Terrorismo islamico in Africa: tutto quello che c’è da sapere

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@AMISOM Public Information

Negli ultimi anni il terrorismo islamico viene associato immediatamente all’Isis, attivo soprattutto in Siria e Iraq, ai suoi diversi attacchi compiuti in Europa e, per i non più giovanissimi, agli attentati dell’11 settembre 2001 realizzati da Al Qaeda negli Stati Uniti.

Si tratta di un’associazione selettiva ed arbitraria, ma del tutto comprensibile. Siamo naturalmente portati a reagire di fronte a qualcosa che ci tocca più da vicino e che mette direttamente in pericolo la nostra sicurezza rispetto ad avvenimenti che vengono percepiti come più lontani geograficamente e meno minacciosi per la nostra sicurezza personale.

Tuttavia è importante contestualizzare e saper collocare la propria esperienza e percezione dentro un quadro più ampio. Nessun luogo è ormai esente da un potenziale attacco terrorista, ma ci sono delle zone del mondo che subiscono molto di più di altre la minaccia terrorista, ed in particolare quella islamica. 
 


Secondo il report del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START) l’84% degli attentati è avvenuto in precise regioni del mondo, ed in particolare in Medio-Oriente, Asia del Sud ed Africa. Queste zone rappresentano anche il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo.


In Europa sono invece avvenuti solamente il 3% degli attacchi terroristici che hanno causato 83 vittime, percentuale prossima allo zero rispetto al totale di 26.445 vittime nel mondo. L’Africa da sola conta circa il 25% degli attacchi terroristici avvenuti nel mondo, con il 40% delle vittime nel 2017 e cioè quasi 11 mila.

Il terrorismo islamico in Africa

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I principali attacchi terroristici in Africa nel 2017 | Fonte: Marianne.net

L’Africa è dunque, dopo l’Asia, il continente più colpito dal terrorismo. Ma non è solo questa la ragione per cui ci occupiamo di terrorismo islamico in Africa: comprendere qualcosa in più su un movimento globale può dare maggiore consapevolezza anche agli europei, in un mondo dove nessuno può definirsi al sicuro da questa minaccia.

In Africa sono presenti una miriade di gruppi islamici più o meno affiliati a movimenti islamisti internazionali che si sono resi responsabili di numerosi attacchi terroristici in cui hanno perso la vita migliaia di persone. I principali sono:

Algeria: AQMI – Al Qaeda per il Maghreb islamico.
Tunisia: Brigata Okba Ibn Naafa (affiliato ad Al Qaeda), Jund al Khalifah (affiliato a Isis), Shabab al Tawhid, Ansar al Sharia.
Libia: Ansar al Sharia (affiliato ad Al Qaeda), Wiliyat Fezzan (Isis), Wiliyat Tarabulus (Isis), Majlis Shura Shabam al Islam (Isis).
Egitto: Ansar Beit al Maqdis (affiliato a Isis).
Mali e Burkina Faso: Ansaroul Islam (Al Qaeda), JNIM – Jama’at Nusrat al Islam wal Muslimin (Al Qaeda), MUJAO – Movimento per l’unità e la jihad in Africa dell’ovest (Al Qaeda), Isis per un grande Sahara.
Nigeria: Wilaya Gharb Ifriqiya (Isis), Boko Haram.
Somalia: Al Shabaab (Al Qaeda), Isis per la Somalia.
Kenya: Al Hijra (Al Qaeda), Al Muhajiroun (Al Qaeda), Jabha (Isis).

Approfondiamo ora alcuni di questi movimenti operando una divisione per area geografica e affiliazione. Ci occupiamo dei gruppi facenti parte di AQMI (Al-Qaeda per il Maghreb islamico) che operano in Algeria, Tunisia, Libia, Mali e Burkina Faso. In secondo luogo ci occupiamo del gruppo Al-Shaabab, che opera nel Corno d’Africa, in particolare in Somalia e Kenya. In terzo luogo del gruppo Boko Haram, che opera principalmente In Nigeria, Camerun, Ciad e Niger. Infine analizziamo tutti quei movimenti che operano in Libia per la creazione di uno “Stato Islamico” in stile Iraq/Siria nel Maghreb.


