Turismo in Sardegna: il muralismo e l’arte del dissenso dell’entroterra sardo

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murales di Orgosolo: foto dell’autrice

L’estate scorsa ho avuto la possibilità di visitare per la prima volta la Sardegna e non ho trovato solo un luogo di mare splendido, inserito nei circuiti del turismo internazionale. In realtà, ho scoperto che il mare e l’interno dell’isola sono due elementi (e due mondi) molto diversi tra loro, in cui il primo può servire anche come filtro per conoscere o meno l’altro. Anzi, mi è sembrato quasi di percepire che la costa sarda e la sua magnificenza fungessero da splendida attrazione per distrarre i troppi turisti alla ricerca di relax e sole, e tenerli lontani da un patrimonio culturale e naturale interno, riservato solo ai più attenti.

In controtendenza e forse a causa del tempo pessimo che ci ha accompagnati, una parte del nostro viaggio in Sardegna è stato scoprire luoghi che raccontano la cultura pastorale, lunghe dominazioni e dissensi politici, la tradizione del muralismo sardo sulla scia di quello messicano e l’esistenza del principio di insularità e isolanità. Per cui, dopo essere arrivati in traghetto in Sardegna, prendete la vostra macchina e preparatevi ad un viaggio nell’entroterra sarda, on the road.

Turismo in Sardegna: quello culturale

Le mura di molte città sarde sono dei mezzi di comunicazione speciali. I murales sardi, con i loro colori e temi drammatici sono diffusi in tutta l’isola, in particolare in diversi paesini interni. Si tratta prima di tutto di arte pubblica sui muri esterni degli edifici, che riproduce scene di vita quotidiana, racconta di figure di spicco e di eventi straordinari vissuti dalla popolazione.
Le pitture raccontano con diversa intensità lotte per la terra, cambiamenti sociali, criticano la società capitalistica e denunciano scelte politiche del governo centrale italiano e locale. Questo tipo di espressione proprio per la sua immediatezza comunicativa si sviluppa velocemente sul territorio, dagli anni ‘60 in poi. Oggi è una attrazione folkloristica che racconta pezzi di vita e ha reso famose e colorate le cittadine di San Sperate, Orgosolo, Tinnura, Villamar, Oliena, Fonni, Sarule e Serrenti, tanto che anche le amministrazioni comunali stanno cercando di valorizzare i murales sempre di più, dal punto di vista turistico-culturale.

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costume tradizionale sardo: foto dell’autrice

San Sperate, il paese-museo

A San Sperate, a circa mezz’ora da Cagliari, si trovano circa 400 pitture murali e un centinaio di istallazioni artistiche. È proprio qui che negli anni ‘60 vengono fatte le prime pitture murali dall’artista Pinuccio Sciola e dai suoi colleghi.

“La lunga processione del Corpus Domini si snodava nelle strette strade imbiancate di calce, i mattoni crudi si vestivano a festa con le frasche portate dai giovani e con i primi colori sui muri. Si iniziava inconsapevolmente la nuova storia di San Sperate, una storia scritta con i colori dell’entusiasmo”. Pinuccio Sciola

Proprio per la festa religiosa del Corpus Domini, Sciola e i suoi amici iniziano a pitturare sui muri con calce bianca e colori, riscuotendo l’apprezzamento dei concittadini. Da quel momento il paese diviene un laboratorio artistico a cielo aperto, a cui partecipano molti artisti e cittadini guidati da Sciola stesso, e i muri e le strade cominciarono a riempirsi di arte con soggetti di carattere folkloristico e politico. Sciola dice di ispirarsi al muralismo messicano con cui venne in contatto durante i suoi viaggi e con cui stabilisce dei gemellaggi artistici, organizzati tra San Sperate e Città del Messico. Passeggiando in questo “paese-museo” com’è soprannominato, vi sembrerà di afferrare un po’ meglio la relazione tra arte e ambiente, proprio nel senso di ecosistema: un’opera molto famosa che Sciola ha lasciato in eredità ai cittadini di San Sperate sono le pietre sonore.

Sulla scia dell’impulso dato da Sciola alle pitture murali di San Sperate dalla metà degli anni ‘70 anche altri paesi come Tinnura (in provincia di Oristano), Oliena, Orgosolo e Villamar hanno sviluppato il loro personale muralismo. Un percorso turistico di una decina di giorni che prevede anche delle giornate di mare sulla costa sud, sud-est e volendo anche sud-ovest, potrebbe vedervi partire da Cagliari per muovervi su San Sperate, fare tappa a Tinnura, Oliena, Orgosolo, Villamar e rientrare, infine, su Cagliari.

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Itinerario dell’autrice

Se inizialmente in alcuni paesi i murales non hanno lo scopo di abbellire ma di esprimere posizioni politiche, essi entrano ben presto in un processo di riqualificazione, valorizzazione e promozione turistica come vere forme d’arte, come nel caso di Orgosolo, il paese dei banditi.

