Ultima ora Grecia: giustizia o giustezza

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Tucidide racconta di quando gli antichi ateniesi, durante la guerra del Peloponneso, minacciavano di distruggere la piccola isola di Melo, poiché i Meli si erano ribellati all’egemonia della capitale dell’Attica sul mare Egeo. Pertanto Atene inviò una flotta di navi e i propri ambasciatori a esporre a Melo l’alternativa: accettare il dominio e salvarsi, o resistere, cosa che avrebbe causato l’assedio, la conquista e la distruzione della città. I Meli invocarono il diritto, cioè la “giustizia”.

Dissero infatti che uno stato non può soggiogarne un altro senza violare il diritto e commettere sopruso. Atene, la democratica, ma pur sempre la super potenza, rispose così: “Noi crediamo che per legge di natura chi è più forte comanda: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della stessa nostra potenza”. In pratica, il diritto e la giustizia si applicano fra pari. Ma se uno è più forte, domina a piacimento. È sempre stato così e voi fareste lo stesso. Questo è il concetto non di giustizia, ma di “giustezza”. Inesorabile. Melo non accettò, e la pagina di Tucidide si chiude con due laconiche righe: “gli Ateniesi uccisero tutti i Meli adulti che catturarono e resero schiave le donne e i bambini”.

Ultima ora Grecia: la settimana di Tsipras

La settimana è iniziata in salita per il governo di Alexis Tsipras. Solo pochi giorni dopo aver ottenuto un accordo con l’Europa (non più con la Troika), 4 mesi di ossigeno in attesa di definire un piano più complessivo e ottenere aiuti insieme a una ristrutturazione del debito, l’aria si è di nuovo fatta irrespirabile. A giudizio di Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze olandese e Presidente dell’Eurogruppo – cioè l’insieme dei Ministri delle Finanze dell’area Euro riunitosi lunedì – la lista di riforme che la Grecia ha inviato all’UE dopo aver ottenuto il primo “sì” a un nuovo accordo, è “lontana dall’essere completa”. Già una prima lettera di impegni del governo ellenico era stata oggetto di lunghe trattative e di correzioni prima di essere accettata dai ministri finanziari dell’Eurozona il 20 febbraio. Ma era passata.

Il modello, però, ora sembra ripetersi. Dijsselbloem aveva dapprima considerato positivamente la lettera con le riforme strutturali inviatagli dal ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis. Poi, però, ha ritenuto le proposte insufficienti, appiattendosi sulla posizione del ministro delle Finanze tedesco Schauble, che intende imporre un rigido rigore di bilancio ai Paesi mediterranei con un debito eccessivo. Varoufakis, per tutta risposta, ha ventilato l’ipotesi di un referendum greco sulle nuove misure che dovessero uscire da un accordo con Bruxelles, scatenando l’ira dei colleghi e costringendo Tsipras a un giro di telefonate per far rientrare quella che era stata vista come una provocazione. Tutto questo avviene proprio nella settimana in cui prende il via il piano di QE di Mario Draghi, con investimenti in titoli pubblici e non solo (a colpi di 60 miliardi al mese almeno fino a settembre 2016). I risultati sono eclatanti sugli spread – quindi grandi risparmi sul pagamento degli interessi del proprio debito per gli Stati – e sull’Euro che si indebolisce sul dollaro e favorisce le esportazioni. La crisi greca tuttavia annacqua questi risultati e qualcuno già dice a buon diritto: “Draghi fa, Tsipras disfa”.

Fatta eccezione per la BCE, però, sembra difficile stabilire chi debba fare cosa. L’Europa può mettere una serie di condizioni ai piani di aiuti finanziari per la Grecia: in termini di controllo delle finanze pubbliche, affinché l’equilibrio dell’Euro non venga sbilanciato, e in termini di riforme, affinché un Paese contribuisca in modo positivo e non da palla al piede alla creazione di ricchezza per tutta l’area Euro. La sua azione termina qui. Se poi la Grecia vota un partito, Syriza, che dice di voler cambiare tutto nel Paese, quello è ovviamente un fatto dei greci. E naturalmente Syriza, che ha stravinto le elezioni del 25 gennaio, ha la legittimità di fare i cambiamenti che ha promesso, se non destabilizzano il resto dell’Eurozona. In questo senso, però, Atene dichiara di voler cambiare non solo la propria politica interna, ma di pretendere un cambio a livello europeo, cioè l’abbandono delle politiche che fino a oggi 18 Paesi euro su 19 sostengono.

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Anche laddove questo fosse auspicabile – e sicuramente almeno in parte lo è – così facendo irrita non solo la Germania, ma anche Irlanda, Portogallo e Spagna che gli impegni presi in Europa li hanno rispettati e li stanno rispettando, nonché quei Paesi dell’est che sono più poveri (pro capite) della Grecia e non vorrebbero mettere a rischio i denari dei propri cittadini su progetti di aiuto non solidi. La Grecia ha il 176% di debito pubblico sul Pil, il 25,8% di tasso di disoccupazione e 1,5 miliardi da restituire al Fondo Monetario Internazionale entro marzo: per chiedere un cambio all’esterno deve dimostrarne uno all’interno, non c’è altra via.

Sull’altro versante, però, non sempre c’è la percezione che della portata della sfida politica aperta in Grecia dalle elezioni del 25 gennaio, che va dalla ricostruzione di un sistema fiscale capace di raccogliere le tasse alla creazione di un senso civico affievolito, dalla corruzione allo sradicamento della lottizzazione e del nepotismo prevalenti in una classe dirigente greca irresponsabile. Esistono dunque due domane. È in grado Syriza di fare questo cambiamento nella cornice dell’Eurozona e senza assistenzialismo? E come può l’Eurozona aiutarla a ricostruire il Paese? Senza definire questi confini, i negoziatori rimarranno su terreni diversi.

Cosa dovrebbe fare la Grecia

La Grecia deve dimostrare responsabilità, di fronte a se stessa. La prima causa dei suoi mali risiede entro i propri confini nazionali. Bisogna uscire dalla retorica dell’austerità imposta dai cattivoni della Troika, perché se Atene vuole riformare e migliorare, diventando capitale di uno stato moderno, alcuni tagli impopolari avrebbe dovuto – e dovrà – farli da sé. Troppo debito è stato accumulato, troppe bugie sono state dette alla popolazione.

Syriza deve attaccare la corruzione e un sistema fiscale impresentabile, senza alcuna pietà. Risale ai tempi dell’occupazione turca il costume di non pagare le tasse per non arricchire l’occupante ottomano. Beh, è forse giunto il tempo di cambiare, altrimenti non si capisce perché un italiano o un tedesco dovrebbero prestare soldi a un greco. Se Syriza non sarà più dura nelle riforme, semplicemente non avrà titolo per poter chiedere aiuti. Syriza deve usare il pugno di ferro con la Grecia che deve pagare, affinché l’Europa possa usare il guanto di velluto con la Grecia che deve poter vivere e rinascere. Deve agire e mostrare di agire secondo giustizia, per ottenere in cambio giustizia, invece di “giustezza”.

Cosa dovrebbe fare l’Europa

L’Europa deve concedere alla Grecia solidarietà e non ricatto, nonostante le sue grandi colpe. Sbattere fuori i greci dall’euro per rigorismo nordico, sarebbe giusto, a rigor di logica. Non si può soggiacere ai ricatti di una piccola economia che a differenza delle altre in difficoltà (Irlanda, Portogallo) non ha saputo fare nulla per tornare almeno un po’ in salute.

Ma questo, oltre a nascondere alcune responsabilità dell’Europa stessa, sarebbe una sconfitta per tutti: il probabile inizio della fine del progetto della moneta unica e l’inizio di nuovi guai che si fatica anche solo ad immaginare. Sarebbe stato giusto affossare la Germania dopo la seconda guerra mondiale, invece di aiutarla a ricostruirsi. Ma se oggi abbiamo la pace in Europa è perché in quella occasione – a differenza di quanto avvenne al termine del primo conflitto mondiale – si guardò a un senso più alto di giustizia, non solo alla “giustezza”punitiva.

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