AQMI: Al-Qaeda per il Maghreb islamico

AQMI è il principale movimento salafista jihadista che opera nel Sahel, ed è nato a fine gennaio del 2007. Le sue origini sono da ricercare nell’affiliazione del gruppo terroristico GIA (Gruppo Islamico Armato) algerino ad Al-Qaeda, al fine di diventare un movimento internazionale, mantenendo comunque la sua roccaforte nelle montagne della Cabilia.

GIA è un gruppo terroristico algerino nato durante la guerra civile algerina dell’inizio degli anni novanta e che ha operato in Algeria e Francia facendo migliaia di vittime. Il movimento, che durante la guerra civile in Algeria (1991 – 2002) contava fino a 20 mila membri, sembra ora aver abbandonato la sola scena nazionale per trasformarsi in movimento internazionale tramite l’affiliazione ad Al Qaeda, iniziando ad operare in tutta la regione del Sahel, e quindi in Mauritania, Mali, Niger ma anche Burkina Faso, Tunisia e Libia (qui un approfondimento storico-sociologico sul GIA, in pdf).


Uno dei principali leader di AQMI è Mokthar Belmokhtar, che nel 1991 è in Afghanistan dove incontra personalmente Bin Laden, il quale gli dà il suo sostegno per la creazione di un gruppo terroristico affiliato ad Al-Qaeda.


Come Al-Qaeda, AQMI fa parte del salafismo jihadista, il cui obiettivo è quello di “combattere gli infedeli, gli ebrei, gli apostati tramite attacchi contro l’Occidente (in particolare Francia e Stati Uniti) ed i suoi alleati” (dallo studio di Marc Mémier sull’AQMI). L’obiettivo finale è quello di instaurare un califfato e la shaaria nel Sahel.


Grazie anche al sostegno di Bin Laden, a partire dal 2007 AQMI inizia a rendersi responsabile di vari attacchi contro civili e forze dell’ordine in Algeria e Mauritania. A partire dal 2009 il gruppo inizia ad essere presente anche in Mali. Nel 2010 la Mauritania, preoccupata per l’evoluzione rapida di AQMI, tenta di negoziare un patto di non aggressione con il gruppo terroristico: AQMI avrebbe smesso di organizzare attacchi nel territorio della Mauritania se quest’ultima avesse smesso di perseguire i suoi uomini. AQMI avrebbe chiesto anche la liberazione di alcuni prigionieri salafisti oltre ad un versamento annuale di 10-20 milioni di dollari.

Nel 2011 AQMI inizia ad essere attivo anche in Niger, dove sequestra alcuni francesi di una Ong internazionale. Nel 2012, quando scoppia la guerra nel Mali, dove una rivolta indipendentista viene organizzata dai touareg del MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad), dagli arabi del FNLA (Fronte Nazionale di Liberazione dell’Azawad) e da alcuni gruppi salafisiti jihadisti minori, AQMI prende posizione e appoggia la rivolta armata, conducendo anche alcuni attacchi.

Ad inizio 2012 AQMI, che conta più di 2500 uomini, riesce a conquistare le città di Toumbouctou e di Gao (che saranno poi riconquistate durante l’operazione congiunta tra Francia e Paesi del Sahel) e vi impone la shaaria. Nel 2013 AQMI si spinge ancora più a sud in territorio maliano fino a che la Francia non riesce a respingere i combattenti al nord, uccidendone più della metà.

I ranghi di AQMI dal 2013 si sono ridotti notevolmente, soprattutto in seguito alla sconfitta militare subita in Mali, ed il gruppo è tornato ad operare in Cabilia, nel sud dell’Algeria ed i Tunisia.

