Ancora nessuna verità per Giulio Regeni

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Osservazione critica. Lorenzo Declich, scrittore esperto del mondo islamico, ha recentemente pubblicato “Giulio Regeni, le verità ignorate. La dittatura di al-Sisi e i rapporti tra Italia ed Egitto” (Alegre Edizioni, 2016), il primo libro che racconta il caso Regeni sotto un punto di vista strettamente critico. Lo scrittore sottolinea subito come i media italiani abbiano trattato il caso Regeni in maniera superficiale, almeno nelle fasi iniziali: “Si è preferito costruire ipotesi fantasiose, accusare i suoi supervisori di “responsabilità morale”, descrivere Regeni come un inconsapevole strumento di qualche apparato intelligence e chi più ne ha più ne metta. Se in Egitto il regime faceva muro in Italia sembravano tutti impegnati a trovare responsabili diversi dal vero responsabile: Abd al-Fattah al-Sisi.” Sempre Declich, intervistato dai ragazzi di carmillaonline.com, ha dichiarato: “La repressione del regime di Al-Sisi non si è fermata anzi si è intensificata. L’Italia, dopo il ritiro dell’ambasciatore, non ha fatto niente. Anche qui il richiamo dei familiari di Regeni a fare di più parla da solo. Britannici (ma non Cambridge, occorre sottolinearlo) e francesi chiudono gli occhi. […] Senza la pressione dell’opinione pubblica le cose rimarranno ferme.” L’autore evidenzia anche come “oggi avere relazioni economiche con l’Egitto significa in moltissimi casi supportare il regime” e come sparizioni, torture e uccisioni siano ormai quasi all’ordine del giorno nelle città egiziane.

I sequestri e le torture. Le osservazioni di Declich fanno eco alle ultime accuse lanciate da Amnesty International che sottolineano come la vicenda Regeni non rappresenti un caso isolato, ma al contrario sia solo uno di tanti casi di una più vasta operazione di terrore perpetuata dall’Agenzia per la sicurezza nazionale egiziana. Infatti, secondo il Centro el-Nadim per la Riabilitazione delle Vittime della Violenza, il bilancio complessivo del 2015 conterebbe 464 casi di sparizioni forzate e 1676 casi di tortura, di cui 500 con esito mortale; nel 2016 sono già stati denunciati 88 casi di tortura che hanno portato a 8 decessi. Le autorità de Il Cairo continuano a negare il coinvolgimento delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria e, per i casi più eclatanti, si limitano a giustificare le irruzioni e i sequestri come raid anti-terrorismo necessari a garantire la sicurezza nazionale. Secondo Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International: “Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità.”

Stop alla fornitura di F-16. Intanto, sul fronte della diplomazia, l’Italia prosegue con la sua apparente linea intransigente. La scorsa settimana è stato approvato in Senato il così detto “emendamento Regeni”: presentato da alcuni parlamentari di Sinistra Italiana, il provvedimento adottato blocca la fornitura di aerei F-16 al regime di Al-Sisi. Anche se i caccia sono già effettivamente a disposizione dell’Egitto, è stato ufficialmente sospeso il rifornimento dei pezzi di ricambio attualmente depositati nel porto di Taranto. L’iniziativa rientra nella strategia diplomatica attuata dall’Italia per chiedere la verità sulla morte del ricercatore italiano e fa seguito al richiamo in Italia del nostro ambasciatore dalla capitale egiziana, avvenuto lo scorso aprile su volontà del Ministro degli Esteri Gentiloni. Ma sono in molti a definire contraddittoria la politica seguita dal governo nei confronti del regime egiziano: proprio a fine giugno, Amnesty International aveva puntato il dito contro il Ministero dello Sviluppo Economico, reo di aver dato il via libera alla vendita di software spia all’intelligence egiziana. Lo stesso blocco delle forniture per gli F-16 è stato criticato da più parti, in quanto i caccia forniti dall’Italia sarebbero usati in prima linea proprio contro le cellule jihadiste delle regioni limitrofe.

