Il mondo dietro al Giro d’Italia: Coso in Val d’Aosta

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giro d'italiaIl ciclismo è tante cose. È epica, è fatica, è storia, è spingersi oltre, è cadere, è rialzarsi, è essere perfetti sconosciuti pagati poco, è essere gregari del leader famoso e ricco, è essere eroi per un giorno e poi tornare a fare l’imbianchino con la ditta di tuo padre.
Il ciclismo è tutte queste cose e tante altre ancora.

Ma io voglio parlarvi di un altro ciclismo. Di quello che si svolge prima e dopo l’arrivo dei corridori. Che di epico ha ben poco, al limite fallico.

Coso al Giro d’Italia

Arrivo a Cervinia (2001 metri sul livello del mare) il mattino del 29 maggio per la tappa che si concluderà lì. I valdostani sono simpatici e usano terminologie che rievocano in me il tipico folklore dei primi anni ’90, tipo “terrone” e “romano” e ti guardano, se osi entrare in un ristorante della celebre località Champagne alle 22, con la stessa espressione che farebbero davanti a Salvini che presenta all’Italia Seydou, il suo figlio naturale maliano.

Il mio bagaglio di esperienze mi insegna però che il rancore non conduce mai da nessuna parte, quindi faccio buon viso a cattivo gioco e riempio il mio taccuino di appunti per il mio prossimo libro che si intitolerà “Smettere di essere valdostano è facile, se sai come fare“. Perché poi senza valdostani la Val d’Aosta è una regione da paura. Insomma, per concludere la leggera polemica, se domani l’Italia venisse invasa dall’Is e la Val d’Aosta rimanesse l’ultimo baluardo della resistenza io, trovandomi già munito di barba, non tituberei un istante e mi schiererei con gli amici di Maometto.
Ma non divaghiamo. Io sto qui (davanti al pc) e stavo lì a girare tra Piemonte e Val d’Aosta (e non a seguire Roma-Palermo) per raccontarvi ciò che accade ai margini del Giro d’Italia.

A Cervinia impiego circa novanta minuti per trovare la sala stampa e prendere il mio pass e il mio Garibaldi (se non sai cos’è il Garibaldi nel ciclismo cercatelo perché qui non stamo su Rai Nettuno) e alla fine la individuo grazie a un ragazzino del luogo che mi indica a gesti (il valdostano minorenne ancora ha problemi con l’idioma italiano) un edificio che poi è la sua scuola. Il Giro d’Italia sfrutta le location del posto con altri usi, quindi la scuola primaria e dell’infanzia di Breuil oggi ospita il Quartiertappa (si chiama così che ci posso fare?). Un po’ tipo i calabresi che utilizzano in inverno la casa al mare per mettere a seccare i pomodori o friggere e congelare melanzane. Sul fatto che tra la casa “vera”e la casa al mare del calabrese tipico ci siano di media 4.2 km di distanza torneremo un’altra volta, perché per me questo è uno dei maggiori misteri italiani del ‘900.

