Questione di blocchi: sport e guerra fredda

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sport e guerra fredda
@Early Cold War Events

La guerra fredda è ormai finita da venticinque anni. A guardarlo oggi, quello strano periodo sembra qualcosa di obsoleto, superato, roba da libri di storia. Eppure è stata un’epoca fondamentale per determinare la realtà in cui viviamo: per dirne una, Internet affonda le sue radici proprio là.

Per quasi mezzo secolo, dal 1945 al 1991, le due super potenze Stati Uniti e Unione Sovietica, punti di riferimento di sistemi ideologici opposti, si sono sfidate per la supremazia in ogni ambito, senza mai sfociare in uno scontro militare diretto che avrebbe prodotto conseguenze letali per il mondo. Una rivalità a oltranza che ha interessato politica, economia, società, scienza, tecnologia, stile di vita, cultura e, non ultimo, lo sport.

Nel periodo della guerra fredda, infatti, ogni evento sportivo era motivo di confronto tra i due blocchi contrapposti: non solo tra Usa e Urss, ma tra tutti i paesi alleati o satelliti dell’uno e dell’altro. D’altronde la politica ha sempre cercato giustificazioni e consensi attraverso lo sport. Ecco alcuni degli episodi più rilevanti.

Sport e guerra fredda: 1956, sangue in acqua

Olimpiadi 1956. È il 6 dicembre, quasi estate in Australia. La partita di pallanuoto tra Ungheria e Unione Sovietica passa alla storia come il Bagno di sangue di Melbourne o Blood in the water. Di bagno di sangue (vero) ce n’era stato uno poche settimane prima, a Budapest: la rivoluzione magiara, soffocata dai carri armati di Mosca.

Dall’altra parte del mondo, tutta la tensione si riflette in vasca. L’Ungheria è nettamente più forte dei russi e vince 4-0. Ma la partita è una guerra, in acqua e fuori. Per tutta la durata, i giocatori si scambiano insulti, scorrettezze, colpi proibiti, fino a quando il sovietico Prokopov ferisce al volto con un pugno l’ungherese Zador. Solo l’intervento della polizia australiana scongiura l’aggressione dei sovietici da parte degli oltre cinquemila sostenitori magiari inferociti. Qualche giorno più tardi l’Ungheria conquista la medaglia d’oro.

La ricostruzione del match, tratta dal film ‘Children of Glory’

Sport e guerra fredda: 1972, scacco matto

Se Stati Uniti e Unione Sovietica non si sono mai affrontati in un conflitto militare, lo hanno fatto però attraverso il gioco che più di ogni altro incarna la quintessenza della strategia bellica: gli scacchi. È successo tra l’11 luglio e il 3 settembre 1972 a Reykjavik con la sfida tra due dei più grandi campioni di sempre: l’americano Bobby Fischer e il russo Boris Spassky.

L’”incontro del secolo”, valevole per il titolo mondiale, è intriso di risvolti politici: per i sovietici, gli scacchi sono affare di stato; gli statunitensi vedono in Fischer l’occasione di riscatto in una disciplina in cui i rivali sono i maestri assoluti. Fischer e Spassky, 29 e 35 anni all’epoca, si conoscono e si stimano, ma i loro caratteri sono agli antipodi: tanto signorile, pacato e schivo il russo, quanto ossessivo, irascibile e capriccioso l’americano, convinto a giocare solo da una telefonata del segretario di stato Henry Kissinger. Dopo ventuno drammatiche partite, Spassky si arrende a Fischer per 12,5 a 8,5.

