Essere hikikomori | La storia di Luca

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Chiusi in casa, in alcuni casi solo nella propria stanza, eliminando quasi completamente i rapporti con gli altri. Spesso un unico aggancio: internet. Sono gli hikikomori, giovani che si chiudono in casa rifiutando i contatti sociali. Abbiamo raccolto le storie di alcuni di loro; le storie sono vere, i nomi di fantasia.

storia hikikomori luca
Immagine di fantasia che non ritrae il protagonista della storia

Luca, alla materna, è un bimbo che sa a memoria le bandiere di tutto il mondo. Ha un innato senso della giustizia. Luca, suo papà, non lo ha mai conosciuto, perché è morto prima che nascesse.

“Le maestre lo paragonavano spesso alla sorella più grande di due anni”, racconta la mamma Sara. ‘Ma perché non sei come Eva’ gli dicevano. Lui un giorno per la rabbia è salito su un banchetto, si è accovacciato e gli ha detto: ‘Ve la faccio mangiare e poi vi faccio il funerale’. Luca è un bambino timido e introverso a scuola, ma diventa un vulcano quando torna a casa. Ha dentro di sé una grande rabbia”.

Alle elementari le cose vanno meglio. “Luca si era integrato bene con gli altri bambini – continua Sara – grazie anche alla presenza di maestre molto competenti. In quegli anni ha cominciato a giocare a calcio. Aveva raramente scoppi di rabbia, l’unico problema era la noia: diceva che lui sapeva già tutto e che non c’era niente da imparare”.

Arrivato alle medie, Luca vive di rendita, si impegna poco, ma continua a giocare a calcio e va spesso in bicicletta. “La timidezza è sempre stata un tratto che lo ha contraddistinto. Quando entrava nei negozi, per esempio, faceva fatica a parlare. I professori dovevano interrogarlo uno a uno. Io lo capivo, perché anche io ero così – aggiunge la madre – con lui sono stata molto protettiva, probabilmente gli è mancata molto la figura paterna”.

In seconda media iniziano le difficoltà “C’era un professore che non sopportava. Credo che con Luca fosse impositivo e a volte anche offensivo. Secondo me si sentiva schiacciato. Oltre a non aprire più i libri, Luca iniziò a fare fatica ad andare a scuola. Gli veniva mal di pancia e mal di testa, specie quando c’era quel prof. Quando si poteva, lo facevo entrare alla seconda ora”.

Il ragazzo continua comunque ad andare agli allenamenti, a vedere gli amici e gioca molto ai videogiochi.

Inizialmente pensai a una crisi scolastica. ‘Gli passerà’ mi dicevo, ma poi le cose peggiorarono e in terza media divenne un calvario.

Luca ora è un ragazzino che fa fatica a parlare anche con la mamma. “I nostri erano dei monologhi da parte mia. Non capivo cosa gli stesse capitando. Quando riusciva ad andare a scuola, faceva di tutto per arrivare in ritardo per evitare il momento ‘fuori scuola’. Una volta lo spiai e lo vidi titubare prima di avvicinarsi a due compagni. Si muoveva in maniera goffa, impacciata”.

“Ho sempre detto ai miei figli di non conformarsi agli altri, ma di crearsi il proprio stile”, prosegue Sara. “Anche Eva, sua sorella, ebbe qualche problema alle medie, forse perché non aveva le scarpe di marca e l’I-Phone, ma poi cominciò a frequentare gli scout e scoprì che al mondo ci sono persone simili a lei. Eva ha fatto di questa emarginazione vissuta a scuola una sua forza. ‘Sono io che non voglio stare con loro’ mi diceva. Ma con Luca non è andata così, anche se non credo che siano stati i compagni il suo problema maggiore”.

In classe Luca rimane tutto il giorno con la giacca e senza tirare fuori nemmeno un libro. Immobile per cinque ore. Mentre i libri dei suoi compagni si aprono e si chiudono, i professori si danno il cambio e suonano le campanelle dell’intervallo.

“I professori cominciarono a dire che era colpa mia. Io chiesi aiuto anche ai servizi sociali e le provai tutte pur di portarlo a scuola. Mi dicevano che dovevo incentivarlo, ma non serviva nulla. Lo presi con le buone, con le cattive. Una volta l’ho persino tirato per i piedi. Ma quando lo forzavo, finivamo per farci male e poi io dovevo pure andare al lavoro. Coinvolsi anche mio padre, ma lui si arrabbiava così tanto, che per la paura che gli venisse un infarto, smisi di farlo”.

Luca riesce comunque a finire le medie e si iscrive alle superiori. “La scuola è merda – mi diceva – una vale l’altra. Scelsi l’Itis per lui, perché era appassionato di informatica, ma iniziata la scuola ci andò solo per due settimane”.

Luca smette di andare anche a calcio e si chiude in camera. “Dopo un po’ smise anche di mangiare con me e sua sorella. Era così pieno di rabbia, soprattutto nei miei confronti. Correva in stanza, appena mi sentiva rientrare. Io ero disperata. Ma poi un giorno, parlando con uno psicologo, ho capito che cosa aveva. Mi parlò del ritiro sociale e io mi illuminai”.

Oggi, a distanza di qualche anno, mi sono tranquillizzata. Ho mollato la presa. Sto facendo un lavoro su me stessa. So che presto si riprenderà. Da quando non gli faccio più richieste, la sua rabbia è diminuita.

L’anno scorso è venuto a Barcellona con noi, eravamo in 14. Luca era così curioso, sempre con la guida in mano. Mi sono detta: ‘Vedi che dentro c’è ancora lui’. Anche se, appena tornati a casa, è nuovamente regredito: si è richiuso in camera, è tornato a mangiare in orari differenti e a nutrire rabbia nei miei confronti. Ma funziona così: due passi avanti e uno indietro”.

Ora Luca ha scoperto una passione per la tecnologia. “Abbiamo da poco costruito un computer. Abbiamo passato ore e ore a lavorarci. Nottate intere. Per lui era un modo per tornare alla vita; per me un modo per rivivermi mio figlio. È diventato uno youtuber, fa parte di un team su internet e comincia a guadagnare qualcosa”.

Ha 13 mila follower ai quali spiega come funzionano alcuni videogiochi. Io vedo degli spiragli. Sono fiduciosa. Ultimamente Luca ha cominciato a lasciare aperta la porta della sua stanza.

Cosa significa essere hikikomori? Chi sono e quanti sono i giovani hikikomori in Italia?

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Giornalista pubblicista, scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere. Laureata in Dams a RomaTre e in Psicologia clinica a Bologna, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita.

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