesi come la Polonia che hanno tradizioni democratiche ben più antiche della maggior parte dei paesi d’Europa (intendo qui la confederazione polacco-lituana che comprendeva i territori di buona parte degli attuali paesi baltici, della Bielorussia e dell’Ucraina di oggi). Poi invitare a parlare gli specialisti e gli studiosi di quest’area che in Italia non mancano: esiste l’Associazione Italiana di Studi Ucraini che raggruppa tutti gli specialisti di Ucraina in Italia, esiste l’Associazione Italiana dei Polonisti (l’Italia ha una tradizione di studi polonistici di antica data e vanta la polonistica più importante al di fuori della Polonia), esistono infine gli storici dell’Europa centro-orientale, anche questi in Italia fortunatamente non mancano: questo dovrebbe essere il bacino principale cui attingere. E poi leggere: leggere più libri e meno articoli pescati a caso in rete, soprattutto se non si hanno le competenze. Vale sicuramente di più un buon studio storico di tanti articoli di opinionisti della domenica che circolano in rete.

Per concludere, cosa pensi del boicottaggio della cultura russa come forma di pressione contro il regime putiniano?

Sono contrario. In quanto studioso penso che qualunque forma di censura sia controproducente perché fa dell’aggressore una vittima. Al contrario, la cultura del “nemico” va conosciuta. Non bisogna parlare di meno di Russia, bisogna parlarne diversamente. È necessario un approccio critico che decostruisca il discorso coloniale e imperiale come è stato fatto per quello tedesco. Il paradigma della “grande cultura russa” che va distinta dalla politica rischia di diventare una copertura finché questa “grande cultura” che ha finito con l’offuscare quelle di tutti gli altri popoli limitrofi (slavi, baltici, rumeni etc. per limitarci all’Europa) continua a godere di una condizione di privilegio e non viene mai smascherata nei suoi presupposti. Non abbiamo smesso di ascoltare Wagner dopo la fine del Terzo Reich, ma siamo consapevoli di quanta parte Wagner abbia avuto nella costruzione dei miti nazionali tedeschi e soprattutto quanto cattivo uso sia stato fatto della musica di Wagner da parte del Nazionalsocialismo. Un’operazione simile non è ancora stata fatta per la cultura russa, o meglio: non è stata fatta su vasta scala (perché studiosi che ci lavorano da decenni ci sono, ma non a caso sono tutti fuori dalla Russia). Al contrario si assiste al paradosso che persino i dissidenti (e sono tantissimi), persino tutto quanto nella cultura russa è in opposizione al potere (ed è da sempre una parte considerevole di questa cultura) finisce nell’unico calderone della “grande cultura russa” che mantiene così uno statuto di intoccabilità rifacendosi una verginità con Mandelštam e Achmatova. Lo statuto di privilegio della cultura russa in Occidente si fonda su due dati oggettivi: l’obiettivo contributo culturale, immenso, della Russia, ma anche l’esotismo, la lontananza. La Russia, a differenza della Germania, è sempre stata lontana, misteriosa, sconosciuta, “altra” per cui si è finito col sospendere il giudizio su ciò che accadeva in quel paese e di pretendere da lei gli stessi standard che ci aspettiamo dai paesi europei. Sul mito dell’alterità la Russia ha costruito un alibi cui hanno creduto non solo gli occidentali, ma hanno finito per credere gli stessi russi. È diventato parte costitutiva del costrutto identitario nazionale. Ed è proprio questo alibi che va fatto in frantumi ed è questo il compito degli studiosi e della cultura. Leggiamo dunque tutto e parliamo di tutto, ma diciamolo infine che la poesia di Puškin Ai calunniatori della Russia, oggi non a caso recitata in tutte le versioni nei media di regime, è un testo vergognoso di cui si sta facendo un uso infame, nonostante l’abbia scritto il più grande poeta russo, anzi proprio per questo. Vediamo quanto di Aleksandr Dugin e del suo imperialismo panrusso antioccidentale ci sia già in questa poesia come in tante altre grandi opere della letteratura russa. Non cancelliamo le conferenze su Dostoevskij, ma parliamo del suo antisemitismo e della sua polonofobia. Studiamo il ruolo che i suoi grandi filosofi hanno avuto nella costruzione dei miti nazionali russi. Decostruiamo questi miti, la “grande anima” russa, la sua presunta spiritualità che è stata spesso solo una copertura per rifiutare gli standard democratici dell’Occidente e perpetrare le peggiori nefandezze. Infine, rendiamo giustizia a tutti coloro che hanno lottato per una Russia diversa nel passato e nel presente, studiamoli, diamo loro voce e sosteniamoli oggi. Questa è un’azione politica non violenta che le istituzioni culturali dovrebbero adottare.

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Giornalista prima e comunicatrice poi, soprattutto per il non profit. Scienziata politica per formazione ma curiosa di filosofia, sociologia, comunicazione di massa, tecnologia. Per Le Nius è autrice e formatrice nei progetti di digital education.
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