Sport e guerra fredda: 1972, il mondo in tre secondi

Ancora 1972. La strage terroristica ai danni degli atleti israeliani segna indelebilmente le Olimpiadi di Monaco. In quei giochi ha risvolti politici, seppur con esiti non tragici, anche la finale di basket tra, guarda caso, Stati Uniti e Unione Sovietica. Per lo storico oro dell’Urss ci vogliono i tre secondi più lunghi e controversi della storia della pallacanestro. Doug Collins con due tiri liberi porta gli Usa in vantaggio 50-49. Mancano tre secondi: il successo è vicino? No. La successiva rimessa da fondo campo da parte dell’Urss viene fatta ripetere tre volte, in seguito a errori al cronometro, proteste, ripensamenti e malintesi. Al terzo tentativo il sovietico Belov trova il canestro decisivo: 51-50.

Al termine del match, il reclamo americano è respinto dalla commissione Fiba, i cui voti dei giudici finiscono per rispecchiare gli schieramenti politici: Italia e Portorico favorevoli, Ungheria, Polonia e Cuba contrari. Gli Usa rifiutano la medaglia d’argento, tuttora custodita dal Cio.

Sport e guerra fredda: la diplomazia del ping pong

Fin dagli anni ’50 Mao Zedong incentiva in Cina la pratica del tennistavolo, che diviene lo sport nazionale. Più tardi tale disciplina è utilizzata come strumento diplomatico. L’avvicinamento del presidente americano Nixon verso la Cina, culminato con la visita ufficiale del 21 febbraio 1972, rientra in una strategia di isolamento nei confronti dell’Urss. Quella volta gli stessi governanti prendono in mano la racchetta e giocano insieme.

La “diplomazia del ping pong”, come viene definita questa fase, nasce un anno prima, in seguito agli episodi di fair play tra pongisti statunitensi e cinesi ai mondiali di Nagoya, in Giappone, tanto che lo stesso anno Mao invita in Cina con successo la nazionale a stelle e strisce. Sono i primi atleti americani a mettere piede in Cina dal 1949 e a livello politico si coglie la palla al balzo: il tennistavolo diventa metafora di dialogo internazionale. Tra l’altro, inizia proprio allora il dominio cinese nel tennistavolo, che dura ancora oggi.

Sport e guerra fredda: 1974, il gol di Sparwasser

Un contropiede. Il lancio preciso di un compagno. Un guizzo tra tre difensori. Un tiro secco. Un gol, a tredici minuti dalla fine. Basta questo a Jürgen Sparwasser e alla sua Germania Est per battere la Germania Ovest nella storica partita del mondiale di calcio 1974, ad Amburgo, il 22 giugno di quell’anno. È soltanto il primo turno e gli occidentali di Beckenbauer, poi, si laureeranno campioni, ma di questo alla storia non importa.

Essere tedeschi, nel 1974, significa essere divisi, lontani da un futuro ancora lungi dall’arrivare, nonostante la Ostpolitik di Willy Brandt. Da una parte l’occidente, il mondo libero, la prosperità, dall’altra l’est, dove comandano Hoenecker e Mielke, la Stasi si annida ovunque e c’è ben poco da fare. E il muro di Berlino sarebbe rimasto in piedi per altri quindici anni. Ma quel giorno ad Amburgo, di fronte a 8500 tedeschi orientali giunti fin lì sotto stretta sorveglianza (gli occidentali sono quasi 60 mila, ammutoliti), il gol di “Spari” tutto questo lo fa dimenticare per un po’.

Sport e guerra fredda: 1980, miracolo sul ghiaccio

Lake Placid, nello stato di New York, ospita i giochi olimpici invernali del 1980. Il periodo è “leggermente” agitato per gli Stati Uniti: la crisi degli ostaggi in Iran e quella energetica, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il declino della presidenza Carter, la profonda insoddisfazione che pervade la società americana. Alle Olimpiadi si teme lo strapotere dell’Unione Sovietica, soprattutto nell’hockey, in cui è considerata la nazionale più forte del mondo.

Gli Stati Uniti hanno invece un gruppo molto giovane composto da universitari e dilettanti, messo su in pochi mesi dall’allenatore Herb Brooks con una durissima preparazione. Nonostante l’impresa appaia proibitiva, gli Usa inanellano una serie di entusiasmanti successi fino al Miracle on ice che fa sognare un’intera nazione. In quella che, secondo la cervellotica formula del torneo, è una sorta di semifinale, gli Stati Uniti battono 3-2 l’Urss in una partita stracolma di significati extra sportivi.

