Canzoni che parlano (anche) di cibo

di
canzoni che parlano di cibo
@Stefania Pascucci

Che cibo e musica vadano spesso a braccetto non è certo un mistero.

Tuttavia, per una sorta di naturale filtro della funzione poetica, il cibo non è così spesso centrale nei testi delle canzoni, siano party anthems o introspettivi pezzi cantautorali, quasi l’atto del mangiare fosse troppo mondano per avere dignità di canto. Questa è una prima ipotesi.

Una seconda è che la dimensione auditiva del mezzo sia talmente pronunciata, il godimento estetico interamente addossato alla funzione poetica di jakobsoniana memoria, che un senso meno rarefatto come quello del gusto non viene lasciato entrare spesso, se non per qualche metafora abusata che ormai col gusto ha davvero poco a che fare.

Sweet like honey lalalà.

Anche in letteratura – in cui la lettura silenziosa fa sì che la dimensione auditiva del godimento estetico sia meno pronunciata – non sono tantissimi gli autori classicizzati che si soffermano spesso a descrivere i sapori, eppure ci sono illustrissime eccezioni, come Hemingway.

Ecco una cinquina di anomalie. 5 canzoni contemporanee in cui il cibo gioca una parte fondamentale nel definire il carattere della canzone stessa, che siano allusioni non stereotipate o tessuto rilevante della trama concettuale di un testo.

5 canzoni che parlano di cibo

Sia – Sweet Potato

Si cucina e parla di cibo parecchio in questa fotografia dei problemi della cantautrice australiana, dalle barrette Mars portate in dono romantico ad una persona che sta boicottando Nestlé, all’avversione dichiarata alle melanzane, alle patate dolci del titolo, messe a bollire empaticamente, al segnale impercettibile della voglia di questa particolare pietanza rintracciato nel canticchiare passaggi di Grease del compagno.

Alanis Morissette – I was hoping

Nel secondo album internazionale di Alanis Morissette, il suo lavoro migliore benché adombrato dall’ingombrante popolarità dell’esordio, il cibo compare piuttosto spesso. E quasi sempre in maniera problematica o riflessiva: per anni l’autrice canadese ha sofferto di problemi alimentari e ci sono cicatrici sparse un po’ ovunque nel denso tessuto testuale del disco dal “how ’bout stopping eating when I am full up?” del singolo Thank You, all’interscambio sulla morale tra due interlocutori del brano I was hoping, per altro ambientato in un ristorante, che tocca brevemente l’eticità dell’alimentazione.

“Ho smesso di mangiare carne e pollo e cose del genere.” “Ma hai continuato a vestirti di pelle.” Hai riso – e poi hai detto: “Siamo in cima alla catena alimentare e che tu sia comunque una brava persona” e io mi sono sentita umiliata.

The Clash – Lost in the Supermarket

In questo brano del terzo album dei Clash, London Calling, il supermercato, luogo in cui la maggior parte di noi si reca con frequenza per procurarsi cibo, diventa il simbolo di un dedalo di consumismo, divoratore della vita del cittadino del mondo capitalista che sin dalla giovane età è escluso e alienato dalla società stessa, in cui c’è un’offerta speciale personalizzata per ognuno (e quindi nessuno è speciale) e proviamo soddisfazioni surrogate come il raccogliere coupon per avere una confezione di tè omaggio. Il supermercato, per i curiosi, in questione era The International di Kings Road, nella ricca zona ovest di Londra.

Billy Joel – Scenes from an Italian restaurant

In questo lungo brano di Billy Joel, sorta di medley che parte come una pano ballad per evolversi in un uptemo jazz, il cibo è la porta di ingresso per la dimensione della memoria. Bicchieri di rosso e bianco aprono e chiudono la canzone collegando presente e passato narrativo, facendo da cornice al racconto dei due ex compagni di classe riuniti dopo anni al tavolo. Facile immaginarsi l’Italian restaurant del titolo come uno di quelli – esistenti solo negli Stati Uniti – immortalati in tanti film ambientati a New York, con i tavolini su strada e le tovaglie a quadretti rossi e bianchi: durante un concerto a Long Island, Billy Joel fece uno shoutout al locale Christiano’s, nel vicino distretto del Syosset, ad una cinquantina di chilometri da Manhattan.

10cc – I hate to eat alone

Pubblicata a cavallo tra due decadi, ma ancora distintamente anni ’70 musicalmente, I hate to eat alone parte dall’assunto che è facile bere in solitario quanto difficile mangiare da soli. Le cene surgelate, mangiate di fronte alla TV, non costituiscono vero nutrimento ma una sorta di vuoto tic nervoso, assimilabile al rosicchiarsi le unghie. Alle porte della solida spensieratezza economica degli ’80, la perdita della dimensione conviviale dei pasti è vista come un sintomo della progressiva diminuzione del contatto umano nella vita di città.

They say the city’s rotten to the core
There’s no communication with each other anymore
But we stopped talkin’ to each other a long time before
And I hate to eat alone

 

 

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Mercante di parole giramondo. Mentre si dedicava allo studio delle humanae litterae nascosto dentro una giara di rupie, è naufragato sulle coste dell’arcipelago giapponese dov’è scampato alla morte venendo colpito in testa da un funghetto 1UP. Ha divorziato dai carboidrati complessi e benché si possa pensare che sia pigro, tecnicamente è solo impostato in modalità risparmio energetico perché mangia solo cibo ipocalorico.

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