Riscendo verso il traguardo e vengo inghiottito dalla vera, sola e unica attrazione del Giro. Il villaggio sponsor. Praticamente è un grande villaggio vacanze. Si balla, si canta, si canta, si balla. Ventenni pagati per girare l’Italia indovinate che fanno? Sì, ballano e cantano e ti si avvicinano porgendoti gadget tipo una bandierina dell’Expo e sebbene la signorina abbia probabilmente il culo più bello del Giro d’Italia (suggerisco all’organizzazione di pensare a una maglia anche per questa categoria, il prossimo anno) non posso far altro che sorridere, forse sbavare un po’, e dire “no, grazie”. Perché sono in fila allo stand della Rio Mare dove si sono accalcate almeno cento persone e non riesco a spiegarmi il motivo. L’unica è fare la fila, del resto mica regaleranno scatolette di tonno. Ma che stiamo in guerra? Dai siamo onesti… non posso credere che ci siano cento persone in fila per prendere un gadget in vero olio d’oliva. Arrivo (dopo 20 minuti di sgomitate che vi risparmio) al bancone e no, non ci stava la scatoletta di tonno, faccio per tirare un sospiro di sollievo quando la signorina (che l’organizzazione di cui sopra potrebbe insignire della maglietta bagnata) mi mette in mano una confezione (facilissima da aprire, dice) di insalatissima. Con quella stupida scatolina cerco con lo sguardo la ragazza che distribuiva le bandierine dell’Expo ma interpreto un suo sguardo killer come uno sguardo killer o quantomeno come un “A stronzo hai detto che non la volevi la bandierina, cazzi tuoi se mo t’avvicini”. E allora alzo i tacchi e continuo a passeggiare con in testa una sola domanda che però temo di fare… Ma grazie al cielo mi anticipa un vecchio che si avvicina a un ragazzo rappresentante di una nota banca sponsor del Giro e gli chiede: “Dì la verità, se scopa in mezzo a tutto ‘sto casino da tre settimane eh?!”.
Quindi, grazie uomo misterioso che nella mia testa parli romano per aver fatto la domanda delle domande.

Le donne del Giro d’Italia

giro d'italiaHo scoperto che le donne addette ai lavori di questa parte del Giro sono catalogabili in tre categorie:
– Le Top (le miss che danno le maglie) che sono otto, tutte molto belle ed è un attimo che oggi sono a baciare Aru e domani te le ritrovi a dare le quote Bwin su Mediaset Premium prima del posticipo delle 20:45.
– Poi ci sono quelle della classe media ovvero quelle del villaggio, che sono belle ma devono tirarsela di meno perché il compito loro è farsi i selfie con gli allupati, dare gadget, giocare e ballare. Pure se vorrebbero ucciderti. Questo è evidente.
– Infine le ragazze della Carovana. Che ballano, cantano e la differenza tra loro e le animatrici di un mini club del Valtour è praticamente inesistente.

La cosiddetta Carovana è una grandissima porcata (è un termine tecnico che sta a indicare che è una roba che manco ai maiali) che anticipa l’arrivo degli atleti di un’ora abbondante ed è formata da decine e decine di camioncini brandizzati spara gadget. Percorre la tappa regalando cose inutili e diffondendo musica oscena con un’animazione perennemente in bilico tra una festa di diciotto anni e il gioco-aperitivo del villaggio vacanze di cui parlavamo.
In prossimità del traguardo da ogni furgoncino scendono dei ragazzi iperattivi che iniziano a ballare e cantare e si definiscono la famiglia più pazza d’Italia. Fanno coreografie, lanciano baci, saltano (sul posto) e cantano cose tipo “Dammi una C, dammi una A, dammi una R…”, vabbè CAROVANA, lo avete capito, ma era facile, non sentitevi pronti per la Ghigliottina, adesso.

La Carovana, se non bastassero i furgoncini da forme e colori strani, è facilmente riconoscibile perché guidata da dementi che corrono lungo le strade di montagna e onestamente non mi capacito di come non ci siano mai stati pezzi di essa finiti in un dirupo o ciclisti amatoriali morti in frontali – altra categoria, quella degli amatoriali, di deficienti che va in discesa a 100 all’ora con le strade aperte al traffico pensando di essere Eddy Merckx.
Davvero non capisco come mai questi tizi non siano stati mai arrestati.

Ma del resto, se non hanno arrestato me e i miei compagni di viaggio forse qualche falla nel sistema della sicurezza ci sta. È incredibile fin dove puoi arrivare con una macchina e un pass stampa. Ma questa è un’altra storia e per la mia incolumità sono costretto a tacere. E sì, forse è pure una mossa paracula per generare attesa e suspense e farvi chiedere a gran voce Coso al Giro due.
Ma fate come vi pare.

¡Hasta la Val d’Aosta Siempre!giro d'italia

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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