Il referendum è davvero uno strumento democratico?

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Il referendum è davvero uno strumento democratico?
@Maritè Toledo

La data del referendum costituzionale si avvicina, a breve ciascuno di noi avrà il potere di influenzare la storia di questo Paese bocciando o promuovendo una sostanziale modifica del suo assetto istituzionale e costituzionale. Eppure, per alcuni di noi, questa opportunità si sta trasformando in un fastidio, mano a mano che la battaglia politica si fa più dura e cattiva e le opposte tifoserie sfoderano le armi e le parole meno eleganti la voglia di esprimere il voto scema ed è sempre più forte la tentazione di rimanere a casa.

Lo stesso istituto del referendum, d’altronde, sembra essere in crisi, come scrive, di recente, lo stesso New York Times facendo esplicito riferimento ai casi inglese, colombiano e ungherese. Tutti conosciamo Brexit e dovremmo avere almeno sentito parlare della consultazione con la quale gli elettori colombiani hanno rigettato la proposta di pace fatta dal loro governo alle FARC. In Ungheria il presidente Orban ha invece sottoposto alla prova del referendum l’approvazione della quota di rifugiati da accogliere imposta al suo Paese dall’UE.

Tre casi, secondo il NYT, nel quale è stata messa nelle mani della popolazione una decisione troppo complicata. Tre competizioni nelle quali la narrativa messa in campo dai leader politici e la popolarità o meno del governo in carica hanno finito per pesare di più della reale opinione dei votanti sulla questione in ballo.

Ma è davvero così grave che gli elettori siano influenzati dalla retorica dei partiti e soprattutto dalla simpatia che hanno nei confronti del governo? Se guardiamo ai referendum più importanti sui quali si siano pronunciati gli italiani nel dopoguerra non possiamo non ammettere che sulla scelta fra monarchia e repubblica influì la considerazione che gli italiani avevano dei Savoia, ed in particolare dei loro ultimi esponenti, più che un ragionamento in astratto sulla migliore forma di governo per il Paese.

Alla stessa maniera divorzio e aborto furono in qualche maniera un segnale di disaffezione e insofferenza nei confronti della morale e dei valori imposti da trenta e più anni di governi democristiani, aprendo non a caso la strada a presidenti del consiglio di partiti “laici” come Spadolini e Craxi. E non sono stati i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento il primo, deciso, colpo al berlusconismo che ha aperto la strada alla breve ma prolifica stagione dei sindaci arancioni?

Ed in tutte queste occasioni (forse meno nell’ultima) ha giocato un ruolo la propaganda di partito (leggendaria, in questo senso, la campagna sul divorzio) che deve, necessariamente semplificare i concetti, esagerare le proprie ragioni e demonizzare quelle degli avversari. E infine, erano forma istituzionale, divorzio, aborto, nucleare questioni meno complicate o meno divisive o soggette alle opposte interpretazioni di quanto lo sia oggi questa riforma? Quindi perché quello stesso mezzo che ci è sembrato a lungo lo strumento principe per l’affermazione della volontà popolare ci trova oggi così diffidenti?

La risposta è, a nostro avviso, l’affluenza. Il New York Times la mette come ultimo motivo di diffidenza, in ordine di importanza, nei confronti dell’istituto referendario, in ossequio alla tradizione anglosassone che non giudica la partecipazione al voto come un valore imprescindibile del processo democratico. Ma fra monarchia e repubblica scelsero più di 23 milioni di elettori, l’89 per cento degli aventi diritto dell’epoca. L’87,7 si pronunciò sul divorzio e quasi l’80 per cento sull’aborto. E dopo 16 anni di quorum non raggiunti fu comunque considerato un risultato, nel 2011, che quasi 55 elettori su cento abbiano preso posizione su acqua pubblica e nucleare.

Dei referendum presi in considerazione dal NYT quello con l’affluenza più alta (72%) è stato quello che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, pur con le tante polemiche sulla scarsa partecipazione al voto dei più giovani. In Colombia solo il 38% degli aventi diritto ha ritenuto di doversi pronunciare su un trattato che metteva fine a cinquanta anni di sanguinosa guerra civile mentre in Ungheria la schiacciante maggioranza contraria all’ingresso dei rifugiati non ha comunque superato il quorum (50%) richiesto per rendere valido il referendum. A dicembre, da noi, è molto probabile che l’affluenza si mantenga bassa, e d’altronde non serve quorum per approvare o bocciare le modifiche: votò il 34% nel 2001 quando passò la modifica del titolo V e il 52% quando nel 2006 fu bocciata la riforma della carta di Silvio Berlusconi.

Ancora una volta sarà quindi una minoranza a decidere per una maggioranza. Magari una minoranza che decide, come dice il NYT, per partito preso mentre la maggioranza, incapace di riconoscersi in una delle due/tre narrazioni egemoni, rimane a casa. Manca insomma la capacità di coinvolgimento popolare da parte delle diverse forze politiche, quell’attitudine a ricondurre anche il quesito più difficile o la questione più spinosa all’interno di una visione complessiva della società, del paese ed, in definitiva della vita. Senza quelle lenti omnicomprensive l’elettore è costretto a fare i conti con la propria inadeguatezza a confrontarsi con problemi complessi, a prevedere le conseguenze a lungo termine del proprio voto, ormai davvero solo in quella cabina elettorale.

Inevitabile quindi che la partecipazione perda progressivamente il significato che le era stato attribuito nei decenni precedenti. Non è un caso che la riforma Boschi preveda un abbassamento del quorum necessario per i referendum abrogativi, adeguandolo all’affluenza delle politiche. Sintomo, anche questo, di una politica che ha ormai abdicato al proprio ruolo formativo e che, come succede negli stadi di serie A, è capace di dare risposta e cittadinanza solo ai tifosi sfegatati fregandosene di lasciare a casa chi è ormai stanco del solito spettacolo.

Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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