Fa male parlare di Giulio Regeni

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Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso in Egitto

Fa male parlare di Giulio Regeni. Fa male perché era uno di noi, un ragazzo, uno studioso, un un giramondo, curioso della vita e della storia dei popoli, incapace di accontentarsi delle verità preconfezionate dai giornali dei padri, cristallizzate dall’abitudine a guardare il mondo dalla finestra, sempre la stessa, e senza più alcuna memoria di cosa significhi scendere in strada e cercare lì il punto di vista più corretto su una realtà in continuo movimento.

Fa male perché oggi sappiamo che mentre alcuni, pochi, di noi, si chiedevano che fine avesse fatto il loro coetaneo perso in Egitto, la macchina diplomatica che avrebbe potuto salvargli la vita si inceppava, lasciandolo torturare in chissà quale Garage Olimpo de Il Cairo. I particolari dell’autopsia, per quanto raccapriccianti sono però anche banali nel racconto della tortura poliziesca, almeno alle orecchie di chi ha visto, letto, studiato le storie dei giovani oppositori cileni, spagnoli, argentini, italiani alle dittature del secolo scorso, per chi ha visto il proprio Paese andare troppo vicino a ripeterli, quegli errori, nelle celle di Bolzaneto.

Le unghie strappate, le falangi rotte, le bruciature di sigaretta sono un triste copione che si ripete. Chi conosce quelle storie non può non avere un’altra paura: che per l’ennesima volta si giunga ad una mezza verità, che non si riesca a far luce sui responsabili di questa tortura durata nove, interminabili, giorni.

I depistaggi, d’altronde sono già partiti. Forze di sicurezza che si accusano l’un l’altra, affermazioni, smentite, il guasto al motore del taxi proprio lì, vicino al corpo martoriato di Giulio che viene così scoperto. Tutti sappiamo come Al Sisi sia considerato amico dell’occidente, l’uomo capace di decapitare la bestia islamista rappresentata dai Fratelli Musulmani, e al tempo stesso garante degli interessi europei sull’altra sponda del Mediterraneo.

Se ieri andavano bene Videla e Pinochet, preziosi argini all’avanzata del socialismo oltreoceano, figuriamoci Al Sisi che scongiura il pericolo del fondamentalismo islamico ad un passo da casa nostra. Non ci siamo scordati l’editoriale del direttore della Stampa dopo i fatti di Colonia, che indicava nel crollo delle dittature arabe e nordafricane la causa dei guai europei con il tribalismo islamico, e non ci stupiscono certi editoriali degli ultimi giorni, che ipotizzano addirittura che il caso Regeni sia tutto un complotto ai danni di Al Sisi.

Non ci convincono neanche le polemicucce sollevate sul ruolo del Manifesto, sul trattamento economico dei giornalisti, sulle risposte di un social manager, che servono solo a distrarci dal centro del problema. Per non parlare degli avvoltoi complottisti che stanno già cucendo addosso a Giulio la divisa da spione, insinuazioni a metà fra la speculazione finalizzata al click-baiting e il depistaggio vero e proprio.

Vorremmo sbagliarci ma temiamo che la verità su chi ha permesso che Giulio Regeni venisse rapito, torturato e ucciso non ci verrà consegnata dalla generazione dei padri che ancora dirige i giornali e nemmeno dai fratelli maggiori, i cosiddetti rottamatori che stanno al governo. Dovremo cercarcela noi, la verità, e quando l’avremo trovata farne il primo mattone del nostro mai più.

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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