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Zona di influenza di AQMI | Fonte: Le Monde

Nonostante ciò AQMI controlla una molteplicità di traffici nella zona del Sahara, il che gli ha permesso di riorganizzarsi velocemente. A partire dal 2015 AQMI è tornato a colpire in Mali, estendendo anche al Niger la sua zona di influenza e nel 2016 compie degli attentati In Burkina Faso e Costa d’Avorio.

Nell’ultimo periodo AQMI sembra aver perso molti dei suoi effettivi, il che sarebbe legato più alla volatilità dei suoi membri e al mutamento nei rapporti di forza tra gruppi più che ad un inasprimento delle operazioni antiterroriste condotte dalla Francia e dai suoi alleati africani nel Sahel.





Al-Shaabab

Il gruppo somalo Al-Shabaab è nato intorno al 2006 durante la guerra civile somala ed è affiliato ad Al-Qaeda dal 2012. 
Nasce come movimento giovanile (Al-Shabaab può essere tradotto con “i ragazzi”) dalle idee radicali, all’interno di un movimento più generale, quello dell’Unione delle Corti Islamiche, una specie di comitati di quartiere di Mogadiscio che si opponevano al governo di transizione somalo.

Dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche, Al-Shabaab è riuscito ad emanciparsi e ad emergere come gruppo autonomo contrapposto al governo di transizione, anche grazie all’arrivo di ex-veterani della precedente guerra civile somali, oltre che agli ex-militanti dell’Unione delle Corti Islamiche.


Gli obiettivi di Al-Shabaab sono politico-religiosi, in particolare l’adozione della shaaria come legge dello Stato, il rovesciamento del governo di transizione e l’allontanamento di tutti i soldati stranieri dal suolo somalo.


L’opposizione al governo di transizione guidato da Sharif Ahmed si è manifestata con il controllo fisico di alcune porzioni di territorio somalo, specialmente al sud, oltre che con numerosi attentati, sia contro esponenti politici che contro civili.

A partire dal 2011 Al-Shabaab si è reso responsabile di vari attentati nel nord del Kenya. Il rischio di altri azioni armate da parte di Al-Shabaab ha spinto il Kenya ad appoggiare la Somalia con l’operazione Linda Nchi per cercare di contenere il movimento. L’operazione ha ridotto considerevolmente il numero dei guerriglieri di Al-Shabaab, che sono passati da più di 15 mila a circa seimila.


A partire dal 2012, anche a causa delle forti divisioni interne, della perdita del controllo di una parte del territorio, delle importanti defezioni dei miliziani, Al-Shabaab decide di affiliarsi ad Al-Qaeda, probabilmente per cercare di dare una seconda vita al movimento. In effetti da quel momento Al-Shabaab ha ripreso le sue attività politiche e gli attacchi armati, anche nel nord del Kenya.

L’affiliazione ad Al-Qaeda, pronunciata dal leader d’organizzazione Moktar Ali Zubeyr, ha modificato profondamente l’aspetto del movimento, con un arrivo importante di combattenti, soprattutto nei posti di comando, in particolare da Afghanistan e Arabia Saudita.

Sono stati questi ultimi ad introdurre nella strategia degli attacchi la tecnica degli attentati suicidi, precedentemente rifiutata da Al-Shabaab. Un altro fenomeno rilevante è l’afflusso di musulmani keniani, che costituirebbe fino al 10% dei miliziani del gruppo.


L’affiliazione ad Al-Qaeda ha cambiato anche l’intensità del conflitto ed una riduzione delle rivendicazioni nazionaliste per fare spazio all’ideologia del jihadismo globalizzato, il che si è trasformato anche in un aumento della violenza: dal 2012 ad oggi il gruppo Al-Shabaab avrebbe fatto più di 22 mila vittime.