La reazione dell’Egitto. Il Presidente della Camera dei rappresentati egiziana, Ali Adbel Al, ha convocato le commissioni parlamentari per i Diritti Umani, per gli Affari Esteri e per la Difesa al fine dei rivedere le relazioni con l’Italia. Questa settimana le tre commissioni si sono riunite per decidere quali provvedimenti prendere contro l’”atteggiamento ostile” del Parlamento italiano verso l’Egitto. Secondo il capo della commissione parlamentare dei Diritti Umani, Mohamed Anwar El Sadatat: “Questo incontro si tiene non solo su ordine del presidente Abdel Al, ma anche su richiesta di molti parlamentari che chiedono una revisione completa di tutti gli accordi economici, petroliferi e di cooperazione fra i due paesi, in particolare nel campo della lotta contro il terrorismo”. Il regime di Al-Sisi gioca la carta della lotta al terrorismo per smuovere l’opinione pubblica internazionale e per scaricare parte delle proprie responsabilità sul Governo italiano. Tuttavia, a margine dell’incontro, i vertici del ministero degli Interni e degli Esteri hanno fatto sapere che puntano a una de-escalation con l’Italia e alla normalizzazione dei rapporti diplomatici. Il prossimo 18 luglio le commissioni riferiranno al Parlamento egiziano quanto discusso e avanzeranno le loro proposte.

verità e giustizia per giulio regeni
@irish times

(a cura di Matteo Margheri)

22 maggio

La chiusura delle indagini egiziane. A quattro mesi di distanza dall’omicidio di Giulio Regeni la prefettura del Cairo ha chiuso le indagini in attesa di nuovi sviluppi. La vicenda del ricercatore italiano è diventata un caso politico su cui si giocano equilibri importanti nei rapporti fra Italia ed Egitto. A nulla sono servite le pressioni italiane, forse troppo deboli. A seguito del summit dello scorso Aprile, il procuratore generale egiziano Nabiel Sadeq ha fatto sapere che:

A questo punto le indagini si fermano qui. Il caso Regeni è ormai una questione diplomatica di primo livello. Noi continueremo il nostro lavoro investigativo solo qualora emergessero nuovi elementi utili alla procura

La versione di Omar Afifi. Verso la fine di Aprile l’ex-ufficiale della polizia egiziana ora in esilio in America, Omar Afifi, muove forti accuse verso il regime di Al-Sisi denunciando il coinvolgimento dei servizi segreti del Cairo nel caso del ricercatore italiano: nella sua ricostruzione attribuisce al generale Khalid Shalabi, capo della sicurezza del distretto di Gaza, la responsabilità dell’omicidio Regeni. Secondo Afifi, il coinvolgimento di Shalabi comporterebbe a cascata la responsabilità dirette sia del ministro degli Interni che del Presidente Al-Sisi, in quanto il protocollo egiziano prevede che il sequestro di stranieri deve essere notificato all’intera catena di comando legata alla sicurezza nazionale. Sulla sua pagina Facebook, l’ex-ufficiale egiziano arriva addirittura a delineare un piano segreto organizzato e finanziato dai servizi segreti egiziani per spingere l’Italia ad abbandonare le indagini. Il piano prevedrebbe l’utilizzo dei flussi di migranti come strumento di ricatto verso l’Italia, formula che già l’ex-dittatore libico Gheddafi avrebbe sperimentato in passato nella gestione dei suoi rapporti diplomatici con l’Europa. L’intelligence egiziana starebbe infatti incentivando le partenze finanziando gli scafisti e indirizzandoli verso le nostre coste per mettere sotto pressione il sistema di accoglienza italiano. La ricostruzione di Afifi per quanto allarmista va comunque presa con le dovute precauzioni.