Orgosolo, l’arte del dissenso

È proprio visitando Orgosolo, in provincia di Nuoro, nella zona interna della Barbagia, che è possibile scoprire qualcosa di più sugli avvenimenti sociali che hanno segnato questa zona dagli anni ‘50 agli ‘80. In passato i monti della Barbagia, alti, isolati e fitti di vegetazione sono stati luoghi di banditismo, in cui sfuggire alle autorità. Orgosolo è stato al centro di molti episodi di banditismo e di vendetta famosi, fino agli anni ‘70 si applicava il codice barbaricino e la reputazione del paese diventa presto tale da ispirare film, studi, giornalisti. Vittorio De Seta realizza qui il suo film realista “Banditi a Orgosolo” (nel 1961). Alcuni murales ritraggono la locandina del film, i banditi e portano ancora i segni di questo passato violento.

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Banditi a Orgosolo, al cinema: foto dell’autrice
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il portone per la prova delle armi: foto dell’autrice

Oggi nel paese di Orgosolo ci sono circa 300 murales con stili molto diversi tra di loro, accomunati dal fatto che narrano storie – contestazione, banditismo ed eventi politici -accaduti nella Barbagia e nel mondo.

Parlando con una pittrice che nel suo piccolo atelier in centro realizza miniature dei murales per i turisti, scopriamo qualcosa di più sulla storia del muralismo di Orgosolo e sulla lotta sarda odierna sul principio di insularità.

La prima grande contestazione che finì sui muri è la rivoluzione di Pratobello, del 1969, quando l’esercito voleva installare una base militare su un terreno comunale e il paese bloccò le strade, resistendo con successo al piano del governo italiano. L’attivismo degli abitanti aveva dato origine all’associazione «Circolo Giovanile di Orgosolo» da cui saranno realizzati dei manifesti di contestazione e rivendicazione per Pratobello e che inizialmente saranno appesi ai muri del paese per informare i concittadini. In seguito, i manifesti saranno riprodotti in forma di pittura murale per farne memoria.

Numerosi studiosi hanno documentato che ad Orgosolo in realtà non ci sono murales nati come forma d’arte e di artisti famosi come a San Sperate. La maggior parte dei murales non sono neanche firmati e molti sono stati realizzati da un professore di disegno di una scuola locale, Francesco del Casino, e i suoi alunni, riprendendo proprio i manifesti del Circolo Giovanile di Orgosolo.

Oggi i murales stanno dando ad Orgosolo una nuova vita e il fascino di una meta turistica intrigante. Girando per il paese è facile incontrare gruppetti di turisti che fotografano le pitture, che leggono i testi sui muri o che si preparano al famoso “pranzo con i pastori”, il tipico pranzo all’aperto a base di carne e formaggi insieme ad alcuni pastori che si svolge sulle colline del Supramonte.

Il paese è molto accogliente ma incorpora delle ambiguità fortissime riproducendole anche in quello che è il rapporto con il turista: i servizi turistici non sono molti e sembra di percepisce molta discrezione. Orgosolo appare sospeso, talvolta congelato, tra il suo mondo privato e la sua museificazione a cielo aperto. Forse, proprio questa sospensione lo rende ancora più affascinante.

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Tzia Rosa: foto dell’autrice

Ed è sempre qui che la pittrice, commentando un articolo di giornale di quel giorno, ci racconta delle difficoltà e dei costi elevati dell’essere isolani, della mancanza di infrastrutture adeguate e di servizi rispetto al resto dell’Italia. E delle lotte politiche per ottenerli attraverso il riconoscimento del principio di insularità e dell’isolanità, a cui bisognerebbe dedicare un articolo specifico.

Proprio a Cagliari in quei giorni si tenevano dei convegni sull’argomento:

“Il riconoscimento del principio di insularità è la vera battaglia da vincere per vedere riconosciuti i diritti della Sardegna, per garantire pari opportunità a chi ci vive rispetto a tutti gli altri cittadini italiani: questo significa infrastrutture adeguate e un diritto alla mobilità che è fondamentale e non può essere in alcun modo messo in discussione”. Raffaele Paci.

Un viaggio oltre le bellezze del mare, è un viaggio nel ‘cuore’ della Sardegna, alla ricerca delle persone che la abitano, della natura, della cultura e tradizioni barbaricine. Oltre al mare in quest’isola c’è molto altro, difficile certamente da afferrare, a tratti tanto lontano dall’Italia da sembrare un mondo a parte, ma sicuramente da approfondire.

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I manifesti di Pratobello e la rinascita: foto dell’autrice

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Indologa, ex cooperante all'estero, fa ricerche di antropologia applicata al sociale, i patrimoni culturali e la cooperazione per lo sviluppo sostenibile (qui) e scrive progetti. Ha un blog. Per Le Nius, coordinatrice progetti, Instagrammer e formatrice. food@lenius.it