Boko Haram

Boko Haram è un movimento molto mediatico tristemente celebre per l’alto numero di vittime che è riuscito a fare in meno di dieci anni: più di 50 mila vittime – tra cui almeno 35 mila civili – e più di 2 milioni e mezzo di sfollati (questo articolo della BBC è un ottimo approfondimento).

Boko Haram, che può essere tradotto sia con “le false convinzioni sono un peccato” sia con “l’educazione occidentale è vietata” – e che nelle sfere jihadiste è conosciuto anche con il nome di ahl al sunna li’l da’wa wal’ jihad – trae le sue origini da un movimento degli anni settanta, creato da Muhammad Yusuf a Miduguri, nel nord-est della Nigeria.

Il movimento aveva l’intento di opporsi al governo centrale, accusato di interferire eccessivamente nelle politiche dei singoli stati (la Nigeria è una repubblica federale) ed in particolare in quelli del Nord, dov’erano in corso varie discussioni politiche in relazione all’inserimento della shaaria nel codice penale.

Se all’inizio il movimento era concentrato sulla da’wa, cioè sulla predicazione, sull’insegnamento della dottrina islamica, con politiche di alfabetizzazione tramite scuole coraniche, il gruppo diventerà gradualmente sempre più radicale fino a opporsi al governo centrale anche facendo ricorso alla violenza.


Potremmo riassumere la radicalizzazione di Boko Haram attraverso tre fasi principali. Per i primi 30 anni il movimento era stato al suo interno socialmente disomogeneo e internazionale, ma all’inizio degli anni duemila alcuni touareg nigeriani, figli di famiglie agiate e che frequentano l’università, giudicano la dottrina del leader Yusuf troppo lassista nei confronti dello Stato ed iniziano ad opporsi anche violentemente ai rappresentati dello Stato. La risposta nigeriana non si fa attendere ed i centri culturali di Boko Haram vengono distrutti dall’esercito.

In risposta a questa repressione, nel 2009 Yusuf organizza una grande manifestazione dove invita i suoi adepti a organizzarsi contro i rappresentati dello Stato nigeriano. Durante la manifestazione, che aveva assunto caratteri violenti, l’esercito spara sui manifestanti uccidendone varie decine. Yusuf viene catturato e giustiziato senza processo. La scena viene filmata e diffusa, il che permetterà a Yusuf di diventare uno dei primi martiri di Boko Haram.

Il nuovo capo dell’organizzazione, Abubakr Shekau, scatena dal 2010 un’ondata di vendetta. 
Il gruppo inizia a rendersi responsabile di numerosi attacchi armati che iniziano a mietere migliaia di vittime, anche con l’utilizzo dei kamikaze. Questa tecnica sarebbe stata introdotta sia a causa dei contatti sempre più frequenti tra i leader di Boko Haram con i membri di AQMI, sia per l’arrivo di combattenti stranieri a seguito dell’iscrizione del movimento nella tendenza jihadista internazionale.

Quest’ultima fase permette a Boko Haram di regionalizzare il conflitto grazie anche al controllo effettivo di nuove porzioni di territorio, in particolare della foresta di Sambissa. 
Nel 2013 Boko Haram raggiunge l’apice della sua espansione, riuscendo a controllare la quasi totalità dello Stato del Borno ed avendo anche postazioni territoriali in Niger, Ciad e Camerun. L’internazionalizzazione degli attacchi e degli attentati (soprattutto in Camerun) ha tuttavia generato una risposta congiunta da parte degli Stati maggiormente colpiti.


L’esercito nigeriano in collaborazione con il Camerun – che gode del finanziamento degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo – riescono in meno di due anni a ridurre a meno di un quinto le porzioni di territorio controllate da Boko Haram, facendo indietreggiare fino alle postazioni iniziali della foresta di Sambissa. 
Nel marzo del 2015 Boko Haram è in difficoltà e si affilia all’Isis siriano nella speranza di poter dare una nuova vita all’organizzazione.