Il governo italiano. Il ritiro del nostro ambasciatore dall’Egitto è solo il primo passo di una strategia diplomatica che il Ministro Gentiloni sta delineando coi suoi collaboratori: si parla dell’interruzione della cooperazione in diversi settori o addirittura dell’iscrizione dell’Egitto nella blacklist italiana relativa al turismo. Proprio sul turismo il Paese delle piramidi rischia di subire un duro colpo: nel 2015 gli italiano hanno rappresentato oltre il 10% degli arrivi turistici del Paese e già dall’inizio di quest’anno si sono registrati forti cali rispetto agli anni passati. Se pensiamo che l’Egitto in un anno ha perso il 50% del turismo, è comprensibile come il regime non possa ignorare un boicottaggio che potrebbe contribuire a dare il colpo di grazia alla debole economia egiziana. Secondo i piani del Ministro non ci saranno variazioni nei rapporti commerciali che intercorrono fra i nostri due Paesi, ma rimangono tuttavia congelati molti progetti industriali che l’Egitto sta portando avanti grazie all’aiuto dell’Italia. Fra questi la creazione di ben otto centri di lavorazione per il grano, la riqualificazione del sistema fognario del Cairo e la valorizzazione del museo romano di Alessandria.

Amnesty International. Una delle associazioni internazionali più attive nel richiedere la verit à per Giulio Regeni è proprio Amnesty International. Dai campi di Serie A, fino alle piazze ed a diversi comuni italiani, l’associazione umanitaria è riuscita ad raccogliere migliaia di sostenitori che hanno esposto i loro striscioni per chiedere giustizia per il ricercatore italiano. Vengono continuamente organizzati flash mob in tutta Italia e le adesioni alla campagna “Verità per Giulio Regeni” non fanno che aumentare: non solo organizzazioni private, ma anche enti pubblici (come scuole, università, comuni e Regioni) e media come giornali e radio. Anche il Festival di Cannes è sceso in campo per Regeni: molti registi ed attori presenti all’evento cinematografico indosseranno un braccialetto giallo riportante l’haschtag #veritàpergiulioregeni. A farsi promotori dell’iniziativa saranno fra i tanti Ken Loach, Paolo Virzì, Marco Bellocchio e Micaela Ramazzotti.

L’Espresso. Il giornale di De Benedetti ha messo a disposizione un apposito portale per raccogliere informazioni e testimonianze in forma anonima riguardo non solo l’omicidio di Giulio, ma per tutte le presunte violazioni dei diritti umani portate a compimento dal regime di Al-Sisi. Eleaks, il nome della piattaforma de “L’Espresso”, si appoggia sui sistemi di Globaleaks che lavora sulla rete Tor, garantendo così l’anonimato delle fonti e la protezione dei dati raccolti.

Appoggio internazionale. Il Governo inglese ha espresso il proprio sostegno alle indagini dopo la petizione lanciata dalla collega di Regeni Hannah Waddilove che ha raccolto in poco tempo più di 11.000 firme. Bisogna infatti ricordare che il ricercatore italiano era in Egitto per lavorare sulla sua tesi di dottorato che avrebbe conseguito presso l’Università di Cambridge. Attraverso una lettera in risposta alla petizione di Waddilove, il Ministro degli Esteri Inglese ha espresso la sua posizione sul caso Regeni e sull’atteggiamento delle autorità egiziane:

Continueremo a insistere con il governo egiziano perché collabori pienamente con gli investigatori italiani per portare al più presto gli assassini di Giulio Regeni davanti alla giustizia. La stretta cooperazione con l’Italia e un’indagine completa e trasparente sono vitali per rispondere alle preoccupazioni internazionali sulla sicurezza dei cittadini stranieri in Egitto e sull’impegno egiziano nei confronti dello stato di diritto.

(a cura di Matteo Margheri)

5 maggio

Siamo in molti – persone pacate, razionali e fin moderate – a chiederci: ma che cosa si sta aspettando? Che cosa sta aspettando l’Italia per far sentire la propria voce e tutta la propria determinazione alle riluttanti, e sempre più ostili, autorità egiziane?

Ne uccide più l’eufemismo che la spada. Se lo chiede Luigi Manconi (senatore PD) su Il Manifesto in un articolo a metà tra indagine e invettiva che interpreta il sentimento di amarezza e rabbia di quegli italiani che stanno ancora aspettando una mossa del governo per fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni.

Parole, parole, parole. Al di là delle dichiarazioni (Gentiloni ha parlato nuovamente di “collaborazione assolutamente inadeguata”) il governo italiano non è mai passato all’azione, cercando di pungere sui temi dell’economia o della diplomazia internazionale. Questo inazione unita alle dichiarazioni iniziali lasciando grande amarezza e rendono farsesco l’atteggiamento governativo. Conclude Manconi, riferendosi agli arresti di pochi giorni fa, tra cui quello di Ahmed Abdallah, consulente dei genitori di Giulio.