Sport e guerra fredda: tu boicotti me, io boicotto te

I due grandi boicottaggi olimpici – Mosca ’80 da parte del blocco occidentale e Los Angeles ’84 da parte del blocco orientale – sono i due effetti più evidenti della guerra fredda sullo sport. Nei primi mesi del 1980 il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter decide il boicottaggio delle Olimpiadi estive di Mosca, in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Aderiscono a questa scelta altre 64 nazioni, tra cui Germania Ovest, Giappone, Argentina, Cile e Norvegia. Manca pure la Cina, assente dal 1952 per questioni politiche, e così ne esce fuori un’edizione dei giochi depauperata, facilmente dominata da Urss e Germania Est. Altre nazioni occidentali come Italia, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Australia partecipano sotto la bandiera a cinque cerchi.

Quattro anni dopo a Los Angeles si verifica il boicottaggio contrario, con l’Unione Sovietica, tutto il blocco comunista e simpatizzanti vari – 14 nazioni in tutto – che per ritorsione rimangono a casa. Con l’eccezione della Romania, che vince ben 53 medaglie, e della Cina, da pochi anni riammessa nel Cio.

Sport e guerra fredda: 1980, l’ombrello di Kozakiewicz

Un gesto liberatorio, istintivo, irrefrenabile, come solo il gesto dell’ombrello sa essere. A quel paese i fischi, gli insulti, la politica, Mosca, Lenin e tutto il comunismo. Mi prendo la medaglia e me ne torno a casa, in Polonia, che tanto prima o poi le cose cambieranno. Non ci è dato di sapere se Wladyslaw Kozakiewicz, in quella frazione di secondo, dopo aver saltato 5,78 con l’asta aggiudicandosi l’oro olimpico nel 1980, abbia pensato davvero a tutto questo. Ma sicuramente, esasperato dall’ostilità dell’ambiente moscovita, non ne poteva più.

Un gesto capace di scatenare quasi un incidente diplomatico, con l’ambasciatore russo che pretende la restituzione della medaglia, mentre il governo polacco difende il suo atleta definendo ufficialmente quel gesto uno “spasmo muscolare involontario causato dallo sforzo”. Punti di vista.

Wind of change

Wind of change, cantano gli Scorpions. Eh sì, perché in tre anni cambia tutto: giù il muro di Berlino (1989), Germania unificata (1990) e ciao ciao Unione Sovietica (1991). Il vento del cambiamento soffia più forte che mai e, al pari della geopolitica, anche lo sport va incontro a enormi trasformazioni. Ci sono i giochi di Barcellona 1992 (e gli invernali ad Albertville) e per la prima volta niente più Urss, addio al colosso che aveva dominato edizioni su edizioni rivaleggiando con gli Stati Uniti. Ma di tempo per riorganizzarsi, nel difficile momento post-dissoluzione, ce n’è veramente poco.

I tre stati baltici, Lituania, Estonia e Lettonia, riescono a partecipare con proprie rappresentative, mentre tutti gli altri stati ex sovietici si presentano come Squadra Unificata: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan. Con 112 medaglie conquistate, di cui 45 d’oro, la Squadra Unificata arriva prima nel medagliere, dando un’ultima testimonianza della potenza – al netto del doping di Stato – che era stata l’ormai ex Unione Sovietica. Benvenuti nel futuro.

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Giornalista, da sempre sport e cultura. Dirigo Move Magazine, rivista di eventi e lifestyle di Viterbo e Terni. Neverendingseason.com è il mio blog sportivo. Sono anche su Rivistaundici.com e altrove. Amo il basket e leggo John Grisham. Per saperne di più, aggiungi .it al mio nome e cognome.

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