Negli ultimi anni tuttavia il territorio controllato da Boko Haram è in costante diminuzione, anche a causa di forti scontri interni e, in maniera relativa, anche gli attentati sono in diminuzione, nonostante l’organizzazione riesca a fare ancora molte vittime.

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I principali attacchi di Boko Haram (aggiornata a gennaio 2015) | Fonte: IDMC

L’Isis in Libia

Ci occupiamo infine di un gruppo particolare, ma che interessa un paese che ha sempre avuto forti legami con l’Italia, la Libia, anche a causa del breve periodo coloniale intrapreso dall’Italia.

Il Majilis Choura Chabab al-Islam (MCCI) è una vera a propria branca dello Stato Islamico esistente a cavallo tra Siria e Iraq. Formato nel 2014, poco prima dell’inizio della seconda guerra civile libica, si affilia all’Isis qualche mese dopo, anche perché i leader dell’Isis vedono nel MCCI la possibilità di concretizzare il controllo di un territorio che ha uno sbocco sul mar Mediterraneo.


Il MCCI nasce dopo il ritorno dalla Siria di jihadisti libici facenti parte della brigata Al-Battar: in questo senso possiamo dire che il MCCI sia un vero e proprio hub africano dello Stato Islamico.


A partire dal 2014 il MCCI, che secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 19 novembre 2015 (scaricabile qui) conta su più di 10 mila combattenti, conquista la città di Derna, per poi arrivare fino a Sirte. Per la prima volta l’Isis controlla un territorio al di fuori di Siria e Iraq. Poco tempo dopo, il MCCI rivendica il controllo totale o parziale di tre province: Cirenaica, Fezzan e Tripolitania, anche se perde Derna, la prima città che aveva conquistato.


Se in un primo momento l’espansione del gruppo sembrava mettere in seria difficoltà il nuovo governo libico, soprattutto quando il MCCI era riuscito a prendere il controllo di alcune postazioni petrolifere estrattive, molte operazioni condotte dall’esercito regolare hanno diminuito sensibilmente sia il territorio controllato sia il numero di combattenti, che sembrerebbero essere oggi circa 4-6 mila, ritiratisi nella regione dell’Oubari, nel sud-ovest della Libia. Si tratta di miliziani che in buona parte provengono da Algeria, Egitto, Marocco, Mali.

A causa del contesto di guerra civile è difficile procedere con una stima del numero di vittime, soprattutto perché nel caso del MCCI fare la differenza tra gli attacchi armati per il controllo di un territorio e gli attentati non è scontato. Possiamo però stimare il numero di vittime in più di un migliaio in meno di due anni.

Terrorismo islamico in Africa: conclusioni

La panoramica sui gruppi terroristici operanti in Africa è certamente incompleta e inevitabilmente semplificatoria, non potendo considerare ad esempio le differenze all’interno di ogni organizzazione, che sono spesso frammentate e mutevoli.

Va detto anche che in Africa il terrorismo non è solo islamico, o quantomeno la dimensione islamista si mescola con altre motivazioni, ed in particolare con problemi legati all’educazione, alle situazioni politiche, alle condizioni economiche, anche se i fattori variano molto da regione a regione, da paese a paese, e anche all’interno dei singoli gruppi troviamo persone che si sono arruolate per motivi diversi, non sempre religiosi.

Fare una profilazione dei terroristi e delle loro motivazioni è cosa ardua: ci ha provato l’UNPD (il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) in questo interessante dossier anche se per il momento le risposte anti-terrorismo frutto di un’analisi multi-fattoriale sembrano troppo complesse per essere schematizzate, proprio perché le variabili da prendere in considerazione sono molteplici.

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Nato a Treviso, è studente di Scienze Politiche alla Sorbona di Parigi e nei suoi studi politici, sociologici e antropologici si interessa in particolare di Africa. Idealista dubbioso e sognatore, ama viaggiare per il mondo cercando di capirci qualcosa di più. Appassionato di letteratura, cinema e rugby, soprattutto del terzo tempo.

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