Questa esibita brutalità della repressione di stato, sembra contenere un messaggio di sfida nei confronti di quanti, non solo in Italia, denunciano la pesantissima torsione dispotica che il regime va rapidamente assumendo.

Egitto paese non sicuro. La prima semplice dimostrazione di fare sul serio potrebbe essere dichiarare l’Egitto paese non sicuro, invitando i cittadini europei a non recarvisi. Una richiesta in questo senso è stata sottoscritta nelle scorse settimane da un centinaio di europarlamentari, di tutti i Paesi e di tutti i partiti (chi volesse può aderirvi su change.org).

Gaffe dietro gaffe. La situazione intanto in Egitto non migliora, anzi. Continuano paradossalmente gli errori del governo egiziano che palesano un totale disinteresse nei confronti delle richieste italiane. Ultima la notizia della mail inviata per errore a media e giornalisti con un piano anti stampa e un ordine di riservatezza (obbligo di non pubblicazione) sul caso Regeni. Nella mail funzionari di sicurezza descrivono anche un piano per colpire il sindacato dei giornalisti, il suo presidente Yehia Qalash e il Cda.

Violazione della mail di Giulio. Altro episodio altamente sospetto è la violazione dell’account gmail di Regeni: gli investigatori italiani hanno fatto richiesta a Google per identificare l’Ip da cui è stato effettuato l’accesso, effettuato da un dispositivo mobile egiziano.

26 aprile

Spudoratamente dittatoriale. Gettare benzina sul fuoco, verrebbe da dire. Eppure questa benzina in Egitto è diventata ormai abitudine di una dittatura violenta, scellerata e omicida. Notizia di ieri è l’arresto di Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, ong che offre consulenza ai legali di Giulio Regeni.

L’accusa è promozione del terrorismo. L’accusa farebbe sorridere, se non sapessimo cosa vuol dire essere arrestati in Egitto. Ahmed è stato il primo di una lunga serie di arresti compiuti il 25 aprile, “per avere protestato senza permesso”. Amnesty International ha confermato la notizia, protestando anche per gli arresti della nota attivista Sanaa Seif e dell’avvocato Malek Adly. Ahmed Abdallah sarebbe stato prelevato da casa alle 3 del mattino.

Centinaia di arresti. Amnesty parla di 238 arresti selettivi effettuati in otto governatorati diversi, tra cui il Cairo e Alessandria. Più il governo reprime, più sembra infuocarsi la protesta.

La famiglia Regeni. Non si è fatta attendere la risposta della famiglia del ricercatore torturato e ucciso in Egitto, che ha espresso

preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio.

Il governo italiano tace. Di fronte a questa efferatezza spudorata, il governo italiano tace. L’Egitto non sta facendo nulla neanche per dare una verità credibile all’Italia, sarebbe il minimo aspettarsi dal governo Renzi un’alzata di scudi contro tale arroganza. E invece…

22 aprile

Niente di nuovo sul fronte dittatoriale. Come era ampiamente prevedibile dietro alle parole e alle promesse del governo egiziano c’è il vuoto. Sono passati tre mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni e nulla si sa se si escludono i tentativi piuttosto dozzinali del governo di dare la colpa a qualche bersaglio scelto.

Egiziani ed italiani insieme. Sono passati 26 giorni dalla conferenza stampa di mamma e papà Regeni e dalla loro richiesta di verità e giustizia. In mezzo le commoventi dimostrazioni per Giulio di studenti egiziani, che sentono loro una battaglia per la verità che riguarda migliaia di egiziani scomparsi nel nulla. Sequestrati e torturati (spesso a morte) dallo Stato.

Le ultime da fonti egiziane. La Reuters riporta voci di intelligence egiziane secondo cui Giulio fu arrestato e detenuto dalla polizia prima di essere ucciso. Che scoperta, penserete voi. È l’ennesima conferma da una parte di chi sono gli aguzzini di Giulio Regeni, dall’altra della lotta di potere interna che è in corso tra i diversi sistemi di sicurezza egiziani. La polizia infatti ha sempre smentito l’arresto di Giulio il 25 gennaio, giorno della scomparsa. Diversi poliziotti hanno però confermato che il 25 gennaio Giulio fu prelevato da uomini vestiti da poliziotti e portato alla stazione di Izbakiya. L’intelligence conferma che Giulio fu trattenuto a Izbakiya 30 minuti prima di essere trasferito a Lazoughli, un compound gestito dai servizi di sicurezza egiziani. Da lì il blackout, facilmente immaginabile considerando il corpo martoriato del ricercato italiano ritrovato sul bordo della strada a distanza di giorni.

Dittatore mediocre. L’Egitto è da anni un paese completamente fuori controllo per violenza, omicidi e repressione. In tutto questo  Al Sisi è un attore in gioco sicuramente importante, ma non sembra avere per niente in mano la situazione. Nulla a che vedere con Mubarak, insomma.

Cosa fa l’Italia. Ora resta da capire come si muoverà il governo italiano, dopo il summit fallito di Roma tra italiani e egiziani. L’Egitto chiede di allentare le pressioni, minacciando neanche troppo velatamente ritorsioni economiche e utilizzando il caso di un egiziano scomparso in Italia, Adel Moawwad, per puntare sul nazionalismo  interno in una sorta di gioco “succede anche da voi ma quando capita da voi nessuno dice niente”. Per ora al di là delle parole, l’azione di Renzi e Gentiloni ha sortito ben poco effetto. Vedremo quanto coraggio e abilità politica avranno. Anche l’Europa si sta dimostrando solidale solo a parole, con la Germania che ha fatto presente di seguire gli sviluppi, ma dalla UE non ci si può aspettare niente, visto il poco coraggio e l’indifferenza dimostrati sin qui.

8 aprile

L’anonimo di Repubblica. Fanno molto discutere gli articoli a firma Carlo Bonini usciti negli ultimi due giorni su Repubblica. Il giornalista cita le mail di una fonte anonima che offre una verità sul caso Regeni scomodissima per il regime di Al Sisi. In sostanza, dice l’anonimo, il giovane ricercatore Italiano sarebbe stato a lungo controllato dalla procura di Giza e poi arrestato, interrogato e infine torturato da più agenzie di sicurezza con il coinvolgimento attivo dello stesso Al Sisi e dei suoi ministri nell’autorizzare le sevizie e nel successivo tentativo di depistaggio.

Versione credibile. La ricostruzione fa nomi e cognomi precisi, è piuttosto dettagliata nel ricostruire gli spostamenti di Regeni e le fasi dell’arresto e ha il merito di far luce su alcuni punti oscuri della vicenda, a cominciare dalla strana modalità di ritrovamento del corpo, e sul perché di alcuni evidenti e quasi maldestri tentativi di confondere le acque. È dotata di una sua intrinseca coerenza e finisce per coincidere piuttosto bene con l’idea che molti di noi si sono fatti su ciò che è successo in Egitto al nostro connazionale.

Il sospetto del Corriere. Per il Corriere della Sera questa coincidenza è fin troppo sospetta, non è infatti sfuggita a Viviana Mazza come la storia contenuta nelle mail anonime sia molto simile a quella raccontata tempo addietro su Facebook da Omar Afifi, un ex colonnello egiziano ostile al regime rifugiatosi negli USA. Afifi stesso, contattato dal Corriere, nega di essere l’autore della mail sostenendo però la sostanziale veridicità del loro contenuto.

Omar Afifi. Il problema è che Afifi è considerato da fonti egiziane, ma anche da osservatori indipendenti, una sorta di Giulietto Chiesa locale e non sembra che Pignatone e gli altri incaricati dell’indagine abbiano intenzione di tenere in considerazione la sua versione. Per usare le parole di Mokhtar Awad, un ricercatore che si occupa di terrorismo per la George Washington University, “un articolo che ha come fonte Omar Afify non è “discutibile” ma chiaramente sballato”.

Il summit a Roma. La nebbia sul caso Regeni sembra insomma ancora lontana dal diradarsi e si spera che notizie più certe arrivino dal summit in corso a Roma fra gli investigatori dei due Paesi, sempre che la minaccia di sanzioni diplomatiche ed economiche mossa dal ministro Gentiloni risuota l’effetto sperato.

(a cura di Fabrizio Pedone)

29 marzo
Le parole della madre di Giulio Regeni. Fino ad oggi abbiamo parlato del caso Regeni raccontandone i risvolti diplomatici, economici e giudiziari, la dialettica fra i due governi, le indagini parallele delle procure egiziane e italiane. Dopo la conferenza stampa di oggi, però, non possiamo più ignorare il risvolto umano ed emozionale dell’evento, condensato nelle parole della madre di Giulio.

Ancora una volta tocca ai familiari di un giovane italiano difendere la memoria del loro caro e tentare di sottrarla alle illazioni, agli scoop, ai tentativi di insabbiamento e di manipolazione politica. La compostezza di questi genitori non può non ricordarci quella dei Solesin o dei Lo Porto, costretti a fare i conti con la scomparsa di figli troppo in gamba perché l’Italia potesse bastare loro.

Ma la voglia di verità di Paola Regeni ci ricorda anche un’altra madre e un’altra morte, quella di Federico Aldrovandi, anche lui caduto mentre era nelle mani della polizia, questa volta italianissima. E infine il racconto del difficile riconoscimento della salma del figlio, devastata dalla brutalità della tortura, non può non farci pensare a Ilaria Cucchi alle prese con il cadavere del fratello.

Ed è proprio l’arma che è stata di Ilaria quella che i genitori Regeni ancora non vogliono usare, nella speranza che la verità arrivi prima che si renda necessario mostrare al mondo ed all’opinione pubblica il corpo straziato del proprio figlio.

Aldrovrandi, Cucchi, Lo Porto, Regeni, Solesin. Casi molto diversi fra loro, accaduti in Italia e all’estero, a ragazzi con mille problemi o con mille risorse, con la voglia di conoscere o solo di divertirsi. Tutti però accomunati dalla testimonianza di familiari costretti a metterci tutto l’impegno possibile per essere gli ultimi a ad affrontare una simile sofferenza, per poter dire “mai più”.

I genitori di Giulio Regeni parlano in conferenza stampa

(a cura di Fabrizio Pedone)

15 marzo

Le promesse di Al Sisi a Repubblica. L’intervista rilasciata da Al-Sisi a Repubblica ci dice molte cose riguardo al caso Regeni, per alcune di esse bisogna però leggere fra le righe di ciò che con estrema cura e attenzione alle parole ha inteso dire il premier egiziano. Proviamo una nostra interpretazione:

Rapporto con l’Italia

“Il rapporto con l’Italia è storico e unico per la sua natura, oggi siete il primo partner commerciale dell’Egitto nell’Unione europea, ed è forte anche l’amicizia tra i nostri popoli per la presenza di importanti comunità nei due Paesi. Non possiamo permettere a niente e nessuno di dividerci.”

Questa affermazione iniziale non ha bisogno di essere spiegata. Al Sisi ribadisce gli interessi economici e geopolitici che non devono essere inficiati dalla morte del giovane ricercatore.

La morte di Regeni un fatto unico

“Questo è un fatto drammatico ma unico, migliaia di italiani hanno visitato, lavorato e vissuto in Egitto e a nessuno di loro è mai accaduto nulla, sono stati in sicurezza.”

Qui Al Sisi vuole sicuramente rassicurare gli altri Italiani presenti in Egitto ma potrebbe pure alludere al fatto che esista qualcosa di “straordinario” che ha escluso di fatto Regeni dalla salvaguardia e dalla protezione riservata solitamente agli italiani nel Paese facendogli subire una sorte solitamente riservata agli autoctoni.

Indagini e sicurezza

“L’indagine qui in Egitto è dal primo momento sotto la diretta supervisione del procuratore generale.”

Il riferimento serve probabilmente a tranquillizzare gli investigatori Italiani, preoccupati dalle mosse maldestre o forse proditorie della procura di Giza. Quando i giornalisti gli chiedono qualcosa sui tempi dell’inchiesta il Premier risponde

“Voglio sottolineare il grande sforzo del governo egiziano nel combattere il terrorismo e l’estremismo per avere stabilità e sicurezza nel nostro Paese.”

La risposta serve a prendere tempo, ma anche a ricordare all’Italia il difficile ruolo di Al Sisi, quello di uomo forte e garante della stabilità in Egitto contro le minacce dei Fratelli Musulmani e delle forze estremiste. Un ruolo che il militare ribadisce più tardi quando gli intervistatori gli chiedono quanto sia reale l’impegno egiziano nella risoluzione del caso e se esista già un ‘idea sulle responsabilità e sui nomi dei torturatori

“Vi ho parlato delle molte sfide e dei rischi che ha di fronte oggi l’Egitto,[…] Stiamo fronteggiando una sfida terroristica che ha come obiettivi i luoghi turistici e il confine con la Libia e non abbiamo bisogno di creare divisioni ma di avere un rapporto di unità e sostegno con una nazione amica come l’Italia. […] incidenti come questi non possono rovinare la relazione tra i nostri Paesi. I tempi duri mostrano e testano la forza e la durata delle relazioni di amicizia tra i Paesi”.

Prima però arriva l’ovvia tesi egiziana, quell’ipotesi di complotto che salverebbe capra e cavoli a discapito, forse, solo della verità.

La versione ufficiale: ipotesi di complotto

“Sulla morte di Regeni ci sono molti interrogativi che dobbiamo porci: il primo è sulla tempistica, in particolare sulla scoperta del corpo. Perché è accaduta durante la visita di una delegazione italiana di imprenditori con il ministro dello Sviluppo economico, che erano al Cairo per rafforzare la nostra collaborazione? Perché è accaduto mentre le relazioni tra noi hanno raggiunto un livello senza precedenti dal punto di vista economico e politico? Un’altra domanda inevitabile è capire chi ha interesse a boicottare o bloccare l’ampia collaborazione tra Italia e Egitto sul fronte dell’energia e della sicurezza, in una fase di turbolenza in tutta la regione. Non bisogna dimenticare l’importanza di questa cooperazione che arriva in un momento di sofferenza per la nostra economia e dopo anni di debolezza”.

Al Sisi lega la morte di Regeni anche all’abbattimento dell’airbus russo in ottobre, sostenendo che esista una strategia per isolare l’Egitto colpendo il turismo e i rapporti con i suoi partner commerciali. Anche il messaggio che Al Sisi dice di voler mandare alla famiglia Regeni è in realtà un messaggio al Governo Italiano nel quale il generale ribadisce la promessa di colpire i colpevoli ma ci tiene soprattutto a rimarcare il ruolo dell’Egitto come argine alla radicalizzazione dei giovani e al pericolo del disfacimento delle entità statali arabe.

In sostanza Al Sisi non dice nulla agli intervistatori in merito alle indagini in corso anticipando però quale sarà la verità messa in campo dal governo egiziano: il complotto contro le relazioni di buon vicinato con l’Italia.

In compenso con una velata minaccia ricorda al governo Italiano cosa sarebbe un Egitto senza Al Sisi: almeno 60 mila nuovi combattenti per l’Isis, nessuna testa di ponte dalla quale gestire le crisi in “Libia, Siria, Yemen, Iraq, Mali, Somalia e Nigeria”, nessuna garanzia per gli investimenti italiani.

“La verità vale veramente tutto questo?” è la domanda, fra le righe, posta dal Premier egiziano all’Italia.

(a cura di Fabrizio Pedone)

10 marzo

La verità sul caso Regeni tarda ancora ad arrivare. L’incontro fra il procuratore Giuseppe Pignatone e il procuratore generale Nabil Sadeq ha certo aperto qualche spiraglio, ed è evidente che gli italiani stiano lavorando per far passare l’inchiesta, finora nelle mani della procura di Giza, sotto il controllo dell’alto magistrato egiziano.

Le nostre autorità pare infatti non si fidino di Ahmed Nagui, procuratore di Giza, che ancora all’uscita dall’incontro ci teneva a sottolineare che “tutte le piste restano aperte”, comprese le tante messe in campo dalla sua Procura sembra più per confondere le acque che per appurare la verità: il festino finito male, il litigio, la rapina, la mano dei servizi italiani.

Se a questo aggiungiamo i filmati delle telecamere sovrascritti, la lentezza nel reperire i tabulati telefonici, le contraddizioni sul referto autoptico e la ridda di versioni venuta fuori dalla sfilza di testimoni più o meno credibili ascoltati dai magistrati della città egiziana ne viene fuori il più classico degli schemi depistatori.

Sull’autopsia, intanto, pare che le autorità dello stato nordafricano abbiano finalmente ammesso che sul corpo del giovane siano state trovate

fratture, abrasioni, ustioni e lividi

presumibilmente causate “da corpi solidi e in alcuni casi strumenti con superfici ruvide”. A queste i medici legali italiani, che hanno potuto effettuare esami radiologici e tac sul corpo di Regeni, hanno aggiunto le diverse fratture, fra le quali quella alla colonna cervicale, compatibile con una torsione applicata sul collo del giovane ricercatore, che ne avrebbe provocato la morte, della quale però i referti egiziani non parlano.

Se è possibile quindi registrare un’apertura nelle ultime ore da parte delle autorità del Cairo è ancora presto per capire se queste porteranno ad una reale e leale collaborazione e soprattutto a nuovi sviluppi in tempi ragionevoli.

(a cura di Fabrizio Pedone)

3 marzo

Ad un mese dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni ancora nessuna verità ufficiale si è fatta strada nella coltre di affermazioni, smentite e mezze notizie messa in piedi dal governo egiziano. È notizia di martedì che il nostro Ministero degli Esteri abbia finalmente ricevuto parte del materiale da tempo richiesto alle autorità nordafricane.

Ancora nessuna verità per Giulio Regeni
@nena-news

In particolare pare siano state recapitate alla Farnesina le trascrizioni degli interrogatori ad alcuni testimoni chiave, dati sul traffico telefonico di Giulio Regeni e, soprattutto, una sistesi degli elementi emersi dall’autopsia. Sarà interessante conoscere soprattutto questi ultimi vista la recente sementita, da parte del Cairo, delle indiscrezioni della Reuters secondo le quali Hisham Abdel Hamid, direttore del dipartimento di medicina legale del Cairo, autore dell’autopsia sul corpo del ragazzo, avrebbe confermato la compatibilità delle ferite con quelle causate da un interrogatorio condotto da professionisti della tortura.

Intanto l’impegno messo in campo dalla famiglia Regeni e da cittadini e associazioni, con in prima fila Amnesty International, sembra dare i suoi frutti. L’attenzione sul caso rimane infatti alta evitando per il momento il rischio, paventato anche da Le Nius, che sulla morte di Regeni potesse calare il silenzio o che il Governo potesse limitarsi ad accettare una verità di comodo per non turbare i rapporti con l’alleato egiziano.

Importante, in questo senso, la lettera con la quale Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, autrice della scoperta di un enorme giacimento di gas al largo delle coste egiziane, rispondendo all’appello di Amnesty, si schiera dalla parte della famiglia dello studioso nella ricerca della verità sulla sua morte.

L’appello di Paola e Claudio Regeni è molto semplice (e sentiamo di farlo nostro):

Chiediamo a tutti di non arrendersi fin quando Giulio non avrà la verità

Cattive notizie potrebbero però giungere da altri fronti. La vicina Libia è infatti teatro dell’emersione di un nuovo generalissimo, Khalifa Belqasim Haftar, sostenuto proprio da Egitto e Francia, la cui ascesa politica e militare sembra al momento oscurare il governo di Tripoli scelto finora come referente principale dalla comunità internazionale e dall’Italia.

Questo potrebbe compromettere, ovviamente, i rapporti fra Egitto e Italia, e quindi di riflesso la collaborazione delle forze investigative dei due Paesi sul caso Regeni. Inoltre, cosa non meno grave, un’affermazione dei militari di Haftar in Libia potrebbe replicare il modello Al-Sisi anche nell’ex colonia italiana. Un po’ ovunque, insomma, la primavera araba, complice l’utile minaccia islamista, si sta trasformando nell’inverno della dittatura militare.

verità-per-giulio-regeni

(a cura di Fabrizio Pedone)

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