2 Comments

  1. Purtroppo ci si scontra con gli interessi nazionali. Vi siete mai chiesti perché in veneto si può tranquillamente esporre il vessillo della serenissima e non succede nulla, in sicilia si può esporre la trinacria che era il simbolo del regno delle due Sicilie e non succede nulla, in toscana si può esporre il vessillo del granducato di firenze e non succede nulla e in sardegna se esponi il vero vessillo regionale (quello datoci dal re di spagna) rischi l’ergastolo?
    Semplice l’ITALIA non esiste, dopo l’unità era REGNO DI SARDEGNA ma Cavour, vergognandosi di essere sardo si è inventato l’italia. Questo ha comportato, più o meno volutamente, sino ai giorni nostri una politica volta soprattutto al mantenimento di una situazione di sottosviluppo regionale oltre che ad un approccio prettamente predatorio del tessuto economico sardo. In pratica siamo stati riempiti di vincoli e……militari.
    Una caratteristica nostra è quella di aver mantenuto, nonostante tutto, il concetto di popolo e nazione sarda.
    Ora, dopo il referendum di lombardia, veneto ed emilia romagna, è finalmente giunto il momento di chiedere ed ottenere l’autonomia fiscale (grande passo avanti in quanto sino ad ora dovevamo elemosinare poi sarà Roma a dover chiedere) per poi gradualmente arrivare a ciò che ci spetta…….L’INDIPENDENZA.
    NESSUNO DIMENTICHI MAI CHE LA FORTUNA DEL NORD EST D’ITALIA DERIVA IN MASSIMA PARTE DALL’AVER DEPREDATO(CON IL SILENZIO ASSENZO DELLO STATO) LA CASSA PER IL MEZZOGIORNO.

    La Sardegna è la terra che ti fa piangere 2 volte. La prima quando arrivi (non è facile diventare sardi anche d’adozione) la seconda quando vai via e non serve capire il perché basta viverci!!!!!!

  2. Piccola storia della Sardegna:
    L’isola è stata eletta a dimora dai costruttori di nuraghi alla fine dell’ultima glaciazione durante quelle migrazioni che dal centro dell’asia hanno colonizzato tutto il nord europa ,quello che ora e l’inghilterra, i pirenei per poi concludersi in sardegna. All’arrivo sull’isola hanno incontrato una popolazione preesistente nella zona delle barbage con cui non si sono mischiati sino all’invasione cartaginese. Poi stessa terra stesso popolo. La cultura nuragica era (secondo gli storici romani) aperta ad accogliere chiunque volesse, non da invasore, stabilirsi sull’isola (famoso il bronzetto del museo di cagliari che ritrae un personaggio con armatura mediorientale). Le costruzioni megalitiche (le più antiche) sono simili se non uguali alle equivalenti costruzioni del nord europa (tombe a corridoio uguali a quelle della scozia, luoghi di culto uguali a quelli dell’inghilterra e del nord della francia etc.) Ad una analisi attenta dell’abbigliamento dei bronzetti e della forma delle cosi dette “navicelle votive” non si può che riconoscere l’aspetto dei guerrieri e delle navi di una popolazione che vari millenni dopo ha fortemente segnato l’europa……………I VICHINGHI. Gli Shardana vantano l’invenzione della prima “multinazionale” del mondo basata prevalentemente sul commercio di armi e manufatti in ossidiana (confernato da vari ritrovamenti di manufatti in ossidiana del monte arci su quasi tutte le coste del mediterraneo). La guardia personale di vari faraoni egiziani era composta da guerrieri Shardana.
    Poi….prima i cartaginesi che optarono per la pulizia etnica lungo tutta la pianura del campidano, poi il lungo dominio di roma ( di cui portiamo ancora i segni…… la casa campidanese non è altro che la domus romana). Siamo stati , all’inizio del medioevo con la divisione dell’impero romano sotto Costantinopoli (abbiamo il santuario di S.Costantino dove ogni anno si corre l’ardia che dalla chiesa romana non è riconosciuto come santo ma da quella ortodossa si). Grande rinascita socio culturale durante il periodo giudicale in cui è stata redatta la “CARTA DE LOGU” ovvero la prima costituzione del pianeta. A seguire Genovesi a nord e Pisani a sud. Poi per lungo tempo gli spagnoli. Durante quel periodo la sardegna è diventata un regno con tanto di vessillo (vietato). Il re era di Spagna e di Sardegna. Verso la metà del 1700 siamo stati ceduti ai cugini del re di spagna I SAVOIA e da allora è iniziato il declino del popolo sardo. L’attuale bandiera regionale è una mera invenzione di un certo BENITO che amava vestirsi di nero che riporta la croce rossa dei Savoia e i 4 mori recuperati dal monumento di Livorno che celebra l’avventura coloniale italiana.
    Da un popolo con ormai 5000 anni di storia alle spalle siamo diventati una colonia italiana.
    Un po di fantastoria:
    Secondo tacito Atlantide era la terra delle torri di pietra……noi ne abbiamo circa 3000 visibili
    se ercole lo consideriamo un personaggio storico e prendiamo come riferimento le “colonne d’ercole fenice” poste nello stretto di sicilia, quando ercole andò a rubare il vitello dal vello d’oro al re dei giganti (i sardi avevano prima dell’invasione cartaginese un’altezza media di 170-180 cm vedi Lilliu) in pratica , visto il vello biondo dei vitelli del bue rosso sardo, veniva in sardegna a commettere abigeato.
    SIAMO SARDI E LO RESTEREMO SEMPRE QUALUNQUE COSA ACCADA

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