Il rischio usura aumenta per le piccole e medie imprese italiane5 min read

21 Ottobre 2021 Economia -

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Giornalista

Il rischio usura aumenta per le piccole e medie imprese italiane5 min read

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L’ultimo grido di allarme viene dalla Cgia di Mestre, l’associazione di categoria di artigiani e piccole imprese del nord-est.

Sono più di 176.000 le imprese italiane che si trovano in sofferenza; tra queste una su tre è ubicata al Sud. Roma, Milano, Napoli e Torino sono le realtà territoriali maggiormente in difficoltà”.

Così si apre il report della Cgia, redatto considerando le imprese segnalate come insolventi da intermediari finanziari alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, i cui dati sono aggiornati al 31 marzo 2021.

La pandemia ha fortemente impattato sul fenomeno. La contrazione del credito è stata mitigata, a detta dell’ufficio studi della Cgia, dalle misure prese dal Governo Conte bis nel marzo-aprile del 2020 (Decreto Cura Italia, Decreto Liquidità), ma la situazione del credito disponibile sta tornando a farsi preoccupante nella seconda parte del 2021.

Il problema principale è l’incertezza che ancora si respira. Nonostante le attività siano ripartite e la fiducia – tra vaccini e PNRR – sia indubbiamente cresciuta, siamo ancora nel mezzo della pandemia e non sappiamo cosa ci aspetterà nei prossimi mesi dal punto di vista sanitario ed economico.

Usura e piccole e medie imprese: i dati

Le denunce per usura, che erano calate fino a 189 nel 2018 secondo i dati del Ministero dell’Interno ripresi dalla Cgia, sono cresciute a 222 nel 2020.

L’incremento del fenomeno a seguito della pandemia è evidenziato anche da un’altra ricerca realizzata da Swg per conto di Confcommercio. L’indagine misura la percezione del fenomeno usura da parte di imprenditori e imprenditrici del terziario: commercio, ristorazione, strutture ricettive, pubblici esercizi. Il 27% di questi imprenditori e imprenditrici ritiene che il fenomeno dell’usura sia aumentato nel 2020. Negli anni precedenti tale dato era al 12-17%.

La preoccupazione è viva soprattutto nel caso delle micro imprese, la cui situazione è stata molto intaccata dalla pandemia. Il 50% delle piccole imprese del terziario dichiara che nel 2020 l’azienda ha dovuto far fronte a una riduzione del volume d’affari; il 35% riporta mancanza di liquidità e difficoltà nell’accesso al credito. Si tratta proprio delle condizioni in cui l’usura prospera.

L’analisi di Confcommercio prosegue evidenziando come nel 2020 ci siano state oltre 1,3 milioni di richieste di prestiti (record del decennio) e ben 295.366 prestiti non accordati. Queste 295 mila imprese che pur avendo chiesto un prestito non l’hanno ottenuto sono considerate a rischio usura.

Gli imprenditori e le imprenditrici che riportano un’esperienza diretta con l’usura sono invece il 12% degli intervistati ad aprile 2021, erano il 10% nel 2020. Si tratta di circa 36 mila imprese, da considerarsi ad elevato rischio usura.

Come già indicato nel report di Cgia, anche l’indagine di Confcommercio conferma che l’usura nei confronti delle piccole e medie imprese è diffusa soprattutto al sud. Napoli è la città dove il rischio usura è più presente (il 44% degli imprenditori ritiene che l’usura sia molto diffusa e il 41% sta valutando di chiudere l’attività), seguita da Bari (36%) e Palermo (30%). Seguono poi Roma e Milano (19 e 17% degli intervistati che reputa l’usura diffusa). Agli ultimi posti tra le 10 città considerate ci sono Torino (10%), Bologna (11%), Padova e Firenze.

usura e piccole e medie imprese
Photo by Markus Spiske on Unsplash

Quali soluzioni per prevenire e contrastare l’usura?

Il 75% delle persone intervistate da Swg per Confcommercio indica che sono la scarsa fiducia nella giustizia e la percezione di essere soli a sconsigliare le vittime di usura dal denunciare. Occorre quindi migliorare la fiducia nei confronti dello Stato, la certezza della pena e il supporto a chi denuncia. Altro problema molto diffuso è la vergogna, e qui il lavoro dovrebbe essere soprattutto sociale e culturale.

Ad ogni modo, non si può negare che, per quanto le cose possano funzionare meglio, rimane un fardello pesante da gestire per chi denuncia l’usura, che è la paura di subire ritorsioni, soprattutto se c’è di mezzo la criminalità organizzata (indicata dal 94% degli intervistati come causa principale delle mancate denunce).

Ecco che allora la soluzione migliore è prevenire, evitare che le imprese si trovino nelle condizioni che favoriscono poi il ricorso all’usura. In questo momento contingente, dove le piccole e medie imprese a rischio usura aumentano a causa della pandemia e delle sue conseguenze economiche, sono necessarie misure volte ad alleviare il peso del momento, garantire liquidità e accesso al credito.

Il rinvio delle scadenze fiscali è certamente una di queste misure. Il concentrarsi di scadenze fiscali ravvicinate, come avvenuto ad esempio a settembre 2021 (scadenze Irpef, Ires, Iva e, per chi ne è interessato, “ravvedimento breve” e “rottamazione ter”), può mettere in crisi imprese già al limite sul versante della liquidità, spingendole verso l’abbraccio al mondo dell’usura.

La Cgia, nel già citato report, auspica anche il potenziamento del Fondo di prevenzione dell’usura da parte del governo Draghi. Il fondo, operativo fin dal 1998 e in capo al Dipartimento del Tesoro, ha erogato in questi anni alle piccole e medie imprese un importo medio di prestiti di 50 mila euro. Nel 2020 il Fondo ha assegnato specificatamente per i confidi alle aziende la somma di 23 milioni di euro che Cgia, pur riconoscendone la rilevanza, auspica sia incrementata proprio per gli elementi di preoccupazione accennati sopra.

Un’altra proposta di cui si parla poco ma che potrebbe risultare la più strutturale nella risposta al fenomeno dell’usura è la creazione di una banca pubblica che abbia anche questa finalità. Al momento, come ricorda Cgia, a sostegno del credito opera una task force composta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Medio Credito Centrale, Abi (Associazione Bancaria Italiana) e Sace, con una compresenza di soggetti pubblici istituzionali e privati che certamente nell’emergenza ha svolto una funzione positiva.

Dato però che la crisi di liquidità prevedibilmente non si risolverà in tempi brevi e che le piccole e medie aziende italiane soffrono storicamente di sottofinanziamento, perché non affidarsi a una soluzione stabile e strategicamente orientata allo sviluppo delle piccole e medie imprese? In altre parole, la creazione di una banca pubblica che abbia questo scopo, anche al fine di prevenire situazioni di usura.

Una struttura di questo tipo in realtà peraltro già esiste e si chiama Cassa depositi e prestiti, solo che al momento Cdp è indirizzata al finanziamento di opere di pubblica utilità, al finanziamento di Stato ed enti locali e di imprese, ma senza avere un progetto selettivo di fondo di rafforzamento di specifici settori strategici per lo sviluppo del paese.

Sarebbe auspicabile che, soprattutto nell’ambito della strategia di crescente intervento pubblico nell’economia collegata PNRR, Cassa depositi e prestiti acquisisse anche questa funzione, per accompagnare una crescita più equilibrata ed equa, soprattutto nelle regioni del sud, e fare valutazioni nell’erogazione di prestiti che tengano conto anche del rischio usura.

La svolta però non è certo dietro l’angolo. Occorre infatti la maturazione di un’adeguata volontà politica che rompa con gli orientamenti favorevoli al “laissez faire” nel settore del credito prevalenti negli ultimi quarant’anni.

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Quello che più mi piace è la parola scritta, il contrasto tra il nero del testo e il bianco della pagina. In sintesi sono un giornalista: amo scrivere, amo